Non solo un riverbero di scontri settari. Il recente attentato alla chiesa copta del Cairo svela le fragilità di un regime che fatica a garantire la sicurezza dei suoi cittadini.
Anche quella dei cristiani, una minoranza che ha da sempre sostenuto il ritorno dei gattopardi al potere, sperando di essere presa sotto l’ala protettiva del presidente Abdel Fattah Al-Sisi che da anni fa il possibile per descriversi come il Lutero dell’Islam e il protettore dei cristiani nella regione.
Cristiani cooptati dal regime
Sin dall’epoca di Anwar Sadat, i cristiani sono stati sottorappresentati nelle istituzioni, hanno avuto problemi a praticare la loro religione e a costruire luoghi di culto e sono stati vittime di violenza di diverso genere. Al contempo però hanno stretto accordi con il regime, offrendogli sostegno e chiedendo in cambio protezione.
Lo stesso è successo quando i militari di Al-Sisi, nell’estate 2013, sono tornati al potere. La gerarchia conservatrice copta, non ascoltando le ragioni dei cristiani scesi in strada durante la rivoluzione del 2011, ha infatti preferito garantirsi la protezione dei propri diritti in quanto minoranza, piuttosto che pretenderne la difesa nel più ampio rispetto di quelli di tutti i cittadini egiziani.
Anche questa volta, come in passato, la cooptazione non è stata in grado di immunizzare i cristiani dalla violenza, né di garantire la loro partecipazione politica (solo 36 dei 596 deputati del parlamento sono copti e 24 di loro devono la loro elezione all’esistenza di un’apposita quota).
I problemi, per i copti, nascono già sulla carta. La Costituzione approvata nel 2014 garantisce infatti ai cristiani assoluta libertà religiosa, ma lo stesso testo dichiara l’Islam religione di stato, proibendo ogni tipo di conversione, tranne quelle ad Allah.
Preoccupante poi l’aumento del numero dei cristiani accusati di blasfemia (il 41% del totale, dato da analizzare considerando che i copti rappresentano circa il 10% della popolazione), reato nettamente in crescita da quando la Fratellanza è uscita di scena e i militari hanno ripreso il potere.
Se dai diritti sulla carta si passa a valutare il loro rispetto nella vita reale, il quadro si complica ulteriormente. La strage compiutasi nella chiesa del Cairo è solo l’ultimo evento di un’ondata di attacchi perpetuati contro i copti negli ultimi anni.
Il più eclatante è stato il massacro di Maspero – quando, nell’ottobre 2011, una trentina di cristiani vennero falciati dai blindati dell’esercito mentre protestavano contro i militari – ma anche negli ultimi mesi c’è stato un susseguirsi di casi di violenza contro i copti: dallo stupro di una donna anziana, all’uccisione di preti e suore che hanno visto dare fuoco alle scuole da loro gestite.
Copti anti-regime
Tutto ciò ha fatto suonare i campanelli d’allarme anche tra quei cristiani non entusiasti delle posizioni assunte dalla loro Chiesa di riferimento. Le prime critiche ad alta voce sono arrivate la scorsa estate, quando anche all’interno della comunità copta ci sono stati coloro che non hanno apprezzato la tanto attesa legge sulla costruzione dei luoghi di culto, e quindi le chiese. Una legge storica – perché arrivata dopo decenni in cui nessuno riusciva neanche a legiferare sulla materia – ma al contempo pasticciata.
A testimoniare il montare delle critiche contro il regime all’interno della comunità copta è stato anche quanto accaduto a latere dell’ultima Assemblea generale dell’Onu, quando un gruppo di intellettuali copti statunitensi ha approfittato dei riflettori puntati sull’arrivo di Al-Sisi a New York per criticare il regime.
E il dissenso contro il nuovo raìs è aumentato anche dopo il recente attentato, quando per evitare il peggio, le televisioni di stato hanno preferito mandare in onda immagini mute, per evitare di fare riecheggiare gli slogan anti-governativi intonati dai cittadini arrabbiati giunti sul posto della strage.
I limiti della democrazia del pane
A fare compagnia ai copti sorpresi nell’apprendere che 12 kg di tritolo sono riusciti a eludere i controlli necessari in un luogo così sensibile sono stati anche centinaia di cittadini che ne hanno approfittato per accusare il regime di essere incapace di garantire la loro sicurezza.
La strage alla chiesa del Cairo è stata infatti il terzo attentato compiuto lungo il Nilo nel corso della settimana. L’ennesimo episodio di violenza che si inserisce nel già preoccupante trend di attacchi terroristici, in crescita proprio dall’estate 2013, ovvero da quando Al-Sisi si è presentato al mondo come il garante della stabilità regionale.
La precaria condizione di sicurezza in cui si trova il Paese è solo uno degli ingredienti che contribuisce a destabilizzarlo, insieme, ad esempio, alla crisi economica, ben rappresentata dalla pesante svalutazione del dollaro e dalla scomparsa dello zucchero dagli scaffali dei supermercati egiziani.
Questo quadro rischia quindi di fare vacillare l’accordo sul quale si regge la stabilità del regime. Già in passato infatti questa dTmuqratiyyat al-khubz (democrazia del pane) si è dimostrata fragile. Quando il regime non è più stato in grado di provvedere alle necessità essenziali della popolazione non ha più potuto contare su quel consenso popolare ottenuto, come ora, grazie alla più brutale repressione.
Azzurra Meringolo (affarinternazionali.it)

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