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Dazi: Trump fa (quasi) dietrofront 

Il presidente degli Stati Uniti sospende le tariffe “reciproche”, Cina esclusa, per 90 giorni. L’Europa a sua volta blocca le contromisure, ma la sospensione dei dazi non coincide con un ritorno alla calma.

di Alessia De Luca | 10 Aprile 2025
FILE PHOTO: U.S. President Donald Trump speaks, as he signs executive orders and proclamations in the Oval Office at the White House in Washington, D.C., U.S., April 9, 2025. REUTERS/Nathan Howard/File Photo

Dopo 48 ore di panico sui mercati e una svendita globale di titoli di Stato americani, Donald Trump ha fatto dietrofront e annunciato una parziale sospensione dei dazi “reciproci” proclamati nel ‘Liberation Day’. Le tariffe saranno sospese per 90 giorni, sostituite con dazi ‘solo’ del 10%, per tutti paesi che hanno manifestato l’intenzione di negoziare. Al contrario, la Cina sarà punita, per aver reagito con dazi all’84% contro le merci americane. Le tariffe nei suoi confronti, già al 104% saranno perciò aumentate al 145%. Neanche Messico e Canada – che hanno reagito ai dazi americani, godranno della sospensione, mentre l’Ue – che oggi ha congelato le prime tariffe su vari prodotti Usa – sarà inclusa nei paesi che vedranno diminuire l’imposta sui loro prodotti al 10%. Così, quella che fino a ieri appariva come un’escalation verso una guerra commerciale globale si è trasformata in poche ore in un duello tra la prima e la seconda economia mondiale in cui la prima – a differenza di quanto accadeva in passato – si è volontariamente alienata tutti i principali partner e alleati. Gli economisti avvertono: gli sconvolgimenti creati dall’approccio irrazionale e bellicoso di Trump avranno ripercussioni prolungate a causa dell’incertezza e della sfiducia che, in vario modo, aleggiano sugli Stati Uniti. E cosa succederà tra tre mesi, quando la pausa finirà? Non è detto che la sospensione dei dazi coincida con la fine del caos. 

Retromarcia o strategia?  

Dopo aver ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero state eccezioni né marce indietro, Trump si è contraddetto, tornando sui suoi passi. La repentina inversione di rotta è stata notevole anche per un presidente che ha fatto dell’imprevedibilità il suo tratto distintivo: il tycoon, infatti, aveva affermato di voler “liberare” gli americani da un sistema commerciale globale considerato ingiusto e che lui, a suo dire, avrebbe riordinato. Ma allora cosa gli ha fatto cambiare idea? Almeno in parte, secondo molti osservatori, sarebbero state le pressioni congiunte che investitori, legislatori e donatori del partito Repubblicano hanno saputo operare sul tycoon. Trump ha affermato di aver pensato alla pausa “negli ultimi giorni” e di averla concretizzata perché la gente “stava iniziando a spaventarsi” e “stava diventando nervosa”. Tra martedì sera e mercoledì mattina, in effetti, i titoli del Tesoro hanno iniziato a spaventare davvero la gente. I rendimenti dei bond decennali sono balzati di oltre 60 punti base in meno di 48 ore. I funzionari della Casa Bianca hanno cercato di descrivere il dietrofront di Trump come parte di un piano accorto che prevedeva, fin dall’inizio, di spaventare tutti per poi convincerli a trattare. Ma secondo il Financial Times, con il crollo delle borse e il moltiplicarsi delle pressioni, il Segretario al Tesoro Scott Bessent – considerato a Wall Street il più credibile tra i consiglieri dell’attuale Casa Bianca – sarebbe riuscito a convincerlo a sospendere l’aumento dei dazi sui paesi con cui gli Usa hanno storicamente buoni rapporti e concentrarsi unicamente, o quasi, su Pechino.  

America vs China? 

Anche se la motivazione fornita da Trump è la sua “reazione” ai dazi, Pechino non è finita nel mirino del tycoon per pura ritorsione. La Cina vanta un surplus commerciale senza paragoni nei confronti degli Usa: nel 2024, il commercio tra i due paesi ha raggiunto un valore complessivo di 582 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno esportato beni per quasi 144 miliardi totali, mentre la Cina ha esportato beni per 439 miliardi di dollari. Il deficit commerciale Usa ammonta quindi a circa 295 miliardi di dollari. Washington non è la sola a preoccuparsi della potenza esportatrice della Cina. La spinta costante di Pechino a incrementare la produzione manifatturiera ha inondato i mercati globali di prodotti cinesi. Pechino registra un surplus commerciale globale da 30 anni. Tuttavia, il divario tra esportazioni e importazioni è più che raddoppiato dal 2019 a oggi. Trump è convinto che la Cina abbia approfittato fin troppo della globalizzazione, e che sia ora di regolare i conti. Per questo, ciò a cui punta con i dazi è ‘riportare indietro’ le lancette dell’orologio a quando gli Usa erano il centro della manifattura mondiale e a quando quella che oggi è nota come la ‘Rust belt’, la cintura della ruggine, costituiva la spina dorsale dell’industria americana. Per farlo è disposto a rovesciare l’attuale sistema di scambi basato sull’integrazione delle catene di approvvigionamento e incentrato sul paese asiatico come nuova ‘fabbrica del mondo’.  

Obiettivi in contraddizione? 

Durante la campagna elettorale, Trump aveva promesso che i dazi avrebbero rivitalizzato l’industria manifatturiera statunitense e avrebbero portato entrate fiscali. Ma nessuno di questi obiettivi – produzione e fatturato – è raggiungibile se i dazi non rimangono in vigore. I produttori non trasferiranno la produzione negli Stati Uniti se pensano che l’incentivo a farlo svanirà presto. Per questo alcuni osservatori avevano avanzato l’ipotesi che le tariffe fossero una tattica negoziale, per indurre altri paesi a rimuovere le proprie barriere commerciali contro gli Stati Uniti. Al contrario, questa strategia implicherebbe che i dazi siano transitori e che restino in vigore solo sino a nuovi accordi commerciali. In altre parole, gli obiettivi – di volta in volta dichiarati anche dall’amministrazione – sono in contraddizione tra loro. L’annuncio di Trump di ieri ha complicato ulteriormente le cose. Da un lato, la Casa Bianca ha reso noto che la pausa le darà il tempo di concludere nuovi accordi commerciali, ma nel contempo ha introdotto dazi universali del 10%. Saranno permanenti? L’amministrazione non ha fornito una risposta chiara e oggi l’America continua a tassare il commercio molto più di quanto facesse fino ad ora. Tanto basta per continuare a sconvolgere l’economia mondiale. 

Il commento 

Di Moreno Bertoldi, Senior Associate Research Fellow ISPI 

“Trump ha dovuto fare una (parziale) marcia indietro sui dazi quando i tassi sui titoli di stato sono schizzati verso l’alto. La decisione di una pausa sui “dazi reciproci” ha sicuramente avuto un effetto economico positivo. Tuttavia, molti altri dazi restano in vigore e quelli sulla Cina sono addirittura aumentati. Il loro impatto negativo sull’economia reale non tarderà a manifestarsi. Inoltre, se Trump ha cambiato strategia, il suo obiettivo di estrarre il massimo dal resto del mondo senza dare nulla in cambio è restato lo stesso. L’UE deve dunque prepararsi a negoziati difficili, in cui dovrà sapientemente dosare concessioni e credibili minacce di ritorsione”. 

Alessia De Luca

(Responsabile Ispi Daily News)

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, campagna elettorale, casa bianca, cina, conti, De Luca, dichiarato, economia mondiale, financial times, globalizzazione, mercati, mondo, stati uniti, tesoro, usa, wall street

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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