
Il fallimento del liberismo, nella sua versione globalista, è evidente, avendo prodotto il massacro del welfare e la compressione della democrazia in Occidente e avendo dato alla Cina l’opportunità di assurgere a potenza mondiale, con il suo portato di totalitarismo.
Oggi le democrazie occidentali, pur rendendosi conto del pericolo cinese, sono affette da una crisi di valori e di identità, con aspetti oicofobici destrutturanti.
In questo contesto, quelle che un tempo erano le sinistre hanno abbandonato la loro missione di difesa dei ceti meno abbienti e, perso il contatto con la rappresentanza sociale e con il territorio, hanno costruito la loro identità su un’ideologia ecologista e sulla rivendicazione di diritti civili in gran parte frutto di una cultura delle élite in contrasto con i diritti naturali e con i valori fondanti della civiltà occidentale.
Le sinistre, siano esse laiche o cattocomuniste, si sono posizionate su un fronte radical chic, adottando il combinato disposto del liberismo globalista e di un comunismo assistenziale, con l’intento della passivizzazione delle masse.
Le sinistre hanno tradito la loro ragion d’essere.
In questa stagione di profondo cambiamento, accelerato dalla pandemia catalizzatrice di un asservimento delle masse, può trovare nuovo e decisivo spazio una sinistra riformista liberal democratica che sappia coniugare lo sviluppo capitalistico con la diffusione della ricchezza e con il welfare, rivisto e attualizzato, essendo la diffusione della ricchezza e il welfare i due pilastri sui quali si regge la democrazia.
Si pone la questione di una fase rifondativa di una sinistra riformista.
Compito difficile, ma non impossibile, se la nuova sinistra, aliena dalle derive esiziali di quella che ha tradito il motivo per cui è nata, sarà capace di dotarsi degli strumenti ideali, politici e delle tecnicality che le possano consentire di essere all’altezza del compito.
In questa direzione è utile la riflessione di Carlo Pelanda, racchiusa in un libro da studiare e meditare, dal titolo: “La riparazione del capitalismo democratico. Nuovi modelli nazionali e architetture internazionali (Rubettino editore).
Impossibile riassumerne il contenuto, dato il susseguirsi dei concetti, degli scenari e delle proposte, ma vale la pena di concentrarsi su alcuni concetti di fondo, il primo dei quali, fondamento di tutti quelli seguenti, è che “la rivoluzione democratica è definibile come «trasferimento di poteri e facoltà dai pochi ai molti».
Negli ultimi anni è accaduto il contrario e Pelanda, dopo aver analizzato i difetti del welfare indiretto (creazione di ricchezza diffusa e di lavoro che consente di acquisire in proprio protezione sociale) e diretto (lo Stato che garantisce), propone un “welfare di investimento”, che sappia superare i difetti dell’uno e dell’altro.
“Il modo migliore e più sintetico per capire se un modello politico-economico funzioni sul piano della capitalizzazione di massa o meno – scrive Pelanda – è quello di vedere se favorisce l’espansione della classe media, con crescita di reddito di questa, oppure la riduce. E se la mobilità ascendente (il figlio fa un lavoro migliore del padre) è elevata o meno”.
E’ qui che la sinistra ha fallito, in quanto si è prestata al disegno del globalismo finanziario e del grande reset che punta al livellamento verso il basso di masse omogeneizzate e passivizzate.
Il “welfare di investimento”, secondo Pelanda, deve mettere “ogni individuo in una condizione di partenza uguale, di buon livello, per aumentare la sua probabilità di cogliere un’opportunità di mercato, sostenendolo nei suoi percorsi di mobilità durante la carriera”.
Il “welfare di investimento” si basa sul dinamismo economico e, questo il punto fondamentale, sul potenziamento cognitivo, su “una rivoluzione cognitiva di massa per ottenere il capitalismo altrettanto di massa entro un mercato liberalizzato”.
Ecco il punto: la conoscenza diffusa di alta qualità, ossia l’esatto contrario della passivizzazione delle masse a cui si presta la sinistra che ha tradito la sua missione e che ragiona come le élite finanziarie del globalismo. Una sinistra, come quella italiana, che per un anno e mezzo ha prodotto il Governo dei banchi a rotelle, non è sicuramente in grado di produrre una qualsiasi strategia di rivoluzione cognitiva.
C’è, dunque, largo spazio per un ripensamento di una nuova sinistra liberal democratica e riformista, che occupi lo spazio politico lasciato da una sedicente sinistra ormai del tutto prona al disegno, peraltro ormai in pieno fallimento, della finanza internazionale globalista.
Silvano Danesi (nuovogiornalenazionale.com)

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