
I nuovi dazi americani che entreranno in vigore nelle prime settimane di aprile avranno effetti devastanti sull’economia europea con una prevista caduta del Pil di mezzo punto in due anni.
Per l’Italia, un paese fortemente basato sull’export in particolare verso gli USA, sono interessate ben 23mila imprese e 400mila lavoratori.
L’Unione Europea è ancora incerta nella risposta da dare e minaccia ritorsioni che poi rinvia, mentre l’Italia meloniana si attende un trattamento di favore in ragione di affinità ideologiche, tanto effimere quanto forti finché convengono agli USA.
Una strada diversa sarebbe di accrescere l’export verso altri paesi e diversificare i mercati (Cina, India, SudEst asiatico, Sud America).
Questo richiede tempo, investimenti e persino un certo adattamento culturale ma non è impossibile da realizzare.
Al contrario , l’Italia è uscita nel 2023 dalla via della seta e la politica dell’Europea verso la Cina resta improntata a un delicato equilibrio, né di rottura né di piena apertura, definito con tre parole chiave: partner, concorrente, rivale sistemico.
Anche sul piano della politica estera, assai più della corsa al riarmo e della inefficace e pericolosa retorica bellicista, se l’Europa avesse il coraggio e la forza di chiedere la sua pertecipazione e quella della Cina alle trattative per la pace, il colpo arriverebbe chiaro e dritto all’ arragonte politica trumpiana.
L’Europa dimostrerebbe di essere diventata adulta , autonoma, e forse indurrebbe a qualche ripensamento gli USA che, non dimentichiamolo, restano una grande potenza finché possono vantare una alleanza di ferro con il vecchio continente che resta sempre il più grande spazio commerciale del mondo.
Tutta la politica di Trump, ormai è chiaro, ha come fine quello di contrastare la Cina e ridimensionare l’Europa, anzi umiliarla.
Ma non è pensabile che gli USA, benché guidati da Trump, possano scegliere di ritrovarsi soli in compagnia di Putin, Netanyahu e i principi arabi.
Dunque, una nuova politica estera e commerciale dell’Unione Europea potrebbe davvero contribuire alla costruzione di “mondo multipolare”, di un assetto geopolitico in cui non esiste più una sola superpotenza dominante, ma più Stati o blocchi regionali che condividono il potere a livello globale.
Da cambiamenti di questo tipo, da attuarsi ovviamente in forme e modi opportuni, l’Italia e gli altri paesi europei non potrebbero che trarne grandi vantaggi.
Al di là del valore di queste mie riflessioni, sarebbe comunque opportuno che se ne discutesse, soprattutto tra le forze di sinistra.
Esse dovrebbero ben sapere che non esiste una politica senza una visione delle relazioni internazionali e del futuro del mondo.
Enrico Rossi

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