
Quasi dieci anni fa (era l’otto luglio del 2013) affrontavo su richiesta del compianto fondatore e direttore del nostro giornale, Nicola Cariglia, il tema del taglio delle Province voluto dal ministro Graziano Delrio (già sindaco di Reggio Emilia) e la sciagurata riforma dei Governi Letta e Renzi che ben tutti conosciamo con la creazione dei cosidetti enti intermedi di secondo livello.
Nicola si affidò a me in quanto già giovanissimo ex sindaco di un comune dell’Hinterland milanese e già delegato per la Lombardia dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) a fine anni Novanta e da li a poco istituimmo la rubrica del mio blog personale sul giornale “La Parola al Sindaco” che si occupava e si occupa della “vita” dei primi cittadini e tutto ciò che riguarda gli enti locali.
Il tema delle Province sta tornando di grande attualità oggi ed è uno degli argomenti che presto affronteranno parlamentari e senatori insieme allla proposta di via libera nei comuni sopra i 3 mila abitanti contro lo sbarramento del terzo mandato dei sindaci eletti direttamente dal popolo.
Bene ha fatto l’ex senatore Beppe Facchetti a spiegare la situazione attuale nel brillante articolo di Apertura di PensaLibero di Ieri. Quale ulteriore contributo al dibattito riportiamo integralmente il mio articolo dell’8 luglio, ancora oggi attuale, che non solo si occupa delle amministrazioni provinciali sotto il profilo elettorale e di ruolo politico ma affronta anche lo spinoso tema delle competenze e del ruolo dei dirigenti e funzionari dell’Amministrazione pubblica.
Ce.M.
“Senza guardare in faccia nessuno, è indispensabile una politica lacrime e sangue per la reale riduzione degli organici della pubblica amministrazione e degli inutili bizantinismi burocratici.

“Ma davvero il Governo pensa che con un “provvedimento bandiera”, che cancella con un tratto di penna la parola Province dalla Costituzione e 150 anni di storia del Paese, si riconquisti la fiducia degli italiani nella politica? Basterebbe uscire dai Palazzi e tornare sui territori per capire che la sfiducia dei cittadini è tutta nell’incapacità di dare risposte sui problemi veri, sulle emergenze sociali, sul dramma della disoccupazione e sulla crisi dell’economia. Se il Governo, come ha detto, crede che l’abolizione delle Province possa servire a nascondere le vere emergenze, davvero non conosce il Paese”. E’ il grido di dolore del Presidente dell’Unione delle Province Italianne (Upi), Antonio Saitta dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri del Disegno di Legge di abolizione delle stesse. “Gli italiani – prosegue Saitta – sanno perfettamente quali sono i servizi che le Province garantiscono e su quello chiedono conto; non si faranno abbindolare dalla solita mossa della politica che annuncia che tutto cambierà, per non risolvere nulla. Siamo certi che il Governo si accorgerà presto che in Parlamento, dove il rapporto con i territori e le comunità è forte, le posizioni su questo tema sono diverse. I parlamentari conoscono bene quali problemi si troverebbe a dovere affrontare il Paese con l’eliminazione delle Province e il caos e la perdita di diritti e servizi essenziali che ne deriverebbe per le comunità. Sanno che l’Italia non è il paese delle metropoli ma delle piccole città, che senza Province resterebbero abbandonate. E sanno anche che le riforme vere, quelle che ancora il Governo non ha iniziato ad abbozzare nella furia di eliminare le Province, sono molto più urgenti”. Di nuovo, e ci domandiano se ancora una volta se ne sentiva la necessità, di un’altra dichiarazione di guerra della politica e degli apparati burocratici volta solo a salvaguardare se stessi, i propri privilegi, e le inutili procedure che li accompagnano. Inutile tornare a discutere sulla necessità nella vita amministrativa del Belpaese circa l’esistenza delle amministrazioni provinciali, rimaste “schiacciate” nell’ultimo ventennio dal continuo traferimento di responsabilità e competenze in capo ai comuni e alle regioni. Ma ancora una volta abbiamo prova dell’enorme resistenza che si produce di fronte a qualsiasi tentativo di riforma venga applicato in un qualsiasi settore della pubblica amministrazione. Non che il presidente dell’Upi sbagli quando dice che “la sfiducia dei cittadini è tutta nell’incapacità di dare risposte sui problemi veri”, ma è altrettanto vero come stiamo scrivendo da alcune settimane che la burocrazia italiana dai livelli più bassi degli enti locali sino ai piani alti dei ministeri romani sia solo funzionale a se stessa e che in questa fase di crisi economica gravissima e con le accelerazioni quotidiane date dalla tecnologia e dal web ci tenga lontano dal mondo 2.0 confinandoci invece nel tardo medioevo caratterizzato dalla pergamena e dal timbro in ceralacca. Ma non solo: checchè ne dicano gli studi statistici il personale della pubblica amministrazione è davvero troppo e mai in questi anni ha subito ridimensionamenti e diminuzione dei costi come invece avviene nel settore produttivo nazionale privato. Il cambiamento nei prossimi sei mesi, se davvero il governo Letta insisterà sul provvedimento inziato dal professor Monti di eliminazione e ridimensionamento delle Province, si avrà solo se esecutivo e parlamento riusciranno a far viaggiare di pari passo anche una vera ed efficace riforma per la semplificazione amministrativa. E, senza guardare in faccia nessuno, comincerà con una politica lacrime e sangue per la reale riduzione degli organici della pubblica amministrazione. Perchè se cancellando le Province il personale sarà interamente trasferito alle Regioni, avrà ancora una volta ragione lo speranzoso principe Tancredi che si rivolge all’anziano conte Fabrizio del Gattopardo di Tommasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.”
Cesare Mannucci

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