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DONNE DEL RISORGIMENTO: MASANELA, UNA GARIBALDINA

Di Giuliana Rovetta Congedata con onore, col grado di caporale, dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta, Tonina tornò alla vita comune, ricomponendo la famiglia e trasferendosi a Firenze. Mentre gli eventi storici seguono il loro corso, la povertà e la malattia si accaniscono su quella che era stata un’impavida combattente.

di Giuliana Rovetta | 13 Marzo 2011

Per comprendere e valutare appieno il contributo della figura femminile al processo risorgimentale occorre innanzitutto aver ben presente quale fosse la condizione delle donne in quel tempo: si trattava generalmente di una posizione di sudditanza giuridica e psicologica, imposta tanto dalle convenzioni sociali che dalla legislazione vigente. Solo con queste premesse è possibile apprezzare lo sforzo d’inventiva, la carica trasgressiva e anticipatoria di tutta una serie d’iniziative, apparentemente minori, messe in atto con coraggiosa determinazione da donne abituate per prassi, volenti o nolenti, ad interpretare ruoli del tutto secondari e a contenere entro limiti rigorosamente imposti l’espressione del loro vero sentire. Sancita dal codice napoleonico emanato nel 1804, l’autorità maritale in ambito familiare sottraeva di fatto alla figura femminile tutte le scelte decisive, comprese quelle riguardanti l’educazione dei figli, impediva alla moglie il compimento di atti giuridico-economici senza il consenso del coniuge, la escludeva dalla vita pubblica e non solo attribuiva al marito la gestione patrimoniale della dote, ma sottoponeva la donna a una pena aggravata in caso di adulterio o abbandono del tetto coniugale.
Proprio nell’anno dell’unificazione un libro proponeva alle coscienze la sudditanza femminile come problema di carattere eminentemente sociale e non solo privato. L’autore di La donna o la scienza, il giornalista e scrittore Salvatore Morelli, con questo testo anticipava di quasi un decennio l’opera di Stuart Mill L’affrancamento della donna dalla servitù politica. E tuttavia il codice civile detto Pisanelli, ancora nel 1865, ribadiva nella sua normativa i criteri ispiratori della legislazione napoleonica in materia. Morelli, una volta eletto deputato, si batterà nell’aula parlamentare per diverse legislature (1867-1880) al fine di strappare un ampliamento della sfera dei diritti della donna: “Il Parlamento Italiano ha l’obbligo di organizzare il nuovo potere facendo della donna, con la scienza e la libertà, la forza illuminatrice ed attiva che prepara nel seno della famiglia, mercé l’istruzione e il lavoro, la moralità e il benessere economico, dai quali emerge durevole e senza scosse il vero progresso sociale e politico della Nazione”. Queste parole, pur apprezzate da grandi uomini di cultura come Mazzini e Victor Hugo, restarono inascoltate, mentre tenevano ancora campo le teorie espresse da Gioberti nel Gesuita moderno (1846-47), che teorizzavano un parallelo del rapporto animale-vegetale con il divario fra uomo e donna.
Per nulla ovvia appare quindi la scelta delle molte donne, che fino ad allora erano poco scolarizzate e venivano sistematicamente scoraggiate dal pronunciarsi su avvenimenti pubblici, di impegnarsi, in differenti forme e con una sorprendente varietà di atteggiamenti, in un progetto politico che poteva sembrare lontano mille miglia dal loro piccolo universo. Invece, nel solco di una spinta ideale verso il rinnovamento, grazie a figure come Bianca De Simoni Rebizzo, fondatrice in Genova del collegio femminile detto delle Peschiere, Elena Casati Sacchi e Luisa Solera Mantegazza, si passa dalle benemerite attività filantropiche e caritatevoli tradizionalmente messe in atto dalle classi elevate per sostenere i più deboli, a più concrete iniziative sociali diffuse sul territorio nel campo educativo e professionale (asili, orfanotrofi, scuole infermieristiche, istituti professionali), come testimonianza della vocazione femminile a rivestire un ruolo etico-educativo anche nello spazio pubblico.
Altre donne si prodigarono su altri fronti, per sostenere la divulgazione delle idee attraverso la cura e la distribuzione clandestina di stampati e opuscoli, o diedero coraggiosamente asilo ad esuli e fuggiaschi come Giuditta Sidoli, o ancora sopportarono con stoica fierezza il sacrificio dei più stretti famigliari, come Teresa Casati Stampa, moglie di Federico Confalonieri, o come l’eroica Adelaide Bono Cairoli, pervasa di sentimento patriottico e antiaustriaco fin dalla giovinezza, i cui cinque figli parteciparono valorosamente alla lotta per l’indipendenza italiana (quattro di essi morirono, l’unico sopravvissuto diventerà Presidente del Consiglio del Regno d’Italia). Adelaide si adoperò per appoggiare Mazzini ed aiutare Garibaldi a organizzare la lotta armata. A fronte di tanta abnegazione Garibaldi si esprimerà con parole di alta considerazione per il suo sacrificio esemplare: “Il suolo che produce delle donne simili è un suolo sacro. Se questa madre m’avesse rinfacciata la morte de’ suoi figli, avrei dovuto chinare il capo e compatire al rimprovero […].Con donne simili una nazione non può morire.” (settembre 1860).
Un’altra via per attestare la volontà femminile di partecipare interamente alla dimensione civile del vivere è l’apertura allo spirito libertario di alcuni salotti, animati da donne più consapevolmente coinvolte nel dibattito delle idee e sprezzanti delle possibili ritorsioni. Oltre alla figura notissima ed addirittura emblematica di Cristina Trivulzio di Belgioioso, altre ebbero risalto come la contessa Maffei, giovanissima sposa del conte Andrea, famoso poeta e traduttore. Il suo salotto a Milano, fin dal 1834 centro di divulgazione d’arte e cultura, si trasformò presto in un polo di cospirazione antiaustriaca. Clara Maffei vide passare nella sua dimora ospiti illustri come Tommaso Grossi, D’Azeglio, Hayez, che la ritrasse in un famoso quadro, Listz e GiuseppeVerdi, che cominciò a frequentare il salotto dopo il successo del Nabucco e le restò amico per tutta la vita, il giornalista Tenca, fondatore della rivista Il Crepuscolo col quale Clara strinse una relazione, Nievo,Verga, Tarchetti e Balzac, che così la descrive: “La contessa era piccola, ma si sarebbe cercata invano una figura più elegante, più snella, più morbida […] e non era meno dotata sotto l’aspetto dell’intelligenza e dello spirito. Aveva la battuta pronta e capacità di narrare con una grazia e un fascino infiniti. Fatta per brillare in pubblico, per sedurre gli uomini più raffinati, passava volentieri le sue serate circondata da un ristretto gruppo di amici”. Finiti i moti del 1848, Clara Maffei, ormai separata dal marito, si avvicinò sempre più agli ambienti patriottici e continuò a sostenere nel suo entourage la causa in cui credeva anche dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
A Genova furono attive animatrici del dibattito di idee Bianca Milesi Mojon, pittrice e patriota, punto di riferimento fondamentale della colonia milanese in Liguria nell’organizzare l’accoglienza ai liberali lombardi, definita da Manzoni “madre della patria”, e Nina (Anna) Schiaffino, nata a Parigi ma di famiglia aristocratica originaria di Recco, andata sposa giovanissima al marchese Giustiniani: nel capoluogo ligure animò dal 1827 un salotto frequentato da Agostino Spinola, Nicola Cambiaso e visitato anche da Cavour, nel quale veniva svolta un’intensa attività per propagandare le idee repubblicane e per raccogliere fondi.
A divulgare gli ideali e le tappe del processo risorgimentale nei paesi anglosassoni, contribuendo a valorizzarne la causa, furono due donne scrittrici e croniste, non italiane, ma conquistate dall’amore per il nostro paese. Jessie White Mario, ovvero Hurricane Jessie dal soprannome che le diede Mazzini per onorarne il carattere impetuoso, tenne numerose conferenze in Inghilterra e Stati Uniti in cui venivano illustrate le ragioni dei patrioti, curò dal 1856 una rubrica filo-mazziniana intitolata Italy for Italians sulle colonne del quotidiano liberal Daily News che certamente ebbero una parte nel propiziare l’adesione al mito di Garibaldi da parte del popolo britannico, con il conseguente effetto non secondario di garantire anche un apporto economico. Originaria invece del Massachusetts, Margaret Fuller aveva ricevuto un’istruzione nettamente superiore a quella garantita alle donne del suo tempo: conosceva le lingue, si interessava ai fenomeni sociali ed entrò a far parte, prima donna giornalista, dello staff del New York Tribune. Sebbene assunta come critico letterario, alla vigilia del 1848 fu inviata in Europa per documentare gli avvenimenti in corso e qui intrattenne contatti nelle diverse capitali frequentando Mazzini a Londra, George Sand a Parigi e partecipando poi con trasporto, una volta giunta in Italia, alle vicende risorgimentali, ma anche collaborando all’assistenza ai feriti durante l’assedio di Roma.
Di tutte le donne rievocate fin qui, e colpisce nella loro storia la capacità –tutta femminile- di tenere insieme l’adesione intellettuale anche d’alto livello con azioni sul campo di carattere pratico e organizzativo, solo pochissimi nomi trovano posto nella memoria condivisa del Risorgimento. Quasi sempre criticate per il loro anticonformismo (nelle forme del femminismo, dell’esibizionismo ma anche per le indebite curiosità intellettuali), molte fra queste eroine hanno conosciuto il carcere e l’ostracismo sociale, per poi concludere la loro esistenza o nell’isolamento o altre volte in modo drammatico. “Una storia scritta con l’inchiostro invisibile”, osserva Bruna Bertani sulla rivista Minerva, nel testo on-line Donne e Risorgimento: una storia taciuta.
E un altro nome si aggiunge all’elenco, mai declamato nelle rievocazioni ufficiali, di queste pazienti artefici della complessa trama risorgimentale, protagoniste silenziose di atti estremi di coraggio. Se è vero che l’unica donna presente nell’elenco ufficiale dei Mille, stilato dal ministero della Guerra e pubblicato sul Giornale Militare nel 1864, fu Rosalie Montmasson, una popolana originaria dell’Alta Savoia che per amore volle seguire Crispi nell’avventura garibaldina, un altro personaggio femminile si nasconde sotto un nome d’uomo in occasione della partenza per la Sicilia di una spedizione di poco successiva.
Il ritrovamento ad opera di Alberto Espen di un documento anagrafico nelle carte del comune di Cervarese Santa Croce nel Padovano permette di ricostruire le parti mancanti di una vicenda a metà strada fra storia e leggenda, riguardante l’eroica Antonia Masanello, nata nel 1833 e quindi giovanissima patriota quando già aiutava i patrioti del Lombardo-Veneto a fuggire in Piemonte, aiutata in questa rischiosa operazione dal marito. Segnalati alla polizia austriaca come mazziniani e liberali, i due giovani sposi furono costretti a rifugiarsi con la figlioletta in una città oltreconfine, forse Modena. Venuta a conoscenza della preparazione dell’impresa garibaldina, Tonina decise di inseguire il sogno di partecipare alla spedizione, ma giunta col marito a Genova si rese conto che le navi Lombardo e Piemonte erano già salpate col loro carico di uomini e di speranze. La coppia trovò posto nella quarta spedizione, coordinata da Gaetano Sacchi che già aveva combattuto con Garibaldi in Uruguay, ma a patto che la giovane donna si travestisse da uomo e si presentasse come Antonio Marinello. Giunti in Sicilia dopo la battaglia di Calatafimi, con un carico di armi e munizioni, Tonina e il marito si unirono ai garibaldini a Salemi e fecero la loro parte nei combattimenti senza che i commilitoni dubitassero, tanto era il suo coraggio, della vera identità di quel combattente esile ma ardimentoso che stava al loro fianco. Alcuni ufficiali, oltre allo stesso Garibaldi, erano a conoscenza della sua segreta identità, ma nessun particolare riguardo fu per questo richiesto o accordato: secondo le testimonianze dei presenti, Tonina svolgeva al pari degli altri i turni di guardia, eseguiva con entusiasmo le mansioni assegnate, si buttava nella mischia senza esitazione. Fu forse questo personaggio arricchito da un’aura leggendaria, tanto era lontano dal cliché della donna comune di quell’epoca, o l’entusiasmo e l’abnegazione di questa giovane madre rappresentano un caso, fra altri non noti, di quanto potesse arrivare a fare una donna conquistata agli alti ideali patriottici? Quel che è certo è che, malgrado lo spicco di questa figura e del suo comportamento, a cose fatte la sua sorte seguì quella delle altre donne attive nel periodo risorgimentale: o il ricordo sottotono o addirittura l’oblio.
Congedata con onore, col grado di caporale, dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta, Tonina tornò alla vita comune, ricomponendo la famiglia e trasferendosi a Firenze. Mentre gli eventi storici seguono il loro corso, la povertà e la malattia si accaniscono su quella che era stata un’impavida combattente. Morta di tisi a ventinove anni, assistita dal marito, viene sepolta nel cimitero monumentale fiorentino delle Porte Sante all’ombra San Miniato, dove sulla lapide un epitaffio ne ricorda l’eroico sacrificio. L’autore, il poeta e drammaturgo Francesco Dall’Ongaro, nei suoi versi così ricorda “Masenela la garibaldina”: “Era bionda, era bella, era piccina ma avea/ cor di leone e di soldato.” E alla sua morte una rievocazione le dedicò pure The Daily True Delta, un quotidiano di New Orleans che in un commosso articolo intitolato “An Italian Heroin” dell’aprile 1862 ripercorse le gesta della giovane garibaldina.
Circa un anno dopo la morte di Antonia Masanello, una poetessa parmense di sentimenti filo-garibaldini, Ada Corbellini Martini, autrice di versi inneggianti alle camicie rosse, esprime in una sua lirica il desiderio di essere sepolta accanto a Tonina. Morirà giovanissima anch’essa, ma non senza aver prima assistito personalmente alle prime sedute del nuovo Parlamento.
Riferisce il Corriere Fiorentino in un articolo di Mauro Bonciani del 16 febbraio 2011, che la lapide di Dall’Ongaro si trova dal 1958 nel cimitero di Trespiano insieme a numerose altre tombe di patrioti coraggiosi come lo fu questa semplice donna disposta a battersi alla pari di un uomo pur di contribuire all’unità d’Italia.

Giuliana Rovetta ( Studiosa di letteratura francese, redattrice delle riviste RESINE e SATURA – Genova )

Pubblicato in : Primo piano

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Commenti

  1. Giovanna Lori

    16 Marzo 2011 alle 09:29

    Veramente bello-e per certi versi commovente-questo articolo di Giuliana Rovetta! Le mie figlie hanno frequentato, alle elementari, una scuola intitolata ad Adelaide Cairoli: mi ha quindi particolarmente commosso trovarne qui ricostruite le vicende e il sacrificio di quattro dei suoi cinque figli. Ho trovato anche molto interessante la ricostruzione delle vicende del deputato che si era attivamente impegnato, subito dopo l’Unità, per un miglioramento dei diritti delle donne: sono tutte figure che meriterebbero di essere ulteriormente valorizzate.

    Rispondi
  2. Costanza Geddes da Filicaia

    16 Marzo 2011 alle 09:24

    Ho trovato molto interessante questo saggio di Giuliana Rovetta che ricostruisce, con passione e con dovizia di particolari, il ruolo delle donne nelle vicende risorgimentali. Peraltro, questo tema, che si collega a quello della partecipazione femminile alla vita politica e sociale dello Stato italiano appare partcioalrmente attuale in considerazione del persistente stato di arretratezza che, per alcuni aspetti, continua a caratterizzare la condizione femminile in Italia, soprattutto a paragone di molti altri stati europei.

    Rispondi

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