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DILEMMI EUROPEI

Siamo sicuri che questo unilateralismo sia una cattiva idea?
Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 24 Maggio 2010

Una decisione opportuna, nel merito e nel metodo, questa volta “nuda” è rimasta la speculazione. Non condivido la reazione che si è scatenata, soprattutto da parte francese, contro il divieto di naked short selling (vendite allo scoperto, “nude” appunto) sui titoli di Stato dell’eurozona, deciso dalla Germania unilateralmente.

E la “protesta” degli operatori finanziari, che ha portato ai ribassi di mercoledì e di ieri, è lì a testimoniare come il colpo battuto dai tedeschi sia stato una bella randellata in testa a quella speculazione contro la quale non più tardi di una settimana fa l’Europa e il Fondo Monetario hanno dovuto stanziare 750 miliardi. Certo, è vero che a banche e compagnie di assicurazioni tedesche è arrivato un beneficio da questa mossa, ed è persino lecito dubitare che questo vantaggio collaterale fosse il primo obiettivo di Berlino, nella consapevolezza del fatto che il sistema bancario tedesco nasconda ancora tossicità finanziarie.

Ma se anche fosse, quello che più conta è che di fronte al continuo balbettio di Eurolandia al cospetto dell’attacco speculativo contro la moneta unica partito da mesi, qualcuno abbia finalmente tirato fuori gli attributi e preso una vera contromisura. Forse non sufficiente, certamente tardiva, purtroppo solitaria, ma una scelta.

Perché, parliamoci chiaro, nell’ordine l’Europa ha: ignorato il pericolo; creduto che l’attacco fosse alla Grecia e per colpa della Grecia; messo in campo una prima reazione, poi una seconda e una terza, tutte clamorosamente snobbate dai mercati.

E solo alla fine, dopo mesi di incertezze, ha finalmente messo in condizione la Bce di comprare bond europei per arginare le spinte al rialzo dei tassi sui debiti sovrani. Provvedimenti che se presi prima avrebbero fatto risparmiare tanto denaro e dato la sensazione alla speculazione che non ci sarebbe stata trippa per gatti.

Così, invece, la manovra è stata solo parzialmente efficace, e ora costringe un bel po’ di paesi, Italia compresa, a interventi correttivi delle proprie finanze pubbliche che rischiano di essere recessivi, finendo per tappare una falla (i deficit correnti) e aprirne un’altra (i pil che non crescono).

Dunque, meglio una mossa tardiva e unilaterale che niente. Tanto più se nello specifico si tratta di una mossa giusta. E che lo sia lo dimostra il fatto che nessuno l’ha attaccata nel merito. Allora rimane il problema del fatto che la Germania ha agito da sola, dopo che la Merkel ha definito l’euro “in pericolo” e si detta pronta a prendere “tutte le misure necessarie” per difenderlo? Anche qui bisogna essere molto netti: l’unilateralismo non è mai la migliore delle strade percorribili, ma se le altre sono chiuse e quella diventa l’unica praticabile, ben venga. In questo caso, quindi, il problema non è la mossa della Merkel, ma l’incapacità di tutti gli altri governi di trovare soluzioni condivise. Si dice: ma i tedeschi vogliono imporre la loro linea.

Probabile. Ma i deboli, cioè tutti gli altri – francesi compresi, che senza l’asse con Berlino non vanno da nessuna parte – devono sapere che il marco è l’unica moneta nazionale che potrebbe rinascere senza colpo ferire, e che uno sganciamento tedesco dall’euro non conviene proprio a nessuno. Ricatto? No, realpolitik. Sono convinto che la Merkel non solo sia genuinamente europeista, ma sia anche la più europeista tra i leader attuali, oltre che presiedere la cancelleria maggiormente decisiva ai fini della salvezza dell’euro e dell’integrazione continentale. Per questo va aiutata, non avversata, e vorrei vedere il nostro Paese schierato senza esitazioni dalla sua parte. I motivi li ha spiegati con chiarezza l’ex ambasciatore a Berlino, Antonio Puri Purini, sul Corriere della Sera di mercoledì.

Convinciamoci di una cosa: dopo la crisi finanziaria mondiale e quella europea che stiamo attraversando, sulla schedina dell’euro dell’Europa è escluso il pareggio, cioè il ripristino della situazione ante-crisi: o si vince o si perde. Vincere significa fare una “Maastricht due” con cui costruire gli Stati Uniti d’Europa. Perdere significa sfasciare la moneta unica.

O per la disgregazione del sistema monetario, a seguito di un attacco speculativo in grande stile ai due paesi che più si prestano a procurare un danno sistemico, Spagna e Italia. O per il ritiro dei tedeschi che vanno rinascere il marco. O, infine, per una divisione dell’eurozona in due soggetti a velocità diverse e con monete diverse, cosa che alimenterebbe le già forti spinte separatiste che serpeggiano in Italia, visto che il Nord avrebbe i numeri per stare in serie A e al Sud toccherebbe stare in B, salvo verificare – e si può immaginare quanto sarebbe “sanguinoso” – come dividere tra le due Italie il debito pubblico. In tutti i casi, è indispensabile vincere. E senza la Germania è impossibile

Enrico Cisnetto ( da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta )

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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