Servizio di Stefano Mecenate

Sempre più spesso si è costretti ad arrampicarci sugli specchi per trovare remotissime e filosofiche motivazioni a realizzazioni improbabili e a regie approssimate o inesistenti.
Questa volta è con piacere che urlo un BRAVO con un seguito di qualche centinaio di punti esclamativi a Marco Gandini per una regia impeccabile e straordinariamente convincente e a Italo Grassi e Anna Biagiotti per scene e costumi che hanno dato l’idea di vivere davvero dentro quella storia.
Stiamo parlando della Boheme nel nuovo allestimento del Teatro del Giglio di Lucca in coproduzione con il teatro di Pisa, quello di Ravenna e quello di Livorno che il Teatro Verdi di Pisa ha messo in scena la scorsa settimana.
Una grande opera come la Boheme rischia davvero di avere termini di paragone difficili da superare, ma “questa” Boheme resterà certamente nella mente e nel cuore dei melomani (ma non solo vista la pioggia di applausi tributata al termine della serata) come un piccolo gioiello nel quale ogni dettaglio è stato curato con attenzione ed “amore”. Sì, amore, ovvero passione ed entusiasmo fusi dentro un rigore ed un rispetto che non ammettono strafalcioni né gratuiti voli pindarici.
Amore come rispetto per i cantanti ai quali, oltre la partitura da cantare, si suggerisce come e perché cantare quelle cose, si da loro il modo di vivere davvero quelle emozioni e si “regala” l’opportunità di dar vita ad uno spettacolo che lascia lo sguardo del pubblico inchiodato sul palcoscenico per non perdere neppure un attimo di quello spettacolo.
Ad appoggiare questo pregevole lavoro di Marco Gandini, le scene di Italo Grassi creano, con quadri animati, la giusta suggestione dei luoghi e delle atmosfere di quei luoghi.
Nulla di stratosferico, niente “effetti speciali” ma la sobrietà di un artigiano che sa fermare l’attenzione sugli elementi più salienti valorizzando al massimo il percorso narrativo e musicale dell’opera. E se il quarto atto, nel suo spietato vuoto assoluto, nell’assenza di quelle pur povere certezze costituite dagli elementi scenici presenti nel primo atto, può disorientare, vale la pena ricordare come in quelle poche ore che precedono il tragico epilogo, quelle scandite dall’ultimo barlume di spensieratezza subito rotto dall’arrivo di Mimì e Musetta, il mondo crolla intorno e dentro i giovani protagonisti della storia sbalzandoli repentinamente fuori da quel mondo un po’ magico e spensierato della loro vita bohemien.
Sono quelle mura angosciantemente vuote che schiacciano i protagonisti ai loro destini, li inchiodano ad una realtà con la quale è difficile fare i conti, li mettono a contatto con la Morte.
Complessivamente buona la direzione del M° Francesco Bonnin anche se talvolta ha ecceduto nelle sonorità dell’orchestra interrompendo quell’incanto che la musica di Puccini sa offrire in ogni momento. Rammaricati per la zoppicante prova del tenore Marcelo Puente, Rodolfo, che ci aveva abituato a ben altre performance, abbiamo invece apprezzato e con piacere, le prove di un brillante Alessio Arduini, Schaunard, di un generoso Sergio Vitale, Marcello, e di un intenso Nicolai Karnolsky, Colline.
Precisa, intonata ma forse incapace di trasmettere vocalmente le emozioni del suo personaggio, Mina Tasca Yamazaki è risultata una Mimì “a metà”, mentre apprezzabile è stata Cécile Limal con una Musetta notevole. Un applauso più che meritato anche a Antonio Pannunzio, Parpignol e Benoit, e Alessandro Calamai, Alcindoro.

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