Anni fa ho imparato che ci sono due tipi di interrogazioni: quelle che vengono poste perché chi pone la domanda vorrebbe conoscere la risposta che non conosce – anche chiamate interrogazioni sincere – , e quelle che invece vengono poste per verificare se l’interlocutore conosce oppure no la risposta. Queste ultime sono spesso attribuite ai docenti verso gli allievi.
Premetto che tutte le domande che mi pongo di seguito sono sincere, non hanno spirito polemico o inquisitorio, sono semplicemente ispirate ad un profondo senso di inquietudine ed insicurezza dovuto alla mancanza, appunto, di Dati, Informazione e Conoscenza nei tempi del Coronavirus. Ho usato le maiuscole proprio per sottolineare la natura « astratta » di queste tre componenti dell’intelligenza umana, sia essa razionale oppure emotiva, che cerco di analizzare di seguito.
Non è certo il caso di scrivere un trattato, anzi: partiamo da un esempio concreto.
Sono almeno due mesi che siamo tutti bombardati, assaliti, circondati, affaticati, sfiniti da trasmissioni televisive, giornali, mail, messaggi whatsapp eccetera che ci raccontano opinioni, idee, concetti, risoluzioni, obblighi, tragedie, speranze, … legate alla pandemia. Francamente, senza polemica, io NON capisco. Cominciamo da un caso molto semplice e popolare.
DAI DATI ALL’INFORMAZIONE: Ogni giorno ci viene detto, ad esempio, “quanti nuovi casi di contagio” ci sono in Italia, oppure in Lombardia, Veneto, Emilia, … oppure a Milano, Bergamo, … Certamente è un dato “molto interessante”. Interessante perché? Non so: se a Milano ci sono 400 o 500 “nuovi casi”, francamente, non fa a mio modesto avviso molta differenza. Talvolta, i commentatori più attenti ci dicono anche che “oggi i nuovi casi sono aumentati rispetto a ieri ma bisogna tenere presente che sono stati fatti più tamponi”. Quanti? Non si dice quasi mai. E soprattutto non si fa una semplice divisione: numero casi diviso numero tamponi, cioè percentuale di casi rispetto ai tamponi. Sarebbe già meglio. Mi piacerebbe anche sapere quanti tamponi per abitante si fanno a Milano (basta dividere il numero di tamponi fatti per il numero di abitanti) sia se questa percentuale di tamponi per abitante a Milano è più grande o più piccola che a Bergamo (nota città colpita in modo drammatico) o a Padova (in Veneto la pandemia è meno grave, sembra). Non si tratta di fare calcoli da agrimensore: basta il calcolo di percentuali che – come si dice – normalizzano “i dati” e li rendono comparabili, cioè ci permettono di passare dai Dati all’Informazione.
DALL’INFORMAZIONE ALLA CONOSCENZA: Ma è questo che davvero mi interessa? Non tanto, perché – come tutti i cronisti dichiarano in continuazione – la mia vera domanda assillante, quotidiana, spesso angosciante, prioritaria, urgente è : QUANDO TUTTO FINIRÀ ? Gli scienziati ci dicono continuamente che non si può sapere. Ma ci dicono anche che “oggi sembra che vada meglio di ieri”. Cioè gli scienziati ci parlano di un altro aspetto fondamentale dell’Informazione sulla pandemia, che è il suo comportamento temporale. Questo aspetto permette loro di affermare un concetto non banale: il concetto di “meglio”. Questo è una vera manna per noi, ci permette di tirare il fiato, respirare, soprattutto sperare – pur senza certezze – nei prossimi giorni, nei prossimi mesi. Questo concetto: “meglio” ci comunica qualcosa di nuovo rispetto alle percentuali – che sono una fotografia della situazione di oggi-: la tendenza -che è come un video-. Questa tendenza ci permette di “decidere” (che sia decisione razionale o emotiva non lo so, per ora poco importa) che siamo in buone mani, possiamo sperare, “andrà tutto bene”, forse e nonostante la tragedia.
L’andamento temporale dell’Informazione – di solito – si rappresenta con un grafico, che come abbiamo detto ci fa “decidere” di sentirci rassicurati. Non ho visto quasi mai questi grafici se non andando a frugare dentro gli aggiornamenti quotidiani del Financial Times o simili; quasi mai nei nostri media. Perché? Quando si parla di sondaggi siamo subissati dai grafici “di tendenza”, perché non ora con la pandemia?
La transizione da Informazione a Conoscenza (cioè quella immateriale proprietà dell’Informazione che, essendo contestualizzata – cioè, in questo caso, presentata nella sua evoluzione temporale – ci permette di decidere) non sembra – in questo momento di pandemia – molto popolare da noi, sembra troppo difficile per l’uomo comune, complicata, forse astratta, non so …
Finalmente, per concludere l’esempio, tutti parlano (o parlavano nel mese di marzo) di “crescita esponenziale”. Quei pochi che hanno avuto il coraggio di presentare grafici ci hanno offerto – rispetto al tempo: l’asse delle X – la crescita di: contagi, ingressi in terapia, ingressi in terapia intensiva, numero di guariti, numero di morti, … – senza pensare che il modo più semplice, immediato, evidente, lampante per “capire” se una crescita esponenziale è costante oppure rallenta consiste nell’uso, sull’asse Y delle ordinate, della scala logaritmica. Anche uno studente delle medie sa che l’esponenziale si trasforma in una retta, mente se la crescita “frena” la retta piega verso il basso e “satura” verso l’orizzontale. Facilissimo da vedere. Conoscenza immediata.
Questo lungo, dettagliato ma semplicissimo esempio mi permette di passare alle domande sincere contestualizzandole con estrema facilità.
- Perché pochi tamponi? Non capisco, ma mi adeguo: siamo un grande Paese industrializzato, sappiamo costruire le Ferrari, queste si adeguano e costruiscono valvole per respiratori; abbiamo industrie chimiche e farmaceutiche all’avanguardia e … non riusciamo a produrre i reagenti sufficienti a moltiplicare i tamponi? Possibile? Abbiamo centinaia di laboratori con personale di grande professionalità, internazionalmente competitivi: non sono capaci di analizzare i tamponi? È una domanda sincera, profonda, diretta, fondamentale: PERCHÈ? Come è possibile che nessuno dia risposte dopo mesi di pandemia, non minuti o giorni?
- Perché tanti Dati, così poca Informazione e quasi nessuna Conoscenza? Ho letto con grande interesse e sincero apprezzamento, rispetto e riconoscenza un articolo apparso, oramai giorni fa, su Ricerca e Pratica – rivista scientifica – che mi ha illuminato su vari aspetti di questa storia italiana e lombarda in particolare: Perché la Lombardia è un outlier: un’anomalia evidenziata dalla Covid-19. I Lombardi dalla prima all’ultima crociata, di Maurizio Bonati, Istituto Mario Negri
( https://www.ricercaepratica.it/anticipazioni.php ). Non sono un epidemiologo né un medico, ma finalmente ho capito che non mi interessa avere tonnellate di Dati, chili di Informazione e qualche milligrammo di Conoscenza quasi rubandola dietro le righe o dovendo frugare fra testi scientifici. Perché i nostri media non ci “informano” davvero, permettendoci di distinguere, capire, ragionare con la nostra propria coscienza invece di inondarci di opinioni scollegate, ridondanti, inconsistenti, vere o false poco importa, lanciate a caso senza legame l’una con l’altra, troppo spesso intese ad interpretare quello che altri dicono o scrivono senza lasciare a noi questa interpretazione presentando in modo neutro i diversi punti di vista? Perché continuano ad interrompere chiunque cerchi di spiegare un fenomeno complesso con la giustificazione che non c’è mai il tempo per aspettare che concluda? Non è una critica, intendiamoci: è una constatazione, se vogliamo: un grido di dolore. La pandemia mi rende capace di gridare che ho più paura di non essere informato per capire e reagire in modo autonomo piuttosto che di essere infettato.
- Perché non si presentano dati comparativi? Nell’esempio si accennava alla differenza Lombardia-Veneto-Emilia Romagna, ma ce ne sono molte altre di grandissimo interesse: ad esempio: Italia-Germania, oppure Italia-Paesi Bassi. Forse che si teme il confronto fra sistemi sanitari? Fra diverse priorità pubblico/privato? Diverse scelte Ospedali/Territorio? Io francamente non capisco come sia possibile che Veneto e Lombardia – entrambe regioni “bianche” (centro-destra) abbiano risultati così diversi! E non capisco neppure come fra la Lombardia ed una regione comparabile della Germania (la Baviera ? Il Baden Württemberg?) ci siano differenze così evidenti. Finalmente: Non capisco la questione delle case di riposo: come è possibile che i decessi in Francia siano contabilizzati separatamente rispetto ai decessi in ospedale mentre da noi non abbiamo che informazioni vaghe e angoscianti, ma quasi mai utili a capire le cause? Cosa si deve fare per avere Dati-Informazione-Conoscenza omogenei? Comparabili? Affidabili?
Sono perfettamente consapevole che esistono molte, troppe interazioni fra “conoscenza scientifica” –fatta di affermazioni falsificabili di fronte a nuove evidenze– e tutto il resto : emozioni socio-economico-politiche, punti di vista filosofico-culturali, tecniche e metodi pubblicitari, priorità editoriali e commerciali, opportunità comunicative offerte dai vari media, … In questo momento condivido la condizione di impotenza non soltanto dei miei compatrioti (direbbe un Francese) o concittadini (direbbe un Milanese) ma degli abitanti del pianeta: posso avere poche idee ma chiare sui PERCHÉ espressi in queste tre domande quasi banali che ho cercato di condividere con voi?
Non so davvero a chi porle le domande: la fauna dei potenziali interlocutori è molto affollata, variabile (ogni giorno una nuova Task Force) e – visto la cacofonia a cui siamo abituati – non troppo affidabile. Sono inguaribilmente ottimista e mi rivolgo ancora una volta alla “saggezza della folla” (quella che gli esperti di Web chiamano wisdom of the crowd): ci sarà pure, in media, qualche risposta semplice, coerente e tranquillizzante. Lo spero, anzi: ne sono sicuro. Magari fra qualche mese, ma ci sarà.
Stefano Cerri

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