
I poliziotti sono stati chiamati a intervenire: questo è un fatto. Se nella concitazione del momento siano stati commessi errori, e di quale natura, sarà l’inchiesta ad accertarlo. Un altro fatto, però, è incontestabile: la persona arrestata è morta. Ed è proprio questo l’elemento dal quale non si può prescindere.
La morte di Abderrahim Fakir impone una riflessione seria sul livello di preparazione richiesto a chi esercita un potere tanto delicato quanto quello di limitare la libertà di un cittadino e di gestire situazioni ad alta tensione. Qualunque siano le conclusioni della magistratura, un epilogo simile pone inevitabilmente interrogativi ai quali le istituzioni dovranno rispondere. Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.
In un clima elettorale che si preannuncia particolarmente aspro nei toni e nella dialettica politica, un episodio come questo non doveva accadere. Non perché debba essere nascosto o minimizzato, ma perché il confine tra parole e fatti può diventare molto sottile quando la tensione sociale cresce. La responsabilità di chi guida un partito, di chi rappresenta un’istituzione o di chi interviene nel dibattito pubblico è proprio quella di evitare che il dolore diventi uno strumento di contrapposizione politica.
Questo i leader politici lo sanno. Ed è proprio perché lo sanno che, di fronte a una tragedia come quella di Bologna, la priorità dovrebbe essere quella di disinnescare la miccia dell’esplosione sociale, non di accorciarla. Tutti i segretari di partito, nessuno escluso, dovrebbero esercitare prudenza e senso della misura. Quanto meno attendere gli esiti delle indagini prima di trasformare un fatto ancora da chiarire in un terreno di scontro o di mobilitazione delle piazze.
La politica ha il diritto di interrogarsi, di chiedere chiarezza e di pretendere trasparenza. Ma ha anche il dovere di non sostituirsi agli organi chiamati ad accertare i fatti. Anticipare sentenze, distribuire responsabilità o alimentare una narrazione utile soltanto al consenso rischia di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e di esasperare ulteriormente un clima già attraversato da profonde divisioni. No, quello di Bologna è un incidente che non doveva succedere. Ora spetta alla magistratura fare piena luce su quanto accaduto e alle istituzioni trarne tutte le conseguenze necessarie. Alla politica, invece, spetta dimostrare di essere all’altezza del momento, affrontando la campagna elettorale con maturità, senso dello Stato e responsabilità.
Gridare, accusare, inveire e offendere serve soltanto a peggiorare un clima che, anche alla luce delle tensioni internazionali e delle fragilità che attraversano la società, non ha certo bisogno di ulteriori divisioni.
La forza della democrazia non si misura nella capacità di alzare la voce, ma in quella di cercare la verità, rispettare le istituzioni e mantenere unito il Paese anche nei momenti più difficili.
Angelo Santoro

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