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E-Lalamein

di Giuseppe Mele | 11 Novembre 2012

Per l’Italia moderata e nazionalista, El Alamein, ultima luce di una possibile vittoria, prese nel dopoguerra un valore positivo, di esemplare eroismo della Pavia, Folgore e delle altre divisioni immolatesi in Africa.

Paradossalmente la voce grossa fatta dal Presidente a difesa dei marò sequestrati in India, nel giorno solenne che ricorda la più importante delle scarse vittorie militari dell’Italia moderna non poteva apparire più debole e chioccia. Nessuno, tranne quel gianburrasca del grillo parlante, ci troverà da ridire. Analogamente se la sarebbe dovuto cavare il ministro della Difesa De Paola, allo start dei giorni ottobrini celebrativi nel 70° della battaglia di El Alamein sul fronte africano dove morirono in 4mila paracadutisti e 35mila caddero prigionieri. De Paola ha usato le stesse parole di Napolitano ma contro di lui si sono scatenati, senza ritegno, gli animi esasperati e divisi dell’Italia attuale. Cori, fischi e insulti di militari, ex militari, militanti, amici e parenti dei soldati, degli uccisi e dei traditi,  in 30 anni di missioni di pace e guerra, hanno zittito il ministro da destra, fin al suo ritiro negli spogliatoi allo stadio di Pisa, stretto tra base Nato e caserma della brigata Folgore. Quasi un arbitro in fuga davanti a spalti inferociti. Fuori per le strade pisane sgombrate dai cassonetti, per timore che venissero incendiati, lo attendeva, da sinistra, l’immancabile corteo anarchico e pacifista a contestare la celebrazione di un evento militare, a prescindere, e poi nello specifico, il ricordo di un evento militare della guerra fascista. Il corteo è potuto arrivare trionfante all’Università pisana, che reca allegra nei muri antistanti un allegro Berlusconi muori e dove per contestare i festeggiamenti era stata occupata la facoltà di Scienze Politiche. El Alamein, in effetti, è indicativa della mentalità italiana. La battaglia decise le sorti dell’occupazione o meno, da parte dell’Asse italotedesca, dell’Egitto inglese e quindi del Medio Oriente, e del sogno nazista di portare il conflitto nell’Asia sovietica e britannica. L’orgoglio, italiano, mal e mai confessato tra le righe, sta in questa prospettiva di ruolo proattivo e mondiale, che nei fatti all’epoca della battaglia era già molto ridimensionato, dipendendo l’italo fronte dall’arrivo e dall’avanzata dei panzer tedeschi nel deserto. Questo pensiero, molto nascosto negli strati profondi del subconscio, confessa anche che molto antifascismo e tutta una serie di accuse antiregime, dal razzismo al liberticidio, dalle mistiche alla repressione e  persecuzione dei rivali politici, si riducevano spesso ad una sola e insindacabile condanna, identificabile nella sconfitta, con tutte le conseguenze dei disastri dei bombardamenti, della fame, delle occupazioni e della guerra civile. Per l’Italia moderata e nazionalista, El Alamein, ultima luce di una possibile vittoria, prese nel dopoguerra un valore positivo, di esemplare eroismo della Pavia, Folgore e delle altre divisioni immolatesi in Africa. A pensarci bene, il peso romantico delle ipotesi di ruolo e vittoria prevalsero anche sull’antinazismo, facendo scordare che i germanici di El Alamein non erano meno nazisti di quelli della successiva occupazione d’Italia. Il riferimento al valore e coraggio militari resta, come il sacrario costruito in Egitto, un monumento sostanziale, lucente nella memoria storica in paragone al tracollo istituzionale, sociale, psicologico e morale che si concretizzò con la sconfitta. Malgrado i marmi ed il rispetto dovuto, anch’essi in realtà contano poco davanti alla condanna ideologica: gli skill militari dei serbi o dei pasradan non valgono ad affievolire la condanna universale nei loro confronti. La questione svela molto della coda di paglia italica nelle questioni belliche. Russi, tedeschi ed angloamericani, come un tempo, i piemontesi, si giudicano da sé, senza esigenza di complimenti altrui. L’insicurezza nazionale, in guerra ed in diplomazia, fortissima anche oggi, come evidenzia la stessa vicenda dei marò, evidenzia una distanza tra istituzioni ed una società capace di produrre una forte industria bellica ed un imponente sforzo logistico e finanziario nelle tante missioni ingrate fatte al servizio altrui. In genere, in un contesto come la Pisa rossa nell’ancor più rossa Toscana, buropolitica e cortei pacifisti viaggiano insieme, in genere sui pullman messi a disposizione dalle prefetture per poter berciare con comodo contro l’indifferente campo Nato di Tirrenia. In questi casi il sindaco deve momentaneamente divorziare dagli studenti. Il ministro non a caso ha ringraziato per il sostegno il sindaco Filippeschi che da parte sua ha voluto apprezzare il senso civile e civico dei “nostri militari”, i quali insomma, non importa quanto siano bravi a fare la guerra, sostanzialmente sono ottimi a non buttare carte in terra. E’ una fortuna che il sacrario di El Alamein stia al di là del Mare Nostrum; fosse stato di qua, avrebbe impegnato milioni nella ripulitura dai continui atti vandalici. Pisa aveva 90mila abitanti nel ’61, venti anni dopo toccava i 104mila. Altri anni; ormai è un decennio che perde abitanti. La presenza studentesca, quasi tutta meridionale, massa di 50mila giovani, è quasi la metà di una città vecchia che campa di pensioni, stipendi pubblici e affitti. Porto senza mare, imperiale senza impero, borghese senza borghesia, centro militare ma pacifista, capitale dell’informatica italiana senza aziende Ict di peso, a Pisa non si festeggia solo El Alamein, ma anche la sconfitta della Meloria che segnò la fine della terza repubblica marinara e che fece sparire anche gli autoctoni, sostituiti dai fiorentini colonizzatori. Ad inizio ottobre tutto il rassemblement delle istituzioni locali, un grande monocolore Pd, ha festeggiato il suo Festival di Internet, ovviamente lasciandone la gestione a Milk e Sistema, società culturali messe in piedi a Firenze per il locale festival della creatività. I creativi fiorentini, per omaggiare Internet, si sono inventati sul Ponte di Mezzo un percorso pedonale di megaschermi con filmati di personaggi urlanti, una perfomance da anni ’80, quando almeno si usavano laser ed ologrammi, un inno all’interattività degno dei nostri giorni: auspicata e non applicata. Hanno individuato i grandi della tecnologia: in Googleo Galilei, Steve J. Marconi (area Maker), Mark Gutenberg (area Teller), e Obamo Lincoln (area Citizen), dedicando loro le 4 giornate, i 104 eventi, i 200 relatori e le 12 location tra esposizione della smart card dei servizi, rigorosamente comunale e Stati generali dell’innovazione che aspettano sempre una propria pallacorda. Nei giorni della morte della carta stampata per mano della rete e della fine dell’open source a causa della ownerhip IOS Apple, è divertente notare come l’identificazione tra storia dell’informatica ed informatica giochi brutti scherzi. D’altronde tutt’oggi nel giovanilistico Internet governance forum ci sono i retecrati che frequentarono nel 1969 il primo corso di laurea in informatica o che collegarono nel 1986 la prima connessione nazionale ad Internet. Non vanno a vedere certamente filmacci di serie b come “Il cacciatore di vampiri”nel quale il terribile repubblicano Abramo Lincoln va a caccia di vampiri che non sono altro che l’esercito dei sudisti, i nonni del partito democratico Usa. Con grande strafalcione storico, i professori pisani, pur di tifare Obama, hanno fatto delll’alto e ossuto presidente Usa uno di Dixieland. Evidenziando anche l’incapacità di avvicinare le masse giovanili agli eroi patri, come fanno invece continuamente negli Usa. Avessero voluto provarci, c’era facile facile una applicazione da distribuire su smartphone e tablet: E-lalamein. Un compendio di storia, geografia, ideologia, militaria e psicodramma nazionali con tantissime valenze distributive e cognitive e con possibilità audio infinite, dalle grida di dolore ai rombi di cannone, dagli applausi ai pianti, dai fischi ai cori, storia di decenni ridotta a cronaca infinita, mai chiusa nella condivisione. Più interattiva di così. Troppo per la città simbolo dell’informatica italiana, un’informatica, che in realtà non c’è più, fantasma, come i militi ignoti di E-lalamein.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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