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E’ ora di dire basta al populismo prima che sia troppo tardi

Nel ricordo di Ugo La Malfa a 40 anni dalla scomparsa

di Enrico Cisnetto | 1 Aprile 2019

“Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema, avrei tre-quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della democrazia così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito nostro, di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere asserviti ad essa”.

Ugo La Malfa, 1974.

 

Sì, avete capito bene, questa riflessione è di 45 anni fa. Ma letta oggi – a 40 anni esatti dalla morte del leader repubblicano, avvenuta il 26 marzo del 1979, dieci mesi dopo l’uccisione di Aldo Moro – risulta di evidente e sconcertante attualità. Certo molto meno di oggi, ma già allora la società italiana era attraversata da moti repulsivi nei confronti della politica e delle istituzioni. Il tragico sbocco di quelle pulsioni – più grave, ma anche più circoscritto a infime minoranze, rispetto alla stagione che viviamo – era l’eversione armata, di destra e di sinistra. Oggi è il populismo, una forma di eversione che potremmo definire parlata. Non sanguinosa, per fortuna, ma forse più perniciosa, perché altamente pervasiva.

 

La Malfa sapeva che un approccio diverso rispetto al suo tradizionale, che era fatto di cruda verità detta agli italiani e di ricette coerentemente conseguenti all’analisi, gli avrebbe dato maggiore popolarità e più consensi elettorali. Ma lui, che era uomo di Stato e che, avendo un’alta concezione della politica, riteneva fosse dovere supremo dei politici indicare la strada ai cittadini e non farsela indicare per poi dir loro quello che amano sentire, quei voti presi “accarezzando” gli umori presenti nelle viscere del Paese non li voleva. Inadatto a pronunciare certe parole d’ordine, si rifiutava di cercarlo, quel tipo di consenso. E la presenza di uomini come lui, capaci di mettere in fuorigioco chi intendesse abusare dell’ingenuità popolare e nello stesso tempo di selezionare e organizzare le élite dirigenti, era la garanzia che il sistema avrebbe tenuto, sia da punto di vista interno che nel quadro delle alleanze internazionali.

Oggi – e da tanto, troppo tempo – non è più così. Forse già con la fine dell’era degasperiana, chiusasi definitivamente proprio con la scomparsa di Moro e La Malfa, sicuramente con il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. In questi anni, non a caso segnati da un declino continuo e inesorabile, la borghesia industriale e intellettuale ha progressivamente perso il senso di sé, le classi dirigenti via via non sono più state né preparate né selezionate, le forze politiche dotate di solide radici culturali sono state spazzate via prima dal vento gelido dell’antipolitica e poi da quello ancor più letale del populismo e del nazionalismo autarchico. Il risultato non è più solo quello che denunciava La Malfa e contro cui si è battuto fino alla morte, la mancanza di verità detta al Paese, ma ben peggio. Da un lato, infatti, la verità non solo non la si dice, ma neppure la si conosce. Siamo di fronte a politici non solo bugiardi, ma anche e prima di tutto ignoranti. Il che, credeteci, è molto peggio, perché il consapevole che per furbizia o per mancanza di coraggio tace o cambia le carte in tavola, puoi sempre sperare di convertirlo alla verità, mentre con chi non sa, ignora di non sapere e non ha alcun strumento per colmare i suoi gap, non c’è proprio nulla da fare. Dall’altro lato, ai silenzi e alle bugie oggi si è aggiunta anche una seriale inclinazione alle fake news, maneggiate con una sbalorditiva disinvoltura o, peggio, costruite altrove e messe in bocca a ignari portatori di contagio convinti di fare la storia.

 

Prendete le stupefacenti dichiarazioni del presidente Conte e del vice Di Maio sul 2019 “anno bellissimo” e di un “nuovo boom economico”. Troppo stupide per essere bugie. Più logico catalogarle come fesserie raccontate da chi non sa di cosa parla. Sia come sia, in tutti i casi il risultato è che a far finta che il paese non sia in recessione quando invece c’è finito dentro, significa che non si potrà mai prendere decisioni che ce ne portino fuori. E infatti, state forse assistendo a un dibattito sulle cause e sulla portata del momento recessivo, e di conseguenza sul come venirne fuori, sia dal punto di vista del recupero della crescita, sia dal punto di vista del riequilibrio dei conti pubblici? Nulla. Con il risultato che agli occhi dell’opinione pubblica chiunque oggi si azzardi a dire che occorre una qualche forma di manovra non potrà che apparire un bieco affamatore del popolo. Noi, per esempio, siamo convinti che il modo migliore (nel senso di meno peggiore) di smontare le clausole di salvaguardia europee che ormai valgono 23 miliardi per il 2020 (e quindi riguardano la prossima manovra) e 29 miliardi per il 2021 sia quello che di far scattare l’aumento dell’Iva. E sappiamo che qualcuno con la testa sul collo, dentro le (poche) istituzioni che ancora conservano il senso dello Stato e la dignità del loro ruolo, ha già fatto delle simulazioni per capire come si potrebbe procedere. Ma in questo clima, dove la dichiarazione più gettonata è “non c’è bisogno di alcuna manovra correttiva”, potrà mai esserci una seria discussione sul tema?

 

Ma se invece dalle misure da prendere di cui nessuno parla – neppure le opposizioni, che per ignavia e ignoranza, se ne guardano bene – passiamo a quelle già adottate, anche qui si nota la tara della distorsione informativa. Reddito di cittadinanza e quota 100, come già gli 80 euro di Renzi, sono infatti tutti provvedimenti – oltre che sbagliati in sé, sia nel quadro dell’andamento dell’economia che per le conseguenze in termini di interessi sul debito che il loro finanziamento in deficit ha causato – figli di false emergenze o di errate scale di priorità. La narrazione populista di questi anni ci ha consegnato una descrizione della condizione sociale profondamente diversa dalla realtà, ed è fin troppo ovvio che se si sbaglia la diagnosi ben difficilmente la cura potrà rivelarsi opportuna ed efficace. Per esempio, la misura evocata trionfalmente come l’arma che avrebbe cancellato la povertà in Italia, stante la quantità di richieste, sembra interessare meno del previsto, specie al Sud. Non potrebbe essere che il sussidio corrisponda solo ai presunti bisogni degli italiani, e non a quelli veri?

 

Che da quei 5 milioni di persone che l’Istat cataloga come in “povertà assoluta” si debba defalcare gli oltre 3 milioni che lavorano in nero e che vivono da invisibili? Dice qualcosa a qualcuno il fatto che delle domande fin qui pervenute per il reddito di cittadinanza solo una quota esigua, sotto il 10%, riguarda gli under 30, cioè la categoria sociale che patisce in modo esponenzialmente maggiore la disoccupazione? Evidentemente, in Italia la povertà esiste, ma non nella misura immaginata (per ignoranza) e non laddove si crede sia (per la mancata umiltà di censirla sul campo, andando seriamente a riscontrarla). E se tutto questo fosse vero, la folgorante idea di Di Maio e compagni, oltre a non lenire le effettive ferite sociali dei nostri connazionali, non ci fa correre il rischio che possa essere alto il tasso dei furbi che s’intascano il sussidio pur non avendone i requisiti? Forse, come ha scritto giustamente Stefano Lepri sulla Stampa, potrebbe essere che – sorpresa! – il popolo è diverso da come il populismo se lo immagina e lo descrive.

 

Stesso discorso vale sulla corruzione. È inutile dire che in Italia esiste, e se proprio ci fa piacere crederlo, possiamo convenzionalmente anche dire che c’è in quantità maggiore rispetto agli altri paesi occidentali, pur essendo vero solo parzialmente. Ma aver raccontato la crisi economica italiana dell’ultimo quarto di secolo – da quando, cioè, abbiamo cominciato a rimanere indietro rispetto ai maggiori paesi europei, alla media Ue e agli Stati Uniti – come solo o in gran misura la conseguenza della corruzione dilagante, ha creato distorsioni mostruose, queste sì, che vanno dalla creazione di forze politiche e intere classi dirigenti formatesi sulla denuncia dei corrotti e sull’ostentazione della lotta ai medesimi, alla disarticolazione degli equilibri dei poteri a favore di quello giudiziario, che peraltro un potere non è e non dovrebbe essere, ma solo un ordine.

 

Insomma, non si può governare un paese senza avere la cognizione della realtà e della portata dei problemi. Si può certo acquisire consenso, anche molto consenso come è capitato ai 5stelle e come forse capiterà a Salvini, ma in mancanza d’altro non si va lontani. Se non lo capiscono, o non lo vogliono capire, coloro che di volta in volta raggiungono il potere (o quel che credono tale) servendosi o asservendosi alle paure e alle recriminazioni – per parafrasare Ugo La Malfa – è venuto il momento che lo capiscano gli italiani. Grazie a qualcuno che, avendo le due doti che oggi mancano, la consapevolezza e il coraggio, glielo spieghi. Anche a costo di avere pochi voti.

 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: aldo moro, anni, consenso, conti, conti pubblici, crisi, crisi economica, democrazia, discorso, euro, italia, La Malfa, manovra, misure, movimento, paesi europei, persone, populista, provvedimenti, punto di vista, recessione, renzi, repubblica, seconda repubblica, società italiana

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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