“Segnali di ripresa ci sono e sono consistenti è innegabile, ma continua a mancare una vera solida domanda interna.”
Ebbene sì, ci siamo liberati della recessione, dopo tanti trimestri. Lo dicono tutti dall’estero e dall’Italia, dal prudente prudentissimo ministro Padoan agli uffici studi severi di Confindustria, e centri di analisi. Ma non ci siamo liberati della litania della “timida ripresa”. Cosa sarebbe: ripresa con leggero imbarazzo?
Anche qui lo dicono tutti: ebbene sì la ripresa c’è ma è debole, è timida, dipende da tanti fattori fluttuanti come petrolio basso, dollaro competitivo, bazooka Draghi, liquidità banche e via discorrendo. Speriamo che la ripresa si consolidi. In giro c’è abbastanza ottimismo.
Non si vedeva da sette anni, almeno. Lo vedi anche sulle facce dei banchieri che sono i primi sensori dell’andamento economico finanziario. Mi dice un importante dirigente di uno dei gruppi bancari più grandi d’Europa che quest’anno, per la prima volta dopo sei anni, non aumenta il fondo per compensare i rischi di insolvenza. Mica male.
E poi confermano tutti che sono aumentate le “fatture consistenti”, cioè gli affari strutturati. E poi all’orizzonte prossimo c’è –cito testualmente- “questo Expo che un po’ di gente porterà da noi” e “ci dà una mano anche la Chiesa con il Giubileo dall’8 dicembre”. Insomma speranza e fiducia, su fatti reali. Ma c’è sempre un “ma” .
E me lo conferma Sergio de Nardis prudente prudentisismo come Padoan capo economista di Nomisma: “Segnali di ripresa ci sono e sono consistenti è innegabile, ma continua a mancare una vera solida domanda interna. Senza una vera domanda interna io sarei sempre prudente”. Già, questa benedetta domanda interna che non scatta è il problema dei problemi.
Doveva riprendere dopo gli 80 euro ma evidentemente non così efficacemente. Doveva arrivare con aiuti alle famiglie e alle imprese ma evidentemente quei pochi soldi liberati da tariffe, tasse e burocrazie varie, non sono stati sufficienti per innescare nuova domanda moltiplicatrice.
E avverte Gianpiero Torrisi giovane simpatico professore italiano che da anni insegna economia pubblica all’Università di Portsmouth che non serve il maquillage di aggiungere al Pil italiano economia sommersa come il lavoro nero o illegale come traffico di droga e prostituzione.
Anche con le proiezioni più favorevoli elaborate dalle prudenti prudentissime banche nel 2016 avremo un 5 per cento di imprese nel riquadro dei campioni, e cioè con buona redditività e indebitamento congruo o basso, e più del 75 per cento di aziende nel riquadro delle imprese mature che se la cavano ma –traduco io- che non hanno imparato nulla dalla crisi, non ne escono trasformate. E questo preoccupa.
E vero che la domanda è bassa anche in giro per l’Europa ma da noi si aggiungono fardelli che nei decenni non siamo stati capaci di cancellare o nemmeno di allentare, e viene noia anche a noi ripeterli ancora una volta: sono il fardello della burocrazia, per cui da noi in Italia ci vogliono 40 adempimenti per aprire una impresa, negli Stati Uniti sei, il fardello dell’evasione fiscale e dell’elusione fiscale che sottrae decine e decine di miliardi alla comunità e il fardello della divisione che non ci fa fare sistema.
Ci vorrebbe un grande obiettivo comune su cui convergere, parole chiave dello sviluppo e della ripresa che dovrebbero unire e non frantumare. Ma noi siamo fatti così.
Ci piace la litania della timida ripresa, dietro cui ripararci, prima di capire se davvero la ripresa si sta innervando nel corpo multiforme della nostra società. Ecco: speriamo nella multiforme ripresa.

Lascia un commento