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Danza ungherese

La disgrazia dell’Ungheria è di essere un paese succedaneo per dimensioni e collocazione geografica. Quando nel 1868 divenne l’Austria Ungheria, fu già un successo. Vent’anni prima cercò di ribellarsi al suo destino gregario e l’imperatore Francesco Giuseppe, non si volle sporcare le mani. Chiese a suo cugino lo Zar di reprimerne il tumulto. I russi a Budapest furono più feroci di Radetzky a Milano. Quando l’Ungheria fece una rivoluzione comunista, nel 1919 con Béla Kun, la fece dopo quella russa. E appena il regime militare che la soppresse divenne fascista, c’era già il fascismo in Italia e Germania. L’Ungheria invece è sempre stata prima nello sfidare la sorte, anche sotto il dominio sovietico.

di Riccardo Bruno | 13 Aprile 2026

La disgrazia dell’Ungheria è di essere un paese succedaneo per dimensioni e collocazione geografica. Quando nel 1868 divenne l’Austria Ungheria, fu già un successo. Vent’anni prima cercò di ribellarsi al suo destino gregario e l’imperatore Francesco Giuseppe, non si volle sporcare le mani. Chiese a suo cugino lo Zar di reprimerne il tumulto. I russi a Budapest furono più feroci di Radetzky a Milano. Quando l’Ungheria fece una rivoluzione comunista, nel 1919 con Béla Kun, la fece dopo quella russa. E appena il regime militare che la soppresse divenne fascista, c’era già il fascismo in Italia e Germania. L’Ungheria invece è sempre stata prima nello sfidare la sorte, anche sotto il dominio sovietico. Nel 1956 la reazione di Krusciov eguagliò quella di Nicola primo. Non bisogna stupirsi troppo se Orban, cresciuto nel Komsomol, per diventare anticomunista, sia finito sotto l’influenza russa lo stesso. La paura fa novanta.

In Orban c’era principalmente una forte dose di opportunismo. La sua condiscendenza con Mosca era pur sempre regolata dalla piena appartenenza all’Unione europea e sostanzialmente incoraggiata dalle politiche verso est di Angela Merkel con cui Orban è andato a braccetto molto più che con l’onorevole Meloni. Quando Orban disse che l’Unione europea era peggio dell’Unione sovietica, si guardò bene dal volerne uscire. Sul suo proclamato indipendentismo, Orban ha creato la sua fortuna, finalmente esaurita. Dare però un qualche significato ideologico alla sua sconfitta è per lo meno prematuro. Gli ungheresi non ne potevano più dello strapotere e della corruzione di un’epopea durata ben 15 anni. Senza contare il mandato dal 1998 al 2002.

Il dato sicuramente positivo è che Peter Magyar è un classe 1981, il primo leader ungherese del secondo dopoguerra a non provenire dal partito comunista. Resta il fatto che Magyar è stato a lungo un collaboratore di Orban e che la rottura fra i due è avvenuta sulla questione morale, non su quella politica. Poi Magyar ha saputo ridestare i sentimenti russofobi che languono nel paese, cosa che comunque seppe fare a suo tempo anche Orban. Per cui calma e gesso. Ci troviamo di fronte ad una svolta significativa ed importante la cui caratura dovrà essere valutata nei prossimi mesi.

Soprattutto bisogna tenere presente che nei paesi dell’Europa dell’est, comunque si esprimano, la loro posizione non è mai progressista in senso classico. L’Italia, la Francia, la Spagna, la Germania sono state liberate dal fascismo. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, dal socialismo. Questa differenza pesa parecchio sulla scacchiera dell’Unione e l’Ungheria ha comportato gli aspetti più inquietanti. Bisogna pur tenere a mente che il gruppo di Visegrad, per quanto meno attivo possa sembrare, non è mai stato archiviato e probabilmente non potrà esserlo. Anche sull’Ucraina ha un perfetto equilibrio con due paesi a favore di Zelensky e due contro. Vedremo quando Magyar sposta la bilancia.

In Italia c’è già chi brinda alla sconfitta delle destre, cosa che si può anche fare per il successo di un esponente dei popolari europei. Resta il fatto che questo ci dice molto del costume del nostro paese, quasi nulla di quello ungherese.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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