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E se spuntasse l’uomo dei miracoli?

Fra una settimana o forse anche prima dovrebbero tacere le armi tutto attorno ad Aleppo e delle strade che vi conducono.

di Alberto Pasolini Zanelli | 14 Febbraio 2016

Ci vuole molta cautela a non entusiasmarsi, o almeno a sentirsi sollevati, dall’annuncio che un armistizio è imminente in Siria, o almeno in quello che è il “fronte” principale, oggi, della guerra civile nel Paese martire del Medio Oriente. Fra una settimana o forse anche prima dovrebbero tacere le armi tutto attorno ad Aleppo e delle strade che vi conducono. L’hanno annunciato, contemporaneamente pur se non congiuntamente, i ministri degli Esteri americano e russo. Era tanto che i suoi abitanti, i loro connazionali, il mondo aspettavano questo annuncio, pur non attendendosene frutti copiosi e tantomeno sicuri. L’identità dei contraenti dovrebbe da sola essere una lezione di realismo: America e Russia, come se la Guerra Fredda lo richiedesse ancora, come se i due Grandi continuassero a contendersi e a gestire i destini delle terre e delle genti, come se il miracolo di un quarto di secolo fa non fosse in realtà accaduto.

In realtà in alcune parti del mondo, come in Medio Oriente, quella pace-miracolo deve ancora arrivare. E gli ultimi cinque anni di Siria paiono avere cancellato gli effetti benefici del ventennio precedente nel mondo. Il Segretario di Stato Kerry e il suo collega moscovita Lavrov si sono imposti quando ormai ben pochi ci credevano, a cominciare dai protagonisti sul terreno. I combattimenti si inasprivano di giorno in giorno, si delineava un esito, un successo: quello del governo di Damasco, dittatoriale ma legittimo, e della potenza protettrice, l’aviazione russa e le sue bombe. Anche gli abitanti di quella che era la città più popolosa della Siria avevano capito che l’alternativa era fra la restaurazione del regime di Assad e la fuga sulle strade che si andavano aprendo in conseguenza del crollo dei “ribelli”.

Ma scappare dove? La geografia, la logica, la storia indicavano una sola meta possibile: la Turchia, molto vicina geograficamente e politicamente ai contestatori del regime. Ma la Turchia aveva appena detto “no”: cessata l’accoglienza, chiuse le porte, per “motivi umanitari”. Una decisione paradossale, giustificata con la meno umanitaria delle ragioni: da ora in poi ogni profugo che entra crea un vuoto nella terra contesa e dunque facilita il compito dell’“invasore”. Neanche ai tempi della Guerra Fredda si avanzavano argomenti del genere, soprattutto da parte di un Paese “neutrale”.

In realtà la Turchia non lo era mai stata. Come praticamente nessuno, del resto, in questi anni di sangue e di confusione per il Medio Oriente, annunciati con le trombe festose della Primavera Araba. Essa seminò speranze un po’ dappertutto, quasi ovunque deluse. Enumerarle richiederebbe troppo spazio: basta pensare a come è finita la “liberalizzazione” dell’Egitto, in un esperimento di potere islamista chiuso da un ritorno al regime militare. O la “liberazione” della Libia, cui l’abbattimento e l’assassinio di Gheddafi avrebbero dovuto portare uno Stato democratico e che invece ha avuto in regalo la morte dello Stato e la fioritura dell’Isis. La Siria è arrivata ultima e il suo calvario ha riassunto tutti gli altri: centinaia di migliaia di morti e sette milioni di profughi, due milioni dei quali bambini e seicentomila in fuga solo dalla regione di Aleppo. Un esodo in corso fin dal primo giorno. Da quando, cioè, fallita la sollevazione di piazza nazionale, gli insorti fecero di Aleppo la loro capitale. Una storia lunga e complessa, aggravata dal fiorire del Califfato di Isis sulle rovine di uno Stato, prolungata da aiuti militari ai ribelli più o meno continui ma insufficienti a portargli la vittoria finale. Fino all’ingresso in scena della Russia, dagli obiettivi limitati, soprattutto quelli “ideali”, egoisti ma razionali, comprensibili: la difesa dell’unico Paese a offrire alla flotta di Mosca una base nel Mediterraneo, senza parentele ideologiche ma per interesse.

Putin ha capito presto che aveva bisogno della fine di quel conflitto e propose ben presto un intervento militare congiunto con l’America. Se ne parlò, non se ne fece nulla, il Cremlino agì da solo. Con l’arma tradizionalmente più “americana”: l’aviazione. Bombardò da sola, ripetendo che chi si volesse unire era il benvenuto. Pare che infine lo abbiano ascoltato, certamente senza amarlo. Una parte dell’opinione pubblica americana, quella definita dei “falchi”, reagisce all’armistizio promesso come fosse di fronte a una dichiarazione di guerra. Non dimentica che negli Usa siamo in piena campagna elettorale. Che di rado aiuta a far prevalere la ragionevolezza, soprattutto in politica estera. Le rimane fedele come sempre il Segretario di Stato John Kerry, l’uomo dei miracoli. Qualcuno appena ieri lo ha proposto per la Casa Bianca.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, annuncio, campagna elettorale, casa bianca, gheddafi, governo, libia, mondo, putin, regime, siria, stato democratico, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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