La discussione sull’articolo 18 stimola in me vecchi ricordi, diciamo che mi ringiovanisce di trent’anni, mi riporta ad una discussione che è passata alla storia con il nome di decreto di San Valentino.
La discussione sull’articolo 18 stimola in me vecchi ricordi, diciamo che mi ringiovanisce di trent’anni, mi riporta ad una discussione che è passata alla storia con il nome di decreto di San Valentino. La meccanica è la stessa, una provocazione politica su un tema marginale (allora 4 punti di scala mobile, oggi la pseudo tutela dell’art 18, che, come si sa, tutela solo i lavoratori delle aziende sopra i 15 dipendenti e con contratto a tempo indeterminato) sulla quale la sinistra attacca a testa bassa senza rendersi conto che si è infilata in un cul de sac senza uscite, proprio perché è un tema che ormai interessa un numero sempre più ristretto di cittadini italiani. Sarebbe più serio ed intelligente invece affrontare il tema da un’altra angolazione: è possibile uno scambio tra una garanzia marginale, che però viene vissuta da destra come un blocco alle assunzioni (cazzata immane ma tant’è) con una tutela diffusa che magari parte da un livello più basso ma con una tendenza a divenire stabile e con un impegno – questo sì importante – a riportare all’ordine del giorno una seria politica industriale, unica possibilità di uscire da questa crisi infinita? E’ possibile ripartire da una nuova Programmazione economica, tanto per usare un termine caro a Giorgio Ruffolo ed ai socialisti lombardiani? Il Contratto unico a tutele crescenti non è un’invenzione dell’ultima ora di Renzi, è una proposta di Tito Boeri e degli economisti della voce.info che data ormai da alcuni anni, e, secondo me è una buona soluzione che – se davvero abbinata ad una riduzione dei contratti capestro che hanno contraddistinto in questi vent’anni le varie riforme del lavoro dei vari Governi – potrebbe riaprire dei varchi per una politica occupazionale volta a favorire l’ingresso dei giovani. Resto però fermo su una mia convinzione: il lavoro non si crea per decreto e neppure con un disegno di legge: il fallimento delle leggi “Treu” e “Biagi” (anche se lui poveretto non ne ha colpa) lo conferma, i posti di lavoro stabili e duraturi si generano con una politica che, a partire dalla ricerca applicata, scende per li rami sino ad una nuova politica industriale. In questo campo l’Italia è in ritardo di vent’anni, ha perso tutti i treni che sono passati, dall’informatica, all’ambiente, all’energia, inseguendo chimere che hanno arricchito altri Stati.
(Circolo Rosselli)

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