Giovedì scorso, nella dismessa e fatiscente facoltà di Lettere e Filosofia a Firenze, in una piazza che è indegna del nome che porta, si è svolta, come indicava sopra la locandina, un convegno, o laboratorio internazionale italo ucraino su Dante. Ottima, invece, la presentazione e lo svolgimento della prima delle due giornate. In particolare l’intervento della professoressa Giovanna Brogi dell’Università degli Studi di Milano, che ha illustrato gli “ Echi danteschi e italiani nella poesia di Taras Shevchenko” poeta nazionale ucraino coevo di Mazzini, la cui statua è ubicata nel centro delle piazze di ogni città in Ucraina. Interessante anche l’intervento della professoressa Giovanna Siedina, docente a Firenze, che con un ammirevole talento si è espressa in un corretto ucraino porgendo l’attenzione sulle traduzioni della Commedia che anche in ucraina era stata compiuta dai grandi intellettuali come Shevchenko e Franko. Il resto è stato un po’ noioso e fuori luogo: Mickiewicz era polacco, e con l’Ucraina e Taras Shevchenko, si conoscevano poco e non molto ebbero a che fare, se non perché entrambi i popoli di appartenenza erano contro la Russia usurpatrice e tiranna. Due lingue, quella polacca e ucraina, in verità molto simili, divise dal tipo di alfabeto, molto di più vicine tra loro, che con l’ artefatta russa, che usa il cirillico ucraino ma che resta lontana dalla lingua madre. Sono, poi, emersi aspetti importanti dell’influenza di Dante nella letteratura ucraina: lo sforzo metrico e poetico del traduttore, ha trovato nella prima giornata dei lavori, uno spazio sufficiente per calibrare la forza, l’influenza dell’Italia e di Firenze nell’immaginario positivo della lingua, mezzo e volano per ricostruire l’identità nazionale oppressa da secoli di tirannia consolidata dai tempi di Caterina II, colei che definitivamente chiuse la gloriosa epoca dei Cosacchi ucraini. Nelle parole della docente Brogi, infatti, si riscontra l’essenziale principio della libertà espressiva poetica e letterale che ebbe conferma e principio attraverso Kotlyarevsky e le sue parodia nella “Eneida”. Resta centrale, quindi, la figura di Taras Shevchenko, che da servo della gleba diventa uomo libero, poeta, valente pittore, recluso per molti anni in Kazakistan dallo Zar Nicola I. Ma da Shevchenko a Franko, grande intellettuale che si affaccia fino ai primi del ‘900, manca tutta una serie di personaggi e studiosi che videro in Dante e nella letteratura italiana, lo spunto d’ispirazione per la libertà dal giogo zarista traslato in quello bolscevico e sovietico nel 1921. Prova importante, fu lo sforzo del poeta Maxim Rylsky, sotto la presidenza di Hrushevskj, storico e primo presidente dell’Ucraina liberata l’indomani l’armistizio di Brest Litovsk, nel 1917, che tradusse felicemente, la Commedia di Dante rispettando la metrica della tradizione ucraina con il testo italiano. Mancano all’appello tra i tanti, l’influenza della poetessa Lesia Ukrainca, che visse anche in Italia nel 1903. L’Ucraina ha avuto una grande spinta unitaria nell’800, ispirata dall’Italia, in questa serie di esposizioni non sufficientemente spiegata, ma in compenso sono stati messi in evidenza aspetti importanti sugli sforzi compiuti dai grandi intellettuali che riconobbero in Dante un loro forte punto di riferimento. L’influenza degli italiani esuli dell’ottocento, le similitudini occasionali, ad esempio tra Taras Shevchenko e il coevo Leopardi, hanno rafforzato l’identità nazionale. Molti come Taras, non conoscevano l’Italia che attraverso Gogol, ucraino di Dikanca, o altri, come Mycola Kostomarov, e poi Dragomanov, per esserci vissuto lungamente. O come ha raccontato il professor Risaliti, attraverso le cronache dell’ucraino Lev Mecnikov che si era unito ai “ Mille” di Garibaldi. Mentre il paragone di Manin non regge assolutamente, mai conosciuto in Ucraina a differenza di Mazzini, che apparve per la prima volta il 13 febbraio 1834 sul “ Severnaja pcela” e il 24 febbraio del medesimo anno su “ Moskovskije vedomosti”, tradotto in seguito più volte sul “Kyivskij telegraf”, ispiratore dei grandi del popolo slavo.
Enrico Martelloni



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