
C’è un’idea dura a morire in Italia che, nel corso degli anni, è divenuta il leitmotiv targato M5S ed è ormai abbracciata da quel frullatore ideologico maleodorante chiamato “Campo Largo”, che allo stato attuale compone l’opposizione parlamentare. L’idea è che basti spostare debito per far respirare l’economia. Più spesa, più trasferimenti, più denaro che gira. Con questa idea è nato il bonus 110, che neanche a dirlo ha sconquassato i conti italiani. In apparenza sembra una genialata di alta economia, ma in realtà è una cazzata fotonica che, se fosse materia d’esame per una laurea in economia, rischierebbe di farti cacciare dall’aula a pedate. Infatti non si tratta di crescita, ma solo di circolazione forzata di debito, perché anche i ciuchini sanno che, se finanzi una qualsiasi impresa con debito, generi altro debito.
L’economia reale non vive di passaggi di mano. Vive della creazione di valore aggregato. Produzione, investimenti, impresa, lavoro che genera altro lavoro. Se questi elementi restano fermi, redistribuire risorse significa solo cambiare indirizzo ai soldi, spesso caricando tutto su nuovo debito.
Il debito non è un dettaglio tecnico. È tempo preso in prestito. È futuro impegnato. Ogni euro speso senza creare base produttiva diventa un peso che qualcuno dovrà sostenere dopo. Se il meccanismo si ripete, il sistema si adegua e si abitua, non cresce, viene tenuto in piedi.
La stucchevole giustificazione è sempre la stessa, venduta e rivenduta tra i banchi dell’attuale opposizione. Sostenere i consumi, aiutare chi è in difficoltà, muovere la domanda interna. Pensare che l’economia sia una sorta di magnanimità gratuita garantita da una macchina statale da mungere. Parole giuste, usate come soluzione unica. Ma come? Senza una struttura che produce, tutto questo gonfia il sistema senza rafforzarlo. Alla fine permette l’accumulo di debito e poi ci meravigliamo che il debito aumenti e il PIL scenda.
La questione è drammaticamente semplice. Si confonde il flusso con la sostanza. Il denaro pubblico dovrebbe attivare crescita, non sostituirla con debito elargito a pioggia. Quando questa soluzione diventa l’unico motore, il motore si spegne e restano solo le baggianate iperboliche di Gonde, Elly, Fratoianni e Bonelli.
Un’economia sana non chiede assistenza continua. Chiede condizioni per essere in autofinanziamento. Stabilità, visione, investimenti che restano nel tempo, non chiacchiere da campagna elettorale. Il resto è puerile gestione del presente spacciata per strategia.
E le strategie basate sul debito, prima o poi, arrivano alla fine della corsa. Lo ha capito anche il mio gatto, meno che quell’armata Brancaleone di dissociati dei Robin Hood di noialtri che poggiano le terga sugli scranni parlamentari a 14K/mese.
Piero Terracina

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