
Il Parlamento deve affrontare unito questo nuovo fenomeno che sta mettendo a ferro e fuoco le nostre città. Questo non è il tempo delle distinzioni. È il tempo delle ricette. È il tempo della maturità politica. Nessuno conosce fino in fondo i motivi che spingono alcuni dei nostri ragazzi adolescenti a comportarsi come pericolosi scalmanati. Le ragioni sono sicuramente molteplici. Ci sono responsabilità familiari. Ci sono responsabilità sociali. Ci sono responsabilità educative. Ci sono forse anche responsabilità istituzionali. Ma oggi non è il momento dei distinguo. Sarà il momento di analizzare e comprendere quando l’emergenza sarà stata affrontata. Un parlamentare una volta eletto diventa onorevole. Viene incaricato di tutelare il bene comune. E oggi il bene comune consiste anche nell’affrontare per tempo la rabbia e la violenza di questi ragazzi. I ragazzini si possono fermare solo se gli adulti agiscono uniti. Non bisogna offrire loro l’idea che esistano scappatoie. Non bisogna nemmeno offrire l’immagine di un Parlamento che si divide per convenienze politiche mentre fuori dalle aule cresce una tensione che rischia di diventare incontrollabile. Questo non è il tempo dei colpevoli e degli innocenti. È il tempo della responsabilità. È il momento che tutti i capigruppo di Camera e Senato serrino le fila e si confrontino con il Governo del Paese. Non con il Governo della maggioranza. Il Paese viene prima delle maggioranze e delle opposizioni. Oggi con i venti che arrivano dalla Francia questa distinzione rischia di diventare soltanto un esercizio lessicale. Il Capo dello Stato ha iniziato a indicare una strada. Non è detto che quella strada produca risultati immediati. Ma va percorsa. Va tentata con serietà prima di qualsiasi decisione esclusivamente repressiva. Perché la repressione può essere necessaria quando la legge viene violata. Ma da sola non basta. Se abbiamo davanti adolescenti che trasformano le strade in luoghi di scontro dobbiamo anche chiederci che cosa sia successo prima di quel momento. Dobbiamo capire dove si è interrotta l’educazione. Dove si è spezzato il rapporto con la famiglia. Dove è venuta meno l’autorevolezza della scuola. Dove la società ha smesso di parlare a questi ragazzi. Non significa giustificare la violenza. Significa avere il coraggio di comprenderla per poterla contrastare. E dobbiamo farlo senza perdere di vista una cosa essenziale. Dietro ogni ragazzo che commette un atto violento c’è un ragazzo che può ancora essere recuperato. Ma dietro ogni ragazzo ferito o ucciso non c’è più nessuna possibilità di recupero. Se Dio non voglia dovesse morire un ragazzino magari incidentalmente o un poliziotto giovanissimo mentre cerca di garantire l’ordine pubblico allora lo stesso Parlamento rischierebbe di andare in mille pezzi. Ognuno tornerebbe sulle barricate. Ricomincerebbe la caccia alle responsabilità. Ricomincerebbe il gioco delle accuse. E ancora una volta ci accorgeremmo troppo tardi che la politica avrebbe perso il tempo nel quale avrebbe potuto fare la differenza. Questo è il tempo in cui ogni partito dovrebbe rinfoderare i giocolieri delle parole. Servono meno dichiarazioni e più responsabilità. Servono meno slogan e più ascolto. Serve una politica capace di parlare contemporaneamente alla paura dei cittadini e alla fragilità dei ragazzi. Una politica che sappia essere ferma senza diventare cieca. Una politica che sappia proteggere le città senza trasformare ogni adolescente in un nemico. La situazione continentale non gode di salute migliore. Quella mondiale sta soffiando e disperdendo le ceneri che lasciano intravedere carboni ancora accesi pronti a innescare incendi ben più grandi. Può sembrare drammatico. Ma in tempi come questi è meglio essere smentiti e accusati di allarmismo che essere ricordati per la propria superficialità. Non sappiamo ancora dove porterà questa inquietudine. Sappiamo però che ignorarla sarebbe irresponsabile. E allora questo è il momento di scoprire se abbiamo eletto semplicemente dei Parlamentari oppure se abbiamo ancora donne e uomini capaci di essere davvero Onorevoli.
Angelo Santoro

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