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Fuori (o dentro) l’immigrato. Vita di un clandestino

di Vincenzo Donvito | 2 Ottobre 2017

Leggi oggi, leggi ieri, leggi domani… beh, e’ vero questi immigrati sono un po’ troppi. Ok, siamo un Paese dell’accoglienza e, in un certo senso, mi fa piacere che anche il presidente della Commissione europea, quello li’ del Lussemburgo, ha riconosciuto il nostro importante ruolo in merito nel Mediterraneo. Poi, molti di noi sono cattolici, e che si fa? Si rinnega anche questo? Del resto, papa Francesco ce lo ricorda sempre, e fa bene. Qui a furia di rinnegare, non c’e’ rimasto molto: rinnega la gioventu’ (ah, i licei occupati, i viaggi, gli ostelli, l’Interail…), rinnega quelle canzoni che quando le ascoltavi sembrava ti dovessero aprire il mondo, rinnega quelle marce per la pace. Ed ora sono qui. Sono un rinnegato? No, sono solo cresciuto. Non sono piu’ un adolescente. Sono un adulto. Da grandi, credo che sia cosi’. Ora mi confronto con la realta’ della vita. Il lavoro. La famiglia. I figli. E tutte le volte che vado al
supermercato, li’ davanti, c’e’ sempre un ragazzo senegalese che vende cose incomprabili, e che dentro il negozio potrei meglio scegliere e pagare anche meno. Cosi’ come davanti al panificio, lo stesso. Ma li’, almeno, quel ragazzo fa anche un po’ da fattorino, da’ una mano alle persone, porta il pane a casa di qualcuno, beh, si da’ da fare. E poi vedo che alcuni, cosi’ come si faceva in chiesa, gli danno in mano qualche soldo senza far vedere l’importo. Ghedi, Lisimba, Talib, Kenan, non capisco come si alternano (ci sara’ il racket?): vanno, vengono, ritornano e poi sento che parlano delle loro famiglie a casa loro, a cui mandano soldi… ma quanti soldi fanno li’ davanti? Beh, pero’, almeno non sono da qualche altra parte a spacciare droga o a fare i bulli violentando qualche nostra ragazza (leggo sempre queste notizie sul giornale locale, li’ sul frigorifero dei gelati, quando prendo un caffe’ al bar). E poi, niente a che fare con gli zingari; quelli
si’, insistenti, ti toccano, col puzzo di quelli che non si lavano e le donne sempre in prima fila, mentre gli altri ragazzi -i senegalesi- le donne proprio non ci sono, solo a casa coi loro figli. Pero’, tutti i giorni con questi ragazzi che ti chiedono… non e’ che mi senta a mio agio. Li capisco, per carita’. Ma loro dovrebbero capire anche noi, che siamo a casa nostra. Ma poi, non credo mica che questi paghino le tasse come faccio io… beh, se pagassero le tasse, se avessero tutti il permesso di soggiorno, sarebbe meglio. Li’ al circolo qualcuno ha detto che e’ un casino per loro il permesso di soggiorno, che’ glielo danno solo quando -a casa loro- dimostrano che hanno un lavoro qui. Eh, si’. E’ un gatto che si morde la coda… non e’ che in Senegal sia pieno di agenzie interinali per i lavori in Italia. E poi, ammesso che qualcuno abbia anche una qualche qualifica artigianale o professionale, qui non vale nulla. Poveracci, li capisco. Andrebbe cambiata la
legge, ma e’ un casino, li’ a Roma non si metteranno mai d’accordo. Eppure, c‘e’ il papa che cerca di farglielo capire in continuazione. Ma niente, non ci sentono. Ora sono a casa. A cena. Ci siamo tutti. Dai figlioli, quando riesco a cavar loro una qualche informazione su cio’ che fanno a scuola, riesco a sapere che vanno a rilento coi programmi, ma per loro va bene, se si studia meno son piu’ contenti: ci sono diversi ragazzi extra-comunitari in classe (tanti…) e, tra lingua e attenzione e disagi vari, bisogna che tutta la classe attenda questi per andare avanti. Bah, non e’ che questo mi piaccia tanto. Non ci posso mica stare io dietro ai ragazzi, e mia mogie fa gia’ tanto, ha quel nuovo lavoro anche, altrimenti come si fa a pagare tutto? Beh, quando c’e’ l’incontro con gli insegnanti ci vado, voglio capire meglio. Ecco, e’ oggi, ho dovuto anche prendere un permesso al lavoro per esserci. Ma quanti sono questi extra-comunitari. Si’, va bene, sono
bambini, loro non c’entrano nulla… ma sono tanti e -credo- non e’ che i genitori stanno loro dietro come faccio io (sempre poco, ma sicuramente piu’ di questi genitori extra-comunitari). Ok, parlato, capito (credo). E ora, che faccio? Non lo so.

Nota del narratore
qui il clandestino non si sa bene chi sia. Se gli immigranti (e i loro figli) che sono in Italia, o il nostro protagonista, clandestino rispetto ad istituzioni che non sono attrezzate per far fronte all’accoglienza e ai servizi per tutti quelli che abitano in Italia.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

Pubblicato in : Tutela e diritti - A cura di ADUCTag: aduc, chiesa, commissione, commissione europea, genitori, informazione, italia, lavoro, merito, mondo, persone, presidente della commissione europea, roma, scuola, senegalese, soldi, tasse

Info Vincenzo Donvito

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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