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DDL-caccia, la campagna tradita: se la fauna diventa una giocattolo senza radici

Un’inchiesta cruda sul nuovo DDL Caccia 2026. Come la politica e il business delle riserve private stanno scaricando i danni dei cinghiali sui piccoli agricoltori.

di Luciano Priori Friggi | 2 Luglio 2026


Testimonianza e denuncia di chi vive e lavora in campagna nel Centroitalia. Chi scrive non è contro la caccia. Proprietario di un casolare e di un terreno con annesso bosco – di famiglia dall’Ottocento – ha persino dato il permesso di costruire un capanno a dei cacciatori che praticano la caccia alle palombe, il cui “passo” avviene in ottobre. È talmente famosa la caccia a questi volatili in questa zona che persino il Re d’Italia volle provarla. Ma ora siamo al disastro. La caccia è sana se l’agricoltura è sana e salvaguardata. Per trovare una soluzione al dramma delle nostre campagne si sperava in una risposta delle istituzioni, a partire dall’attuale DDL caccia, in discussione in Parlamento (e di cui si chiede un’approvazione rapida in piena canicola estiva).

1. La politica e la “tradizione”

Preliminarmente bisogna ristabilire una verità storica che la politica finge di non vedere. La vera tradizione rurale è quella che è durata fino alla fine degli anni Sessanta. Fino ad allora, la campagna era vissuta da una generazione – quella dei nati tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento – la cui intera esistenza rimase legata ai ritmi e al rispetto profondo della terra. La pratica venatoria era integrata in quel mondo: si cacciava la fauna stanziale o migratoria (lepri, fagiani, tordi, palombe), c’era un’attenzione sacra a non calpestare o danneggiare le colture, e nelle nostre colline il cinghiale, semplicemente, non esisteva. Poi, pian piano, con la fine della vecchia agricoltura, con la nascita delle Regioni e con la progressiva sparizione di quella generazione, è subentrata un’altra tipologia di cacciatore. Ed è qui che si compie il corto circuito. Non si tratta di una figura “cittadina” in senso stretto (cittadini puri, nel loro vissuto, sono semmai i legislatori che oggi scrivono le norme). I cacciatori moderni sono per lo più gente del posto, discendenti dai vecchi campagnoli, ma che appartengono a una generazione che vive o è vissuta di lavoro non agricolo: operai, impiegati, autisti, lavoratori autonomi.

Questa transizione ha creato un “ibrido sociale”: soggetti che hanno acquisito una mentalità in parte cittadina, ma che in realtà si trovano in una condizione di doppia estraneità. Da un lato sono estranei alla città, dove prevale sempre di più un atteggiamento rigidamente anti-caccia, dall’altro sono estranei alla campagna stessa, che oggi vive il dramma della loro presenza. Avendo uno stipendio fisso (o comunque non dipendente dal prodotto agricolo) e il fine settimana a disposizione, queste persone hanno reciso il cordone ombelicale con l’economia della terra: se il cinghiale devasta il campo del vicino, a loro non importa. Al contrario, quell’animale gigante – importato artificialmente dall’Est Europa e incrociato – è diventato il loro “animale-giocattolo”. Serve a riempire il tempo libero e a dare un senso di cameratismo domenicale, trasformando queste persone nei nemici della tradizione rurale che vorrebbero rappresentare, se non difendere (e il DDL riaffermare).

2. La “Biodiversità” a pallettoni e il grande paravento burocratico

È su questo vuoto di radici che si innesta il cinismo delle istituzioni. Nel Disegno di Legge S. 1552, appena approvato dal Senato, e nelle discussioni a supporto, la parola “biodiversità” ricorre ben 396 volte. Ma una lettura neppure troppo attenta svela che non si tratta di un testo scritto per proteggere l’agricoltura e gli equilibri naturali. La politica ha preso questo termine, caro all’opinione pubblica, e lo ha svuotato di significato, utilizzandolo come uno scudo linguistico.

Modificando la legge quadro 157/92, il DDL stabilisce che l’attività venatoria “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”, elevando il cacciatore al rango di “bioregolatore”. Le associazioni ambientaliste come il WWF denunciano la pericolosità di questa retorica: dietro la parola biodiversità si nasconde in realtà la riduzione delle aree protette, l’aumento delle specie cacciabili senza verifiche scientifiche, l’uso esteso di richiami vivi che passerebbero da 7 a 47 specie chiuse in gabbia, e l’inquinamento da piombo nei suoli. Si usa un paravento ecologico per trasformare la natura in un “luna park” ad uso e consumo dei cacciatori. Argomenti tuttavia troppo parziali, perché ignorano il dramma vero, che è quello dell’agricoltura.

3. Il “Signor Clima” come alibi e la doppiezza dei salotti politici

La doppiezza dei legislatori urbani emerge in modo imbarazzante nei resoconti stenografici del Senato. Durante il dibattito sulla biodiversità, esponenti politici – persino di movimenti teoricamente ecologisti, come il senatore De Cristofaro di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) – sono arrivati a dichiarare in Aula che l’attuale “abbondanza di cinghiali” è dovuta al “cambiamento climatico“.

Siamo ufficialmente alle comiche. Si ammette con finta sensibilità che i cinghiali sono «una questione problematica per tutti quelli che vivono in una condizione di maggiore difficoltà», ma un minuto dopo si prende in giro l’agricoltore scaricando la colpa sul “Signor Clima”. Il riscaldamento globale diventa l’alibi perfetto per non pagare i danni e per coprire le colpe storiche delle Regioni e delle lobby: il clima non ha mai importato camion di cinghiali ungheresi, né riempie i boschi di mais con il foraggiamento abusivo per mantenere i branchi pronti alla braccata della domenica. Se la colpa è del clima, la politica si lava le mani e il disastro gestionale viene spacciato per una calamità inevitabile.

4. I numeri della crisi e la beffa corporativa delle grandi associazioni

Mentre il piccolo proprietario subisce la devastazione quotidiana, i grandi sindacati agricoli mostrano una profonda spaccatura di interessi. I dati diffusi da Coldiretti certificano la portata del disastro: una popolazione stimata di oltre 2,3 milioni di cinghiali che causano più di 200 milioni di euro all’anno di danni alle colture italiane, oltre a una paralisi degli allevamenti dovuta alla Peste Suina Africana (PSA).

Eppure, di fronte a questa “piaga economica”, la risposta di sigle come Coldiretti e Confagricoltura non è la difesa del piccolo produttore, ma il pieno appoggio al DDL del Governo. Dov’è l’inganno?
Partiamo dalla constatazione che la situazione è sfuggita di mano, come le stesse cifre appena ricordate certificano. È difficile conciliare la biodiversità volendo salvaguardare la coesistenza di lupi, cinghiali… e agricoltura. Un tempo l’unico “nemico” dell’agricoltore era la volpe che insidiava gli allevamenti di galline; oggi niente più si salva. Le colture di grano e di orzo sono inesorabilmente danneggiate. Si dirà: ma ci saranno i risarcimenti. A parte che non si capisce perché la collettività dovrebbe accollarsi danni certi, comunque qualcosa c’è: il risarcimento-beffa.

Danni e risarcimento-beffa. Riporto il caso di un agricoltore che ha avuto il seminato distrutto dai cinghiali. L’Associazione gli consiglia di chiedere il rimborso, lui compila il modulo, spendendo 30 euro. Lo si avverte che arriverà una perizia, ma che se lui modifica il terreno (ad esempio lavorandolo) non avrà alcun rimborso e dovrà pagare 200 euro come risarcimento del mancato guadagno al tecnico con il drone. Obbedisce. Quando finalmente arriva il rimborso, rimane di sasso: 140 euro. Giura, nel raccontarmelo, che non farà più alcuna richiesta del genere, e probabilmente neppure seminerà più (si consideri, in aggiunta, che nell’agricoltura l’incertezza è enorme e può capitare, come di recente per il grano, pur senza le distruzioni degli animali, a causa del crollo del prezzo tra semina e raccolto, ci si trovi al momento della trebbiatura a fare i conti con un prezzo sotto i 20 euro al quintale, a fronte di un punto di pareggio superiore ai 30 euro).

Una nuova figura: l’agricoltore/cacciatore. Se il problema maggiore in questo momento è la proliferazione incontrollata dei cinghiali, che cosa ti inventa il DDL? Il fai-da-te:

«Gli imprenditori agricoli nonché i proprietari e i conduttori dei fondi […] purché siano muniti di licenza per l’esercizio venatorio e abbiano frequentato i corsi di formazione autorizzati dagli organi competenti, possono, previa istanza, essere autorizzati […] a svolgere le attività di controllo della specie cinghiale (Sus scrofa). A compensazione dei danni subiti e dei costi sostenuti, gli imprenditori agricoli nonché i proprietari e i conduttori dei fondi possono trattenere gli animali abbattuti […], purché i capi siano stati sottoposti ad analisi igienico-sanitarie e non presentino rischi per la salute».

Insomma, l’agricoltore trasformato in cacciatore, commerciante di carni e collezionista di scartoffie.

Il business delle aziende venatorie private. E si arriva laddove si voleva arrivare. Lasciato l’agricoltore, soprattutto se piccolo, al suo destino, nel DDL si apre la porta al grande business delle aziende venatorie private, ora non più «senza fini di lucro». Mentre il singolo proprietario soffre, Confagricoltura esprime soddisfazione per la riforma perché valorizza il ruolo degli istituti faunistici privati e chiede di “rafforzare le aziende, sia faunistico-venatorie sia agrituristico-venatorie“. La crisi viene usata per favorire la privatizzazione della caccia e la redditività delle grandi riserve private, lasciando il piccolo agricoltore da solo a gestire i danni.

Lavorare per il nemico. Il paradosso si spinge fin dentro i confini della proprietà. Quando un proprietario fatica per riaprire strade poderali interne per raggiungere gli olivi, una fonte o il bosco, finisce per lavorare gratis per i cinghiali e per i cacciatori. Di notte i branchi usano il sentiero pulito per scavare buche profonde alla ricerca di radici (trasformando il passaggio in una trappola per le caviglie); di giorno, quel medesimo corridoio diventa la linea comoda su cui i cacciatori si appostano.

5. L’assedio sotto casa e la criminalizzazione della protesta

La violazione dei diritti non è solo economica (“La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge”, recita l’art. 42 della Costituzione), ma tocca la sicurezza elementare e la salute (Art. 32 della Costituzione). A settembre, all’alba, le fucilate sotto casa per la caccia ai tordi “all’aspetto”, interrompono la quiete e ti svegliano bruscamente. La stessa scena da “bollettino di guerra” si repete al tramonto. Il blocco addirittura della strada per la caccia al cinghiale, che ho visto coi miei occhi, la rivendicazione del diritto di passaggio davanti ai casolari, anche in modo aggressivo [ “me lo consente a legge, recinta se non ti sta bene” ], testimoniano la deriva rispetto ai tempi in cui la coesione sociale rendeva inconcepibile comportamenti simili.
Il DDL aggrava la situazione espandendo la caccia notturna e consentendo l’accesso a territori finora protetti.

Il limite di legge dei 150 metri dalle abitazioni è una barzelletta geometrica. Uscire di casa e andare per il campo, in presenza di vegetazione fitta, è un rischio enorme, con l’ibrido venatorio che spara “al fruscio” con armi moderne. E per blindare questo sistema contro chi subisce l’abuso, il DDL introduce sanzioni draconiane fino a 900 euro per chiunque osi “disturbare” [ «chi impedisce, ostacola o rallenta le attività di controllo faunistico» ]. Probabilmente pensata per prevenire poteste provenienti dal mondo “animalista”, la norma finirà per favorire ulteriormente la limitazione del diritto di proprietà oltreché di opposizione, mostrando tra l’altro elementi di dubbia costituzionalità, almeno a parere di chi scrive.

6. La beffa finale e le alleanze contro natura

Come finirà? L’esito probabile di questo grande gioco di specchi sarà una beffa totale, retta da un’alleanza tanto assurda quanto inevitabile. Da un lato, le aziende private blinderanno ettari di bosco con recinti chilometrici per proteggere il loro business di lusso. Dall’altro, l’unica vera soluzione strutturale – il ritorno agli anni Sessanta tramite l’eradicazione sistematica di oltre due milioni di cinghiali – resterà un miraggio. La politica non avrà mai il coraggio di attuarla: basterà il “can-can” mediatico sollevato dalle associazioni animaliste per far fare marcia indietro ai governi, terrorizzati dal perdere il voto della “gente di città”, tanto ingenua sui meccanismi della terra quanto sensibile al fascino della fauna protetta.

Ma la sorpresa vera sarà la saldatura tra gli animalisti e i cacciatori comuni della domenica. Questi ultimi (impiegati del posto, operai, ecc.), impossibilitati a pagare le tariffe delle riserve private, pretenderanno di mantenere il proprio spazio di caccia libero. Per evitare che i grandi proprietari privati recintino tutto, i cacciatori tradizionali si alleeranno di fatto con gli animalisti urbani per pretendere la terra aperta.

Il risultato di questo groviglio egoistico? I cinghiali fuori dalle riserve resteranno liberi (magari un po’ di meno, ma abbastanza per continuare a devastare), gli animalisti si culleranno nell’illusione di aver salvato la specie, i cacciatori avranno ancora il loro “animale-giocattolo” a portata di doppietta e le grandi riserve faranno profitti.

Conclusioni

Il nuovo DDL sulla caccia, applaudito dalle lobby e dai grandi sindacati agricoli, non salverà l’agricoltura rurale. È un testo che legalizza la sopraffazione, frammenta il territorio e istituzionalizza il conflitto. In mezzo a questa fiera dell’ipocrisia rimane solo il piccolo proprietario terriero: l’unico a cui viene scippato il diritto di godere della propria terra in sicurezza, il valore del proprio lavoro e la bellezza della campagna aperta, ormai sfregiata dalle reti dei ricchi e dalle buche dei branchi rimasti in libertà. Un Paese che lascia chi produce in balia delle comiche del Senato e del cinismo corporativo ha già rinunciato alla propria civiltà.

Luciano Priori Friggi

NOTA: le immagini sono costruite con l’AI per motivi di copyright.

Pubblicato in : Primo pianoTag: Aziende faunistico venatorie, Danni agricoltura cinghiali, DDL caccia 2026, Disegno di legge 1552, Emergenza cinghiali, Privatizzazione caccia, Proprietà privata e caccia, Riforma legge 157/92

Info Luciano Priori Friggi

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato “Ricominciare da Bastiat”, “Briganti contro l’Italia”, curato “Machiavelli teorico delle crisi” (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), “Dante” di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

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