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Il declino di Renzi, l’ascesa di Macron, le chances di Schulz e il “Partito che non c’è”

Cercano risposte a problemi complessi, e non fanno credere ai francesi e ai tedeschi che basterà la loro personalità per risolverli.

di Enrico Cisnetto | 12 Febbraio 2017

Lo spread a 200 punti che “sgradevolmente” ci ricorda che siamo un paese ancora a rischio. L’economia che ristagna. Il vecchio capitalismo nostrano che collassa senza che uno nuovo si sia affacciato all’orizzonte. Il sistema bancario che è tutto da rimettere a posto, per il quale paradossalmente ci sono i soldi (i 20 miliardi stanziati dal governo, a debito) ma non ancora gli strumenti societari e giuridici per gestire gli interventi. Bruxelles che ci preme, non tanto per ottenere una manovrina riparatrice sui conti 2016, quanto perché teme per la prossima legge di bilancio, considerato che con il probabile rialzo dei tassi rischiamo di ritrovarci sul groppone i 17 miliardi di oneri passivi che l’anno scorso abbiamo risparmiato. Insomma, tra emergenze e vecchi problemi irrisolti, noi avremmo maledettamente  bisogno di poter sfruttare il tempo che ci separa dalla fine della legislatura, avendone già buttato via abbastanza fin qui. Invece, gli spasmi di un sistema politico che è, e appare, ormai irrimediabilmente fallito, fanno da contrappunto alla complessità delle questioni da affrontare e all’urgenza delle risposte da dare. Guardate che non è solo il nodo della data delle elezioni, su cui i bollenti spiriti ci paiono per fortuna un po’ sedati, e della legge elettorale con cui andare a votare, tema su cui non coltiviamo più alcuna speranza di vedere del senno all’opera. No, qui si sta facendo strada l’incertezza circa la tenuta più complessiva del Paese. Al cospetto della quale lo spettacolo inverecondo offerto dai 5stelle, le convulsioni interne al Pd, il vuoto del centro moderato e la deriva populista e peronista delle destre non solo non sono la risposta che ci vorrebbe, ma finiscono per soffiare sul fuoco.

Parliamoci chiaro, gli italiani – o quantomeno una larga maggioranza di essi – attendono da tempo decisioni forti a fronte di problemi gravi. Quando hanno smesso di credere che potessero offrirle le istituzioni e il sistema dei partiti, hanno invano cercato la risposta nelle leadership. Ma gli uomini forti, o presunti tali, si sono sempre rivelati non solo non all’altezza delle aspettative, ma addirittura macchiettistici. Compreso Renzi, che pure aveva il vantaggio di parlare al centro e a destra pur stando a sinistra. Ma invece di approfittare di questo vantaggio, il giovane e volitivo segretario del Pd ha finito per essere più divisivo di Berlusconi (e ce ne vuole). E per di più, non tanto per ragioni politiche, quanto di temperamento e comportamentali. Ha fatto la frittata con il referendum, ma ora rischia di far peggio dando l’idea che l’unica cosa che lo anima sia la rivincita personale. Infatti, come non dare ragione ad Andrea Orlando quando sostiene che alla sinistra italiana serve una BadGodesberg (il luogo dove nel 1959 la Spd tedesca abbraccio la socialdemocrazia moderna) rifondativa, capace di dare risposte ai grandi temi di oggi, primo fra tutti lo scontro planetario tra globalizzazione e neo-protezionismo. “Dobbiamo dare a noi e al Paese una strategia e un disegno per i prossimi vent’anni”, dice il ministro della Giustizia. Renzi ha avuto il merito, inizialmente, di sfrondare molti dei tabù, vecchi e nuovi, che la sinistra si è portata dietro proprio perché non ha mai fatto fino in fondo i conti con se stessa e la sua storia e perché non ha saputo irrorare di pensiero e intelligenza nuovi la sua cultura politica. Ma lì si è fermato. E ora che avrebbe necessità, per recuperare il consenso che ha scioccamente bruciato in poco tempo, di mettersi su quella strada, preferisce parlare di elezioni subito, gazebi e premi di maggioranza e pensare al chiodo fisso del regolamento di conti contro i suoi nemici.

Eppure in Europa ci sono due personalità, nei paesi che stanno per affrontare (a tempo debito) la competizione elettorale, che a sinistra stanno interpretando in modo interessante la necessità di dare ai loro cittadini l’idea di una sinistra di governa diversa da quella paludata, e perdente, di chi li ha preceduti. Uno è il francese Emmanuel Macron, 39 anni, ex socialista che in poco tempo, smesso di fare il segretario generale dell’Eliseo e il ministro, ha fondato una nuova forza politica, “En Marche!”, con cui sta conquistando enormi consensi intorno ad un programma di “rupture” – un concetto, che noi di TerzaRepubblica abbiamo fatto nostro lanciando, anni fa, il progetto della nuova Assemblea Costituente, che in Francia aveva già usato, ma malamente, Nicolas Sarkozy – tanto da essere dato per favorito, probabilmente in ballottaggio con Marine Le Pen. “Destra e sinistra sono prigioni intellettuali”, dice il liberal-socialista Macron, che vuole più Europa (finalmente un francese non sciovinista) proprio quando i venti populisti che soffiano sul Vecchio Continente rendono temeraria quella posizione.

Meno moderno e più conservatore è Martin Schulz, che i socialdemocratici tedeschi hanno designato sfidante di Angela Merkel in vista delle elezioni di autunno. Nato nel 1955, una vita politica interamente passata nelle istituzioni europee, Schulz sta sorprendentemente scalando le posizioni nei sondaggi fino al punto da far pensare che 12 anni dopo la fine del settennato (1998-2005) di Gerhard Schröder, la Cdu-Csu possa essere battuta. Forse si potrebbe ritrovare a fare ciò che Schröder fece dando il via alla “grande coalizione” tra Spd e popolari, ma a parti rovesciate: lui Cancelliere e la Merkel gregaria. Potrebbe essere una svolta, per la Germania e per l’intera Europa. Cosa hanno in comune Macron e Schulz? Non sono star mediatiche. Per carità, fanno la campagna elettorale, usano la tv e social, ma si stanno imponendo soprattutto per il coraggio nella rivisitazione programmatica. Cercano risposte a problemi complessi, e non fanno credere ai francesi e ai tedeschi che basterà la loro personalità per risolverli. E non agitano parole d’ordine giustizialiste. In Francia molti dei consensi del Front National (quadruplicati dal 2009 al 2014) sono stati raccolti sulla base dello slogan “tous pourris” (“i politici sono tutti marci”) e la risposta di Francois Fillon era stata sullo stesso piano: “io sono onesto come De Gaulle”. Cosa che gli aveva consentito di vincere le primarie golliste contro Alain Juppé. Peccato che è bastato uno scoop di un giornale su qualche imbroglio della moglie per farlo piombare dagli altari alla polvere in un momento. Viceversa, il partito socialista, dopo la rinuncia alla candidatura per un secondo mandato del presidente Hollande, ha visto Benoit Hamon prevalere sul premier uscente Manuel Valls. Peccato, anche qui, che la voglia di facce nuove sia coincisa con una netta sterzata a sinistra, sulla scia dei casi di Corbyn nel Regno Unito e di Podemos in Spagna. Inoltre Hamon nel referendum del 2005 votò contro il Trattato Costituzionale europeo, e dunque finisce per non essere credibile al cospetto di chi predica l’azzeramento dell’euro e si dice sovranista. Ergo non arriverà al ballottaggio. La situazione tedesca è più consolidata e la prospettiva di una nuova fase di grande coalizione rende tutto più ovattato, ma escludiamo che a Schulz – che conosciamo personalmente – scappino slogan che vellichino i bassi istinti populisti e giustizialisti dei suoi concittadini.

Da noi, invece, Renzi quando avrebbe potuto – e dovuto, noi glielo dicemmo apertamente su Terza a più riprese – rompere il Pd e giocare in proprio come ora sta facendo Macron, preferì il gioco del potere, inebriante, certo, ma capace di procurare ustioni con grande facilità. E si è bruciato. Ora che dovrebbe aver imparato la lezioni e dovrebbe imitare il solido Schulz tessendo la tela del rinnovamento nella concordia nazionale, fa lo sfasciatutto. Mentre al centro dello schieramento politico, dopo il veloce evaporarsi di Mario Monti, manca clamorosamente un soggetto politico capace di guardare ai riformisti e ai moderati e quindi di tessere la tela di alleanze politiche che, siamo sicuri, dopo il voto – quando sarà e con qualunque sistema elettorale sarà – si riveleranno indispensabili. Insomma, il “partito che non c’è” e che va costruito al più presto. Ma di questo parliamo prossimamente.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: andrea orlando, angela merkel, anni, assemblea costituente, berlusconi, bruxelles, campagna elettorale, capitalismo, concordia, consenso, conti, cultura politica, elezioni, europa, francia, germania, globalizzazione, governo, imbroglio, istituzioni europee, la germania, leadership, legge elettorale, legislatura, mario monti

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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