
Questa guerra il territorio non è la vera posta: lo è il corpo. Il corpo restituito, il corpo scambiato, il corpo trattenuto. In Israele il corpo di un figlio non è un reperto, è un confine: dove torna, lì finisce l’inferno. Per questo la notizia che a Rafah i soldati siano stati colpiti con un razzo anticarro e che poi l’Aeronautica abbia ripreso a colpire non sorprende: la tregua non regge se i morti restano sospesi e i vivi vengono presi di mira dietro la linea concordata. Lo hanno detto i portavoce militari: anti-tank su truppe nell’area di Rafah, risposta immediata dall’aria. Non è coreografia diplomatica, è istinto di sopravvivenza: se tu mi colpisci dietro la linea gialla, io ti tolgo terreno e alibi.
Poi c’è Ofir Tzarfati. Ucciso il 7 ottobre, corpo recuperato dagli israeliani mesi dopo, e adesso di nuovo “riconsegnato” come se fosse un altro. Le famiglie raccontano di un video: uomini che scavano, depositano una sacca bianca, ricoprono la buca, chiamano la Croce Rossa perché “assista” al ritrovamento. Il drone IDF riprende tutto. Non è macabra burocrazia: è un atto di sabotaggio morale. In un conflitto dove il lutto è già un lavoro a tempo pieno, fingere un recupero significa rubare due volte: il corpo e il tempo.
Qui sta il punto che i comunicati non dicono. In ebraico, la sepoltura non è un gesto di pietà privata: è riparazione. Ridare alla polvere un nome, e al nome un posto. Israele su questo è inflessibile perché la sua identità nasce dall’assenza contata osso per osso. La moneta emotiva è altissima: ogni corpo trattenuto è una frontiera che non si chiude, ogni bara scambiata è un cessate il fuoco che si incrina. È il motivo per cui la politica diventa binaria: o consegni i resti come promesso, o la macchina militare riparte. E infatti è ripartita.
Hamas lo sa benissimo. Perdere un quartiere può essere reversibile; perdere il controllo sul racconto del lutto, no. E allora i resti diventano strumento: dilazioni, messinscene, “abbiamo trovato due ostaggi”, “no, sono frammenti già recuperati”. In mezzo, la Croce Rossa che dichiara di non essere stata a parte di recite inaccettabili. A ogni mossa, un contraccolpo: l’opinione pubblica israeliana si indurisce, i ministri spingono, il premier ordina raid “limitati e massicci” nello stesso tempo, gli americani minimizzano parlando di scaramucce perché il loro tavolo diplomatico non può saltare ora. Tutti salvano la faccia; nessuno restituisce minuti alle famiglie.
La verità è semplice e schifosa: finché persino una falange è merce, non esiste tregua. Perché la tregua non è un testo, è un rituale. Si prova, si riconsegna, si identifica, si seppellisce. La pietà non è poesia: è logistica con senso del limite. Se dietro la linea gialla si spara, il limite esplode; se davanti a una telecamera si “pianta” una sacca per poi “scoprirla”, il limite marcisce. Il resto è rumore — hashtag, conferenze stampa, navette a Gerusalemme — e l’inverno che arriva sugli sfollati di Gaza come un’altra arma non dichiarata.
Non c’è “vittoria totale” nel teatro dei corpi. C’è solo la scelta fra due discipline: disciplinare il fuoco o disciplinare il dolore. Chi governa a Gerusalemme oggi sembra scegliere ogni giorno entrambe, ma non sempre nell’ordine giusto. Chi comanda nei tunnel sceglie il contrario: allunga il dolore per ridurre il tempo del nemico. Nel mezzo, una regione che vive di finzioni necessarie: “cessate il fuoco”, “forza multinazionale”, “riapriamo i valichi”. Funzionano finché la prossima bara non chiede un nome.
La mia posizione è questa: la politica si misura sul trattamento dei morti, non sul numero dei missili. Se domani mattina si presentassero davvero tutte le tredici salme promesse, identificate senza trucchi, la tregua avrebbe un volto concreto. Senza quel passo, ogni razzo, ogni raid, ogni vertice è un giro di giostra con la gravità spenta. E la gravità che manca è la stessa che dovrebbe riportare i corpi a casa.
Finché il corpo resta valuta, la guerra resta mercato.
Nico Kir

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