
È tregua tra Stati Uniti e Cina sui dazi. Dopo un intenso fine settimana di colloqui in Svizzera, le delegazioni dei due paesi hanno annunciato un accordo che mette in pausa per 90 giorni l’applicazione delle nuove tariffe reciproche, innescata dagli americani lo scorso 2 aprile in quello che Donald Trump presentò al mondo come il “Liberation day”. In base all’intesa, Washington ha accettato di ridurre i dazi imposti ai prodotti cinesi, schizzati al 145%, al 30% e Pechino ha accettato di fare lo stesso, portandoli al 10% dall’attuale 125%, revocando anche altre misure di ritorsione, come le restrizioni alla vendita di minerali e terre rare. L’accordo, che di fatto congela l’escalation per tre mesi, è una “vittoria per gli Stati Uniti” secondo Trump, che ha parlato di un rilancio dei rapporti con Pechino e annunciato che chiamerà Xi Jinping quando tornerà a Washington dal tour in Medio Oriente. Più cauto, il presidente cinese si è limitato a sottolineare – aprendo a Pechino i lavori del Forum con la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (Celac) – che “non ci sono vincitori in una guerra commerciale” e che il protezionismo “porta all’isolamento”. In una nota congiunta, Pechino e Washington hanno comunque sottolineato l’importanza delle loro relazioni economiche, auspicando di avere rapporti commerciali “sostenibili, di lungo termine e reciprocamente vantaggiosi”. Oggi, in un incontro a porte chiuse all’ISPI, Yan Xuetong della Tsinghua University di Pechino ha spiegato che le tensioni commerciali non sono cominciate con Trump, ma che – al contrario – è in atto da tempo un trend di politiche per la de-globalizzazione.

Una vittoria per Trump?
Il raggiungimento di un’intesa in tempi così brevi e date le circostanze era tutt’altro che scontato. Dopo che Trump aveva annunciato tariffe del 34% sulla Cina, il 2 aprile, la misura era rapidamente balzata all’84% e poi al 125%, in risposta alla rappresaglia di Pechino. Il risultato – ha ammesso il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent – è stato “l’equivalente di un embargo” che né gli Usa né la Cina avrebbero voluto. L’accordo, secondo l’Economist, è stato raggiunto grazie al fatto che “nessuno voleva un decoupling generalizzato delle loro economie”. L’accordo è stato accolto con sollievo anche dalle borse: tutte le principali piazze finanziarie hanno brindato alla tregua con dei rialzi. Descrivendo il “grande accordo” raggiunto, Trump ha spiegato che le tariffe sulle auto, l’acciaio e l’alluminio restano in vigore e ha osservato come la “parte migliore dell’intesa è che la Cina si è detta d’accordo ad aprire il suo mercato” e a “rimuovere tutte le barriere non tariffarie”, oltre che a “fermare il flusso di fentanyl”.
O una resa?
Nei prossimi 90 giorni, fanno notare diversi osservatori, la Cina dovrà affrontare un dazio reciproco del 10%, esattamente come tutti gli altri paesi, nonostante sia stato l’unico ad aver osato sfidare l’America. Gli economisti concordano sul fatto che gli Stati Uniti si sono visti costretti a una precipitosa marcia indietro dopo aver aumentato i dazi troppo rapidamente e ad un livello troppo elevato. “Gli Stati Uniti hanno ceduto per primi – dice al Financial Times Alicia García-Herrero, capo economista della banca d’investimento Natixis e Senior Advisor ISPI – Pensavano di poter aumentare i dazi quasi all’infinito senza subire danni, ma la loro ipotesi non si è rivelata corretta”. Gli analisti sottolineano inoltre che, al di là dei proclami, gli Stati Uniti non hanno ottenuto concessioni dalla Cina. Anzi, il Wall Street Journal definisce l’accordo una “resa” di Trump, costretto a cedere alle pressioni dei mercati e allo spettro di scaffali vuoti, paventato da molti grandi gruppi della distribuzione: “Invece della guerra alla Cina promessa dal presidente, la Casa Bianca sembra aver optato per una ritirata tattica inviando allo stesso tempo un segnale chiaro, ovvero che anche gli aspetti più aggressivi delle sue politiche commerciali possono essere negoziabili”.Anzi, il Wall Street Journal definisce l’accordo una “resa” di Trump, costretto a cedere alle pressioni dei mercati e allo spettro di scaffali vuoti, paventato da molti grandi gruppi della distribuzione: “Invece della guerra alla Cina promessa dal presidente, la Casa Bianca sembra aver optato per una ritirata tattica inviando allo stesso tempo un segnale chiaro, ovvero che anche gli aspetti più aggressivi delle sue politiche commerciali possono essere negoziabili”.
L’incertezza è dietro l’angolo?
Dopo il 2 aprile, in effetti, gli scambi commerciali tra i due paesi avevano subito un brusco rallentamento: le esportazioni di Pechino verso gli Usa ad aprile sono crollate del 21% rispetto all’anno precedente. E i prezzi dei prodotti cinesi sui siti web dei grandi rivenditori americani erano aumentati lentamente ma inesorabilmente. Pur accolta come positiva, però, l’intesa non convince del tutto gli investitori e le aziende. Anche se incoraggiante, infatti, una tregua non rimuove l’incertezza ma la rimanda di 90 giorni. Trump stesso lo ha fatto capire chiaramente affermando che i dazi nei confronti della Cina toneranno a salire se entro tre mesi non ci sarà un’intesa, salvo poi aprire alla possibilità di una proroga nel caso in cui le trattative “procedessero in buona fede”. Nonostante questa pausa, sono in molti a pensare che le relazioni bilaterali tra i due paesi resteranno problematiche, e che l’imprevedibilità di Trump spingerà Pechino a continuare a diversificare i suoi mercati di esportazione e a cercare di stimolare una maggiore domanda interna. Gli esportatori cinesi inoltre potrebbero sfruttare la finestra temporale prevista per i negoziati per anticipare le esportazioni verso gli Stati Uniti, aumentando il surplus commerciale della Cina nei confronti degli Stati Uniti. “La globalizzazione – ha spiegato Yan Xuetong durante l’incontro in ISPI – ha trasformato il mondo da un insieme di mercati separati a un unico grande mercato interconnesso. Questo è anche il motivo per cui la guerra commerciale tra le due principali potenze economiche, Stati Uniti e Cina, ha conseguenze globali che si estendono ben oltre i loro confini”.
Il comento
Di Filippo Fasulo, Co-Head Osservatorio Geoeconomia ISPI
“Tanto rumore per nulla? No, non è così. L’accordo tra Cina e Stati Uniti rispetto una riduzione temporanea dei dazi ha un costo economico, perché comunque lascia una situazione peggiore per il commercio internazionale di quella che c’era prima del 20 gennaio. Ma, soprattutto, ha un costo politico perché toglie forza alle scelte estemporanee di Donald Trump che si è trovato a dover fare un accordo con quello che è stato individuato come l’avversario principale. Certamente è possibile per il Presidente Usa rivendicare come il livello di dazi raggiunto fosse quello pensato fin dall’inizio e reso possibile solo tramite negoziazione, ma nel frattempo la credibilità degli Stati Uniti come partner stabile e affidabile è stata messa in discussione. Un prezzo che potrà essere pagato dagli Usa in Europa e in Asia, con Giappone, Corea del Sud e Asean, nel futuro”.
Alessia De Luca

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