Mettere a posto i conti dello Stato attraverso lo strumento delle tasse salva la stabilità dell’ Italia, ma ammazza gli italiani. Indispensabile riscoprire i valori e la cultura del passato.

Quella civiltà comunale nella Toscana del Trecento, quella sì fu un’ autentica rivoluzione liberale. L’ urbanistica, l’ architettura e la pittura, poi, la esaltarono al massimo arricchendola con l’ altro elemento indispensabile in ogni grande civiltà oltre alla ricchezza, come una mostra a Palazzo Strozzi di qualche anno fa ci spiegò chiaramente già nel titolo: “Il denaro e la bellezza”.
La bellezza salverà il mondo, diceva il principe Miskin ne L’ idiota di Dostoevsky. Ma questa è solo una mezza verità, come i grandi banchieri-umanisti-imprenditori e uomini di cultura da Cosimo il Vecchio e Lorenzo de’ Medici fino a Adriano Olivetti, Gianni Versace e Miuccia Prada ci hanno dimostrato attraverso opere e vite.
Quindi, la bellezza salverà il mondo se produrrà anche la ricchezza. E viceversa.
Nella storia d’ Italia ci sono stati momenti di grande splendore e creatività, seguiti poi da fasi di stagnazione e talvolta persino di decrescita. Così, dopo la stagione della civiltà comunale e rinascimentale, quelle stesse magnifiche città come Firenze, Venezia e Genova, che erano stati altrettanti centri di economia e di cultura, videro durante il Seicento un inesorabile declino. Il cuore dell’ Europa si era spostato a nord, in Olanda e in Inghilterra, dove uomini di larghe vedute avevano continuato ad attraversare gli oceani, inventare nuovi sistemi di produzione, lanciare sui mercati merci innovative frutto di alta tecnologia, investimenti coraggiosi, moderni criteri di bellezza ed efficienza, che l’ arte di Vermeer e di tutti i fiamminghi seppe illustrare alla perfezione.
L’ Italia è poi risorta quando una nuova classe dirigente di provata cultura imprenditoriale, liberale e scientifica l’ ha guidata verso l’unificazione e l’ ha portata quindi ad agganciare, se pur con notevole ritardo e limitatamente ad alcune regioni settentrionali, il trend espansivo della Rivoluzione industriale. Qui basterebbe ricordare la funzione propulsiva della costruzione delle ferrovie su scala nazionale, seguita poi dalla diffusione dell’ illuminazione elettrica grazie alla Edison, per capire come e quando il Belpaese si sia affacciato sull’ orizzonte della modernità.
Quest’ ultimo capitolo, quando Milano diventava la nostra ville lumiere e a Torino costruivano automobili di qualità, l’ hanno raccontato e celebrato i Marinetti, Balla, Boccioni, Sironi, De Pero e persino il D’Annunzio sceneggiatore per il cinema nascente e autore di testi per canzoni e slogan per la pubblicità. Una storia, questa delle avanguardie italiane, che per certi versi s’intreccia e si conclude con la stagione “gloriosa” del fascismo prima dell’ abbraccio mortale con il nazismo e l’anti-semitismo: l’architettura razionalista delle nuove città dell’ Agro pontino, la bellezza già postmoderna del Foro Italico e dell’ EUR, l’ efficienza della città universitaria di Roma, l’insuperabile eleganza stilistica della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella furono i suoi frutti migliori.
Poi ancora la tragedia, a causa di una guerra persa in partenza contro un nemico che aveva sempre amato l’ Italia dai tempi di Shakespeare e degli anglo-fiorentini nell’ Ottocento, per non parlare dei padri costituenti americani, studiosi di Pico della Mirandola e seguaci della florentina libertas. Quello stesso nemico che poi tornò ad essere il nostro migliore amico durante la ricostruzione grazie al piano Marshall: ed ecco gli anni Sessanta, il boom economico, ovvero l’ ultima rivoluzione liberale e liberista della storia italiana (di quella berlusconiana, purtroppo, è rimasto solo il proclama). Fu in quegli anni, durante i quali chiunque ne avesse avuto voglia poteva iniziare un’ attività d’impresa perché non era strangolato dal fisco rapace, dalla burocrazia e dalla partitocrazia, il genio italiano tornò a manifestarsi nella sua variegata e prolifica complessità: oggetti cult come la Vespa o la Moka Bialetti o il Duetto dell’ Alfa Romeo, che mettevano insieme tecnologia e artigianalità, eleganza e praticità, alta qualità e prezzi accessibili (e pertanto erano veramente interclassitisti senza essere banalmente popolari ), sono stati fotografati e mostrati sulle riviste di tutto il mondo, ripresi con ammirazione dal cinema hollywoodiano, studiati nelle migliori università, e sono esposti ancora oggi nei più importanti musei del design e dell’arte comtemporanea.
Con l’ ultima legge di stabilità i conti sono tornati in ordine e la tendenza dei precedenti governi ad aumentare le tasse è stata quantomeno inibita, ma il partito trasversale della spesa pubblica e delle lobbies anti-privatizzazioni è ancora fortissimo in questo Parlamento figlio del Porcellum. Il capo del governo Letta ha voluto precisare che la crescita italiana non riprenderà a discapito della tenuta dei conti e del pareggio di bilancio impostoci da Bruxelles. Discorsi come questo, che evidentemente poggiano su un fondamento di razionalità, finora ci hanno permesso soltanto di restare a galla, condizione certamente migliore dell’ affondamento titanico che era la nostra più naturale prospettiva dopo la crisi globale del 2008.
Quello del risanamento dei conti pubblici è stato un martellante refrain iniziato già ai tempi di Tremonti, ministro colbertista e assai poco liberista, ripreso poi fino all’ ossessione dal Monti predicatore calvinista dell’ austerity. Oggi sappiamo che mettere a posto i conti dello Stato attraverso lo strumento delle tasse salva la stabilità dell’ Italia, ma ammazza gli italiani. La via della crescita e dell’ occupazione passerà solo attraverso la riduzione della spesa pubblica improduttiva e lo smantellamento dello Stato corporativo. Le corporazioni medievali fecero grandi le nostre città, ma poi ne bloccarono lo sviluppo perché si arroccarrono su posizioni puramente sindacalizzate di difesa dei loro privilegi e quindi conservatrici. Per questo va riscritto un nuovo ordinamento istituzionale prima di tutto, e poi auspicato il ritorno della grande politica e dei visionari.
Chi diceva che con la cultura “non si mangia”, forse dovrebbe venire a passeggiare lungo le rive dell’ Arno, per capire che solo ripartendo da quella magica fusione di cultura, immaginazione, impresa e manualità unica al mondo e che scorre proprio come un fiume attraverso secoli di storia, la bellezza e la ricchezza potranno ancora una volta riuscire a salvare l’ Italia.

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