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Darla di santa ragione

di Florenza Carsi | 9 Ottobre 2017

Durante una (domenicale) partita a burraco con mamma e le (sue) amiche, intavoli un argomento del tutto inopportuno. Vuoi scorgere quell’irresistibile imbarazzo materno di fronte ad una figlia sconsiderata che ciaccola sull’utilità (o meno) di darla di santa ragione (casomai per la carriera). Le amiche più spiritose commentano e ridono. Una di loro sostiene con favore l’idea. Ammette un uso disinvolto della “sua dotazione” durante gli anni giovanili (con effetti positivi sulla carriera accademica). Da qui in poi lo sguardo severo di mamma si fa cupo. Sale il fumetto sulla testa: “Non ti vedo da un mese. Vieni a salutarmi… e rimani a giocare con le mie amiche per farmi questo?” Sale anche lo sguardo divertito delle sue invitate: “Falla arrabbiare… facci ridere ancora.”
Mia madre è figlia di un tempo che resiste e getta ombra sul nostro. Quel tempo durante il quale si è riconosciuto al gentile attributo maschile la sua assoluta indipendenza e pressoché totale libertà d’uso. Uno status mai attribuito alla bella dotazione femminile: una donna non è proprietaria della sua topa. Al massimo la gestisce, la conserva, l’accudisce… la trasmette alla figlia ma non ne può fare ciò che vuole. In un certo senso, è un bene pubblico, della comunità. Deve renderne conto. Usarla per la carriera, per divertimento, per allegria, per egoismo, porta con sé un naturale (sociale) ribrezzo. La pratica più accettabile è gestirla in comproprietà ad un maschietto il quale avrà facoltà d’incarnare il supremo ruolo del sovraintendente generale (in nome e per conto della comunità tutta). L’unico caso in cui alla donna sarebbe concesso di gestirla davvero, è per lavoro. Non hai fini del lavoro, ma proprio per lavoro. Ma anche qui, viene elargita tanta (inusuale) libertà solo perché la tua topa (divenuta quella di una meretrice) ha (di nuovo) una funzione sociale “utile” e riconosciuta. Quindi, non si scappa: la donna possiede un bene di pubblica utilità e deve renderne conto!
Ecco allora un ribelle ricordo che snoccioli al tavolo delle carte. Lo fai con dovizia di particolari, come fosse ora. Parti da quel cinturino con una fascia alla caviglia. Sandalo a punta aperta con un filo di cuoio blu intrecciato a fermare il piede. Stiletto da dieci. Appoggi il piede. Allacci. Senti l’odore del cuoio scaldato dalla tua pelle. Ti alzi… le caviglie dondolano. Guardi allo specchio la conformazione ondulata della scarpa. Porti un piede avanti. Alzi la punta. Fai perno sul tacco. Spingi leggermente. Osservi dall’alto le unghie smaltate. È una delle ultime uscite senza calze (se si escludono quelle seratone che meritano ogni sacrificio). La gonna pende un dito sopra le ginocchia. Vestito blu. Leggermente svasato. Aderente in vita. Tiri su la cerniera. Nel complesso, un filo più appariscente dell’avvocatessa che vuole distrarre il giudice, ma un filo meno sexy di una segretaria da combattimento. Inizi il colloquio di lavoro in discesa e lo finisci lanciata come un missile: assunta al primo botto. Tre mesi per capire come funziona l’ufficio. Un altro per entrare in quella strana risonanza-attrazione-repulsione con il capo. Una settimana ancora per farlo incazzare e da quel momento un minuto per sentirlo alle spalle, la sua mano sul fianco. Rimani in silenzio. Non una battuta. Non un fiato. Potresti rintuzzare, ma rinunci. Attendi, prima di voltarti, la fine del conto alla rovescia partito da cinque. Ti giri ed è fatta: groviglione: la dai via. Alla fine di quei due anni con lui (al suo comando), la somma è una decina di sveltine, cinque o sei domeniche tutto sesso e bollicine, tre rapide promozioni con raddoppio dello stipendio (tutto indubitabilmente interconnesso) e poi: bye-bye per un altro lavoro ancora migliore. Sì un vero scandalo! Tenuto conto che come donna non potrei fare ciò che voglio della mia dotazione, sono stata molto-molto-molto-molto cattiva.
Finisce la declamazione del ricordo. Riprendo a giocare a burraco, appoggio un paio di carte, vinco la mano. Le amiche ridono, la mamma sbuffa. Non sanno se racconto il vero o se faccio solo una sporca, provocatoria, inelegante, vigliacca guerriglia femminista.
London City Airport, in attesa d’imbarco. Over and out guys

Florenza Carsi

Pubblicato in : Editoriale, Florenza CarsiTag: anni, egoismo, fini, lavoro

Info Florenza Carsi

Florenza Carsi, libero professionista. Cura un proprio blog sul social Facebook

Interazioni del lettore

Commenti

  1. marzio siracusa

    10 Ottobre 2017 alle 08:32

    Fiorenza, ma la tua vita non rassomiglia troppo a un cinepanettone?

    Rispondi
    • Aldo Aldi

      10 Ottobre 2017 alle 11:20

      “Non hai fini del lavoro, ma proprio per lavoro.”

      Spero sia solo un errore di stampa…

      Rispondi

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