
Tempi duri per il giornalismo e i giornalisti. Abbiamo letto questa settimana sui giornali, sul web e sentito in radio e televisione un comunicato della Federazione Nazionale della Stampa Italiana che il rinnovo del contratto è sempre più duro, sia per la parte economica sia per la parte normativa. La Segretaria generale della FNSI, Alessandra Costante, ha una missione davvero difficile ma, conoscendo lei e la sua squadra, son sicuro che non mancheranno competenza, carattere e determinazione.
Leggiamo, più o meno contestualmente, che negli ultimi esami di Stato per diventare professionisti si è raggiunto il vertice storico delle bocciature. Commissari più severi o praticanti più fragili? Bella domanda. Fatto sta che sono tempi duri per il giornalismo, in Italia e non solo. Fatto è che una volta, evvai lo dico, “ai miei tempi” i giornali e il giornalismo li facevano…. i giornalisti. Giornalisti di “varia specie” ma sempre assistiti, addestrati, aiutati, corretti, indirizzati e controllati da professionisti storici e conclamati. Spesso dalla “varia specie” molti approdavano al professionismo, altri al pubblicismo, altri preferivano rimanere “esperti”. Ma esperti davvero. Adesso credono tutti di fare giornalismo e questo è oggettivamente un problema.
Mantova si fregia di essere la culla storica del giornalismo vantando, in competizione con Parma, il quotidiano più antico d’Italia. Guarda caso, proprio a Mantova nel novembre del 1962 si tenne il primo Congresso di storia del giornalismo. Ho trovato un bellissimo e scrupoloso opuscolo-programma di quello storico evento. Proprio Mantova nel 1981 visse uno dei primi cambiamenti epocali del giornalismo passando dal caldo piombo delle tipografie (“che ormai si tenevano solo con l’elastico”, diceva Rino Bulbarelli) al freddo rigido delle fotocomposizioni in striscia di plastica. Ora sembra preistoria. Ma il problema del giornalismo va oltre la tecnica. Sta nel cuore. L’altro giorno leggevo su Facebook un post di Federica Angeli, nota giornalista romana testimone di coraggio e resistenza nel mondo della dura cronaca, che sottolineava questo aspetto: vi fareste operare da un chirurgo non chirurgo e non iscritto all’Ordine del Medici? Vi fareste otturare un dente da un non dentista? Perché vi fate informare da non giornalisti non iscritti all’Ordine dei giornalisti? Non è solo un problema di iscrizione formale ma di formazione, competenza, conoscenza e regole. Questo è il cuore del problema. Mi pare. Certo, direte, è cambiato tutto. Il digitale, i social, i canali televisivi diventati infiniti, le all news, gli influencer, i comunicatori globali, i testimonial e via elencando hanno davvero rivoluzionato il settore. E tutti comunicano. Ma l’informazione è un’altra cosa. Ma il giornalista è o dovrebbe essere un’altra cosa molto meno complicata -in fondo- di quanto si voglia far credere: il giornalista vede e capisce la notizia, e la racconta nei termini che coscienza e regole gli (o le) indicano. Mica poco. Ma mica impossibile. Certo c’è il problema della parola. E qui casca l’asino. Provate a fare titoli tutti i giorni, cinquanta, settanta, anche cento, al giorno per quarant’anni poi provate a rimanere insensibili o inerti davanti a una parola sbagliata o gravemente inadeguata. Non ce la fate. Non ce la farete. Dovrete reagire, prima o poi sbotterete: ma no! Come all’ennesimo Nòbel, quando invece si chiamava, e quindi si dice, Nobèl. E’ più forte di voi. Avrete sviluppato un rapporto così intimo con la parola per cui essa stessa verrà a cercarvi e a dirvi: aggiustami!!! Chi ha fatto quarant’anni di titoli sa che dalla parola giusta passa tutto: la lettura dell’articolo, la vendita del giornale, la richiesta pubblicitaria. Una volta nei giornali c’erano quelli che scrivevano gli articoli, detti anche articolisti, e poi c’erano quelli che scrivevano i titoli detti titolisti. Noi nel giornalismo siamo abbastanza elementari, ma cerchiamo di non essere mai scontati. A volte in saldo ma mai oltre il 50 per cento del valore. Scherzo. Gli articolisti erano e sono importanti perché producono il corpo dell’articolo, la narrazione, la trama, la successione di quelle frasi che fanno di un testo qualsiasi un pezzo giornali sito. Ah che non è la stessa cosa: un bel testo anche corretto non è detto che possa essere un pezzo giornalistico. Spesso negli anni di corsi e ricorsi per praticanti a Fiuggi o in giro per l’Italia proponevo un testo ben scritto e ben impaginato su un tema di antropologia americana e gli aspiranti giornalisti rimanevano giustamente a bocca aperta. Non per stupore ma nel senso che non sapevano cosa dire. Era bello, era corretto ma non era un testo giornalistico. Poi proponevo il lead, ah il lead, cioè le prime frasi di un articolo di Gloria Satta de Il Messaggero sulla morte della sorella di Alberto Sordi, e lì gli aspiranti giornalisti professionisti si rasserenavano, vedevi proprio in diretta che i muscoli facciali superiori e immagino anche il corrispettivo mesencefalo si distendevano. Chiedo scusa per il mesencefalo, ma non ve lo spiego. Qualche volta pure al giornalista concedete una parola tecnica o scientifica: vi spinge ad andare su Google e cercate un po’. Mica possiamo darvi tutto gratis. “Mica” è bello ma non si deve usare troppo. Da non confondere con Micca (Pietro) o Mika (il cantante).
Quindi voltiamo pagina e basta brancolare nel buio. Ci siamo tutti dentro. Tra aspirazione e catarsi tra delusione e coraggio. Metafora del giornalismo e del sistema dell’informazione oggi tra “brancolare nel buio” e “stringere la cinghia”. Ma l’importante è “portarsi sul posto”. Anche “recarsi”, ma per una volta. Poi sarebbe meglio “andare”. Chissà cosa sceglierebbe la cosiddetta “intelligenza artificiale”?
Perché brancolare nel buio? Il buio spesso non è fuori ma dentro di noi. Dobbiamo abituarci a chiedere sempre: perché? Oppure: in che senso? E’ che ci piace brancolare nel buio.
Fabrizio Binacchi

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