
Il 16 maggio 2026, in via Emilia Centro a Modena, il trentunenne Salim El Koudri ha lanciato volontariamente un’auto contro la folla, travolgendo diversi passanti.
Non si è trattato di un incidente, di una distrazione o di una manovra finita male. L’auto è stata utilizzata deliberatamente per colpire persone inermi.
Una turista tedesca di 69 anni e un’altra donna coinvolta nell’investimento hanno subito danni fisici irreversibili, fino all’amputazione delle gambe. Due vite distrutte nel giro di pochi secondi.
Secondo la valutazione giudiziaria, l’imputato era capace di intendere e di volere. Non un individuo completamente inconsapevole delle proprie azioni, quindi, ma una persona ritenuta in grado di comprendere il significato e le conseguenze del proprio gesto.
Eppure non si sono visti grandi cortei nazionali. Nessuna mobilitazione permanente. Nessuna piazza riempita di bandiere. Nessuna gara tra politici, artisti e intellettuali per mostrarsi dalla parte delle vittime.
Due donne hanno perso le gambe nel centro di una città italiana, ma la loro tragedia non sembra aver prodotto lo stesso livello di indignazione riservato ad altri fatti.
Il problema è sempre lo stesso. In Italia non tutte le vittime ricevono la stessa attenzione. Alcune diventano simboli, altre vengono rapidamente dimenticate. Dipende da chi è l’aggressore, da quanto la vicenda sia utile politicamente e da quanto il fatto possa essere inserito senza difficoltà dentro una narrazione già pronta.
Quando la realtà disturba, cala il silenzio. Quando invece può essere sfruttata, partono manifestazioni, appelli e dichiarazioni solenni.
Qualcuno ha manifestato davvero per quelle due donne rimaste senza gambe?
Chiedo per un amico.
Piero Terracina

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