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A Davos è giunto un messaggio chiaro: la festa è finita

Gli Stati Uniti non accettano più di avere la bilancia commerciale in deficit perenne con tutti e senza limiti.

di Guido Colomba | 5 Febbraio 2018

A Davos è giunto un messaggio chiaro: la festa è finita. Gli Stati Uniti non accettano più di avere la bilancia commerciale in deficit perenne con tutti e senza limiti. A maggior ragione nei confronti di chi pratica da tempo comportamenti non corretti a cominciare dal massiccio furto di proprietà intellettuali (brevetti, marchi) senza tralasciare i sussidi statali che spesso rasentano il dumping. Del resto l’Europa per prima ha adottato in questi anni vari sistemi di protezione (oltre cinquanta provvedimenti) nei confronti di talune importazioni asiatiche (Cina e Corea del Sud) ad es. sui pannelli solari, i frigoriferi, l’acciaio ecc. Quanto ai rilievi di Draghi (Bce) sulla “correttezza” dei cambi basti ricordare che quattro anni fa l’euro si è apprezzato fino a 1,3992 sul dollaro. Nel 2011, nel pieno della crisi del debito sovrano, l’euro valeva 1,4939 sul dollaro. Il massimo è stato raggiunto nel 2008 (scoppio della crisi Lehman Brothers) a 1,60. Eppure l’economia europea era in profonda crisi mentre ora la Bce, con l’euro a 1,25, rivendica una crescita più robusta del previsto ed a ritmi più rapidi degli Usa. Insomma, c’è l’ennesima dimostrazione che l’ “explanatory journalism” è in crisi profonda. Di certo, è “one sided” oppure denota una grave carenza di analisi e documentazione. L’altro aspetto critico, evidenziato anche da Brexit in tema di stanza di compensazione dei contratti in strumenti derivati, riguarda il sistema dei pagamenti. Le “big five” sono entrate massicciamente e fanno una concorrenza sempre più spinta verso le banche tradizionali. C’è da domandarsi quali e quante potranno sopravvivere in termini di redditività e competitività (non a caso le aziende di credito puntano sulla consulenza e sulla gestione del risparmio). Anche perché a questo fenomeno irresistibile si sommano le vendite on line, con consegna a domicilio, di colossi come Amazon e Alibaba. Una situazione che sta sconvolgendo anche i canoni classici dell’economia poiché costituisce, oramai è acclarato dai big data, un freno ai prezzi alimentando una deflazione strisciante che sta mandando in tilt la politica delle banche centrali. Tanto che la Bce, contro ogni logica, sta proponendo solo il prolungamento del Q.E. Con l’aggravante che questo trend si auto-alimenta in un quadro di crescenti diseguaglianze (specie verso le giovani generazioni) che mettono in discussione la sopravvivenza del welfare state europeo così come lo conosciamo. La durezza della Vigilanza Bce di Francoforte nel richiedere, nonostante le proteste, una accelerazione nella copertura dei crediti in sofferenza (Npl) nasce proprio da questa prospettiva, carica di incertezza, relativa alle banche tradizionali. Meglio intervenire ora che l’economia tira prima che sia troppo tardi. L’isterismo emerso a Davos da parte di numerosi esponenti europei (e non solo) deriva dalla incapacità di cambiare le linee guida dell’Unione Europea nella percezione che i cambiamenti in atto sono irreversibili. Non a caso le aziende hanno accelerato in questi mesi le emissioni obbligazionarie approfittando della bolla di liquidità che trova il rovescio della medaglia nella crescita delle criptovalute. Gli smart phone dei privati continuano a ricevere ogni giorno migliaia di messaggi che invitano i risparmiatori, ignari dei rischi, a comprare bitcoin. George Soros non ha dubbi: “Bitcoin e le criptovalute sono una bolla e non possono essere vere monete. Anzi, possono diventare qualcosa di peggio: strumenti in mano a oscuri protagonisti, quali dittature che oggi le sfruttano per costruire forzieri all’estero”. E’ chiaro che i governi europei e la BCE sembrano del tutto incapaci di prendere una qualsiasi decisione. Purtroppo, la globalizzazione finanziaria ha prodotto troppi danni perché la Bcepossa ancora praticare la politica del “guadagnare tempo”.

Guido Colomba   (letter from Washington)

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, anni, banche, banche centrali, bce, brevetti, cambiamenti, cina, crisi, danni, draghi, economia europea, estero, euro, europa, finanziaria, francoforte, freno, george soros, giovani, globalizzazione, governi europei, lehman, lehman brothers, percezione

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