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Diritto internazionale e democrazia, una coppia in crisi

Sabino Cassese, su il Corriere della Sera di sabato scorso, scrive che il diritto internazionale è in crisi da settant’anni, prima nemmeno esisteva, e che da quando si è instaurato un consiglio di sicurezza alle Nazioni unite, vigono solo i rapporti di forza. Dal 1948 ad oggi Cassese ha contato almeno conto guerre e vi sarebbero da aggiungere anche quelle non dichiarate. Il ministro dell’Industria cubana, Ernesto Guevara, si presentò in tuta da combattimento all’Onu e dopo aver illustrato i pacifici propositi della prosperosa e democratica Cuba a vantaggio del diritto dei popoli, partì con un mitra per incendiare la Bolivia ed il resto del continente sudamericano.

di Riccardo Bruno | 18 Gennaio 2026

Sabino Cassese, su il Corriere della Sera di sabato scorso, scrive che il diritto internazionale è in crisi da settant’anni, prima nemmeno esisteva, e che da quando si è instaurato un consiglio di sicurezza alle Nazioni unite, vigono solo i rapporti di forza. Dal 1948 ad oggi Cassese ha contato almeno conto guerre e vi sarebbero da aggiungere anche quelle non dichiarate. Il ministro dell’Industria cubana, Ernesto Guevara, si presentò in tuta da combattimento all’Onu e dopo aver illustrato i pacifici propositi della prosperosa e democratica Cuba a vantaggio del diritto dei popoli, partì con un mitra per incendiare la Bolivia ed il resto del continente sudamericano. Di sicuro Cassese ha ragione. Appellarsi al diritto internazionale in tempi come questi è buono per chi vuole nascondere la testa sotto la sabbia.

Accumulata alla crisi del dritto internazionale, Cassese denuncia quella democratica e sfonda una porta aperta. La democrazia in se stessa,, lo sosteneva Tocqueville analizzando l’America e pensando all’Europa, è il principale fattore di crisi. Prima di Tocqueville, Kant, per il quale la democrazia in Francia richiedeva una forma repubblicana in modo da arginarla, dal momento che legge del re, non valeva più niente. E retrocedendo nel tempo, Montesquieu, tanto diffidava della democrazia, da voler separarne i poteri. In sostanza il pensiero occidentale, dal greco Platone, che riteneva quello democratico il regime più corrompibile, apre la strada ai timori di Cassese. Se vuoi trovare un pensatore democratico, ti rivolgi a Rousseau che infatti è accusato di totalitarismo.

L’America non ha avuto un’aristocrazia di sangue insediata alla guida dello Stato, ne ha dovuto costruire una di talento, militare o economico quale che fosse. Trump ha surclassato qualsiasi presidente milionario dal momento che nemmeno era un politico in senso proprio. Trump viene direttamente dal mondo degli affari. Nel suo caso, si potrebbe adottare un argomento ancora più radicale. Se l’America si ritrova nelle mani di un simile personaggio, è già corrotta di suo. Non c’è nemmeno bisogno di aggiungere altro. Lo spirito selvaggio del capitalismo ha alla fine accecato il popolo americano con l’avidità e Trump ha coronato il suo destino. Charlie Manson direbbe più brutalmente che l’America si è consegnata ai porci di Hollywood o di Mar a Lago, che è lo stesso. Altro che crisi della democrazia.

Se poi si vuole discutere seriamente della centralizzazione dei poteri del presidente, bene tale caratteristica non è tipica di Trump. Appartiene all’insieme delle amministrazioni americane, da George Washington in avanti. Si potrebbe anche dire che Washington fu costretto dal Congresso ad accentuare la centralità del suo ruolo, dovendo combattere e vincere contro l’Inghilterra. Lo stesso varrebbe per Jefferson che ancora combatteva l’Inghilterra nel 1811. Dopo di che non si capisce perché mai Lincoln dovette superare tutti i suoi predecessori. Non c’è nessuno che centralizzò il potere a danno della costituzione federale come fece Lincoln. Lincoln arrivò a fare la guerra contro gli Stati che gli si opponevano. In Virginia, Lincoln, non aveva nemmeno un voto. Fece dar fuoco ai fienili. Da notare che ricostruire giudiziariamente le circostanze dell’omicidio di Lincoln, sarebbe stato in seguito impresa impossibile. Il processo ai suoi esecutori fu tenuto da un tribunale militare e coperto dal segreto istruttorio. A memoria del controllo politico della giustizia, sia Napoleone che Ulysses Grant, si rimisero ai generali, non a dei magistrati, per essere certi del verdetto.

L’esempio più formidabile della crisi del diritto e della democrazia, lo troviamo in America nel secolo scorso con Kennedy. Kennedy si presentò a Berlino per dire che la metà dei paesi del mondo oltre quel muro erano privi di qualsiasi libertà. Di conseguenza intervenne a Cuba e in Vietnam, dopo essere intervenuto in Congo. Ma anche Obama, che pure la democrazia ed il diritto voleva ripristinarli, il presidente Bush torturava i prigionieri di guerra a Guantanamo e ad Abu Grahib, ha fatto prelevare ed uccidere uno sceicco saudita senza un regolare processo, e peggio ancora fece con il leader libico Gheddafi. Kennedy, facendo uccidere N’diem e presumibilmente Lumumba, ed Obama, ridussero la democrazia americana ad eliminare sommariamente i suoi nemici, quando Truman portò i nazisti alla sbarra. Per cui, se la crisi della democrazia e del diritto. come scrive Cassese, camminano insieme, procedono storto e da molto tempo prima di Trump.

A conti fatti, si potrebbe riesumare con Tocqueville anche Carl Schmitt, il giurista del nazional socialismo tedesco che amava Mosca. Meglio sostituire la democrazia con un dittatore, e d’altra parte proprio gli editorialisti del Corriere della Sera ci dicono, oramai quasi ogni giorno, come il presidente americano assomigli a Hitler o a Putin. A scavare, resterebbe solo una differenza, di cui pure nessuno si preoccupa. La corrotta democrazia americana vota sovente e nel caso di un doppio mandato di 4 anni, un terzo non si può fare. Solo Roosevelt si concesse tanto e poi il Congresso lo proibì per legge. Se questa differenza sembra da poco, meglio. Potremmo vivere tranquillamente in Russia o in Bielorussia, in Cina, in Afghanistan e senza accorgerci di nessun cambiamento.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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