
Per mesi ha raccontato che i dazi erano una genialata: non alzavano i prezzi, punivano i paesi stranieri, riportavano lavoro in patria. Chi osava dire il contrario veniva bollato come traditore o incompetente.
Poi gli americani hanno guardato lo scontrino del supermercato e i nodi sono venuti al pettine. Il carrello della spesa è esploso: carne, caffè, frutta, prodotti base, tutto più caro. Le famiglie si sono ritrovate a spendere molto di più ogni mese solo per riempire il frigo. Nel frattempo le elezioni locali hanno iniziato a mandare segnali chiari: dove il costo della vita è il tema numero uno, chi governa paga dazio, stavolta nel senso letterale. A quel punto il paladino dei dazi ha cambiato copione. Improvvisamente, i dazi sul cibo si possono tagliare. Non perché fossero una pessima idea in partenza, ma perché ora bruciano sui sondaggi. La mossa arriva con aria di grande intuizione: taglio dei dazi su centinaia di prodotti alimentari, soprattutto quelli che pesano di più sul carrello. Carne bovina, caffè, frutta tropicale, succhi, tè, cacao, spezie, perfino fertilizzanti. Non è coscienza sociale, è puro istinto di sopravvivenza politica. I dazi hanno fatto arrabbiare i partner commerciali, hanno zavorrato i consumatori e hanno iniziato a mangiarsi consensi. Così si allenta dove fa più male agli elettori e la si spaccia per “mossa strategica”. Le motivazioni reali sono semplici. Politicamente, non puoi ignorare milioni di persone che ti dicono che fare la spesa sta diventando un lusso. Economicamente, i dazi non sono una punizione per gli altri, sono una tassa in più sui tuoi cittadini. Giuridicamente, l’intero castello montato per giustificare i dazi di emergenza è finito nei tribunali e rischia di crollare.
In mezzo a tutto questo, Trump continua a vendere il sogno del “dividendo dei dazi”: soldi alle famiglie pagati proprio con i proventi di quelle stesse tariffe. Duemila dollari a testa, promessi a chi ha redditi medio-bassi. Peccato che nello stesso momento stia tagliando i dazi che dovrebbero finanziare il regalo, e con gli stessi soldi prometta anche di ridurre il debito pubblico. Un gioco di prestigio senza trucco, perché il trucco è talmente grossolano che si vede da lontano. La storia dei dazi racconta meglio di qualsiasi analisi quanto sia impreparato questo pseudo presidente. Prima annuncia un piano tariffario enorme, costruito più sulla propaganda che sulla logica economica. Poi arrivano gli effetti reali: mercati nervosi, partner irritati, prezzi in salita, ricorsi nei tribunali. Quando la realtà bussa alla porta, parte la fase del rifacimento: si taglia, si corregge, si rinnega senza mai ammetterlo, e ogni marcia indietro viene presentata come parte di un disegno superiore che non esiste. L’immagine è quella di uno che usa i dazi come fossero i tasti di un videogioco: premi un pulsante e colpisci un paese, premi un altro e alzi il prezzo del caffè, poi quando gli elettori si arrabbiano cerchi il tasto “undo” sui prodotti più sensibili. Nessun piano, solo reazioni. Un presidente vero dovrebbe sapere che i dazi toccano catene di fornitura, investimenti, rapporti diplomatici, contratti di lungo periodo. Qui invece è tutto ridotto alla scena del giorno, al titolo del telegiornale, al tweet successivo. La marcia indietro sui dazi alimentari non è una svolta, è una toppa su un buco creato da chi doveva governare con la testa e ha governato con lo slogan. Prima i dazi vengono venduti come bacchetta magica, poi si scopre che la magia la paga chi fa la spesa. Resta il ritratto di uno pseudo presidente che guida la prima economia del mondo come se fosse ancora in campagna elettorale permanente: annunci roboanti, effetti disastrosi, correzioni affannate. Il copione, ormai, è fisso: prima l’annuncio “storico”, poi il casino, poi la retromarcia raccontata come genialata. Cambiano i prodotti sullo scontrino. Lui, purtroppo, no.
Arriverà alle elezioni di mid term? Ai posteri l’ ardua sentenza.
Pero Terracina

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