
«Se Hitler e Napoleone non sono riusciti a piegare Mosca è improbabile che ci riescano Kallas, Macron, Starmer e Merz». Non è una battuta né un falso d’autore, ma il pensiero strategico del ministro dei Trasporti e Vicepremier. Una riflessione storica che attraversa due secoli e tre guerre mondiali e arriva puntuale a Mosca, dove la portavoce del Cremlino ringrazia e applaude per la lucidità dimostrata. La politica estera è fatta anche di messaggi indiretti, ambiguità calcolate e segnali rivolti a più destinatari. In questo senso la continuità tra la Lega di Matteo Salvini e la Russia di Vladimir Putin è nota e documentata. Accordi, viaggi, dichiarazioni, simboli: una relazione che resiste al tempo e ai contesti, anche quando uno Stato invade un altro e si rende responsabile di ciò che altrove verrebbe definito senza esitazioni un crimine. È quindi utile chiarire un punto. Nessuno in Europa sta preparando una marcia su Mosca. Non per difendere l’onore di Napoleone né per completare il lavoro di Hitler. I Paesi europei che oggi si muovono, insieme all’alto rappresentante della politica estera dell’Unione, perseguono un obiettivo molto più semplice e molto meno retorico: impedire che la Russia si prenda Odessa e trasformi l’Ucraina in un Paese senza sbocchi al mare, quindi senza economia e senza futuro. Una spiegazione che però funziona poco nel dibattito pubblico, dove la complessità è un limite e la storia evocata a caso è un vantaggio. Meglio allora richiamare i fantasmi del Novecento, che fanno sempre titolo, anche se resta difficile capire il nesso tra Hitler, Napoleone, l’alto rappresentante dell’Unione e un gruppo di Paesi europei che cercano di colmare il vuoto lasciato da Trump, provando a mediare una pace e a ritagliarsi un ruolo nella ricostruzione. Ne esce una comunicazione efficace ma disordinata, in cui il messaggio conta meno del rumore che produce. Resta la questione politica. Cosa ottiene Salvini oltre agli applausi che arrivano da Mosca? L’ipotesi minima è un riequilibrio degli incarichi di governo: la Farnesina. E Tajani? Alle Infrastrutture al posto di Matteo dove il Ponte sullo Stretto continuerebbe a vivere come grande opera simbolica in attesa di una funzione reale.
Il centrosinistra osserva e incassa, perché con due Vicepremier così la Premier appare già riconfermata. La domanda non è se, ma dove. La risposta è ovvia: a Palazzo Chigi, sorretta da colonne che guardano a Est mentre l’Europa prova ancora a guardare avanti.
Angelo Santoro

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