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E lo chiamavano “rimpasto” (ora è più moderno “tagliando”)

di Fabrizio Binacchi | 6 Gennaio 2014

Adesso hanno vergogna a chiamarlo “rimpasto”, perché sembra molto prima Repubblica, perché sembra molto pastone dei giornali del ‘900,  ma è quello che dovranno fare, chiamandolo anche con un altro nome.

tagliandoE la chiamavano estate. Quando era quella vera, calda e afosa, con i chilometri di coda  nei giorni canonici, primo agosto e 16 agosto,  e se ne infischiavano delle vacanze intelligenti. O sedicenti intelligenti. E la chiamavano “verifica”, quella che serviva ai governi Craxi o Andreotti, De Mita o Fanfani per caprie se c’era ancora una ragione per governare insieme o se era meglio andare tutti dal capo dello Stato, e con le dimissioni, dare le proprie ragioni. E lo chiamavano “rimpasto”, quel movimento di ministri, in entrata ed in uscita, che serviva a dare più forza alla compagine di governo per i motivi più diversi: O perché uno o più ministri era od erano stati chiamati ad altri incarichi, magari di partito, o perché si erano stancati o si erano usurati o anche perché dopo un anno o due, solitamente anche prima, erano cambiate le condizioni politiche di partenza. Magari si erano scissi dei partititi, si erano create altre correnti o altre coalizioni. Adesso hanno vergogna a chiamarlo “rimpasto”, perché sembra molto prima Repubblica, perché sembra molto pastone dei giornali del ‘900,  ma è quello che dovranno fare, chiamandolo anche con un altro nome,  non solo per dare più forza al governo Letta ma semplicemente per dare continuità a quello che stanno dicendo o programmando. E lo possono chiamare “tagliando” o lo possono chiamare anche “risciacquo” visto che va di moda “fiorentineggiare” nel parlato, ma la sostanza non cambia. Noi che ci occupavano di note politiche e di pastoni già nel secolo scorso e che, con  molte ragioni, ritenevamo straordinari – nel loro contesto sociale e politico –  i “pastoni” del mitico commentatore in papillon della domenica Vittorio Orefice, non ci scandalizziamo se adesso per fare vedere che si è moderni si cambiano i nomi, i termini, i suoni. Solo che, oltre ai nomi,  bisognerebbe cambiare anche la musica. Renzi e Letta, Alfano e Monti, Romano e Tabacci, potete chiamarlo “rimpasto” o “tagliando”, “risciacquo” o “aggiornamento” ma fate quello che ci si aspetta da un governo che deve stare, se vuole stare, allineato coi tempi. Poi non volete chiamarla “verifica” perché  fa troppo “tempi” De Mita e Craxi, o ancora più indietro fa molto Rumor e Moro, beh chiamatelo pure “patto di governo” o rinnovata “intesa di coalizione” ma dopo il battesimo fate seguire subito scelte chiare e degne del cambiamento. Non foss’altro perché quando è nato questo governo c’erano il Pdl che poi si è spaccato in due generando Forza Italia e il Nuovo Centro Destra e c’era e Berlusconi che che era uno dei principali leader della maggioranza e adesso è con Grillo uno dei principali leader dell’opposizione. C’erano Bersani e Monti, adesso ci sono Renzi e una diversa  Scelta Civica.  Insomma se cambiano gli scenari non si può far finta di niente. Perché poi tutto si scarica nell’azione parlamentare e della produttività o meno della classe casta politica che nelle aule ha la sua non sempre trasparente celebrazione. Lo vedono anche i bambini delle elementari che ci sono ministri in linea, e ministri off line, che ci sono ministri che sembrano quasi commissariati e ministri che parlano a nome della compagine ministeriale più di altri che sembrano ospiti ed ospitati. Giù le maschere, mettete da parte possibili risentimenti personali, e si faccia una bella selezione per trovare tre o quattro nuovi ministri che, col nuovo programma puntuale settimanale di cose da fare,  diano nuova propulsione alla squadra.  Per il lavoro e per lo sviluppo. Parole non causali.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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