Un film semplicemente da vedere.

Le donne dell’impresa e i due gruppi femminili che da più anni lavorano a Firenze con l’intento di diffondere la cultura delle donne finalmente insieme perché i saperi delle donne possano essere riconosciuti come cultura e scoperta continua.
Laboratorio Immagine Donna da più di trenta anni organizza a Firenze un festival di cinema al femminile e annovera fra le sue “scoperte” , solo per citare un nome, Margarethe von Trotta, presentata in una delle prime edizioni del festival, ancor prima di vincere il Leone d’oro a Venezia e continua a presentare registe emergenti nei paesi che potrebbero sembrare i più improbabili dalla Mongolia al Burkina Faso e che sono invece fonte di scoperta continua e ieri sera ha presentato al pubblico fiorentino l’ultimo lavoro della regista libanese Nayne Labaki.
Il film ha un inizio folgorante: la scena delle donne in processione verso il cimitero, divise all’arrivo (a destra le cristiane, a sinistra le musulmane) ma unite nel comune intento di impedire che tutto sia occasione per i loro uomini di guerre e vendette, la dice lunga sulla pazienza e sulla fantasia delle donne, del villaggio in particolare, della vita quotidiana in generale.
In un virato seppia, riservato solo alla prima scena, che vuole essere un colore non colore in una terra riarsa dal sole, un villaggio dove convivono cristiani e musulmani, un villaggio isolato a causa del crollo di un ponte, un villaggio in cui la Moschea sorge accanto alla Chiesa, un villaggio in cui le donne hanno uno scopo comune: tenere i loro uomini lontani dalla guerra, dall’odio, dalla rabbia, mentre gli uomini sono sempre pronti a cedere alla violenza, alla provocazione, alla vendetta.
Questo lo scenario dell’ultimo film di Nadine Labaki, girato in tre villaggi diversi avvalendosi della collaborazione di attori protagonisti e non e Taybeh , uno dei tre villaggi, è veramente abitato da due comunità quella cristiana e quella musulmana e, come nel film la moschea e la chiesa sorgono l’una accanto all’altra.
Su tutto domina la bellezza degli occhi delle donne del villaggio. Occhi che raccontano la sofferenza ma conservano ancora la speranza.
Un film contro l’odio e l’integralismo visti con occhio femminile. La luce che accompagna la processione/balletto delle donne verso il cimitero, tutte vestite di nero, tutte con la foto di uno dei loro cari caduto in una guerra troppo lunga, unite nel loro dolore ma separate dai riti che accompagnano la morte, è una luce di speranza . Ogni vedova, ogni madre, ogni sorella porta il simbolo della suo credo religioso, le cristiane la croce, le musulmane, i capelli nascosti dal velo, un fiore, tutte si battono il petto e piangono senza lacrime il loro dolore.
Nel corso del film, quello che rende particolare la cifra stilistica della regista, è la sua grande capacità di passare da un genere all’altro: dal dramma alla commedia con un occhio anche per il musical, ma, in questo passaggio continuo che può sembrare facile e semplice, ma in realtà non lo è, la bravura della regista è evidenziata dal non perdere il filo della sua narrazione nel perseguire il suo scopo: far riflettere se sia possibile una civile convivenza tra persone che professano religioni diverse.
E’ una favola, quella che ci racconta Nadine Labaki, una bella favola in cui le donne, senza tanto insistere da parte della regista, sono un bel pezzo avanti rispetto agli uomini del villaggio, infantilmente pronti a cadere in ogni più piccola provocazione, pur di dare sfogo alla loro violenza e sono la fantasia delle donne (arrivano a far piangere lacrime di sangue ad una Madonna di gesso, fanno arrivare un gruppo di ballerine dell’Est per distrarre i loro uomini), la loro capacità di sopportazione (una madre accetta di nascondere la morte del figlio per non provocare l’ennesima reazione vendicativa e piangerà in silenziosa solitudine l’assenza del figlio) a far sì che per 110 minuti crediamo a questa favola.
E quando usciamo dalla proiezione ci restano impresse due frasi che sottolineano le varie anime del film dalla commedia al dramma.
“Sembra che siano uscite dalla carestia”, esclama una delle bellezze mediterranee (la moglie del sindaco) all’arrivo delle ballerine taglia 38.
“Lasciala stare se lo sapessero i suoi…” (a proposito dell’amore che vorrebbe nascere tra una cristiana e un musulmano)
E allora ci tornano alla mente alcune affermazioni troppe volte sentite e troppo spesso subite:
“Le donne sono peccato. La voce è peccato. Ridere è peccato…” e al suono di queste parole usciamo dalla favola per domandarci con la regista “E adesso dove andiamo?”

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