
Una Boheme “sontuosa” che ha in Daniel Oren il nume dispensatore di “grazie” per l’orchestra e per i cantanti. Un Oren particolarmente ispirato che ha guidato magistralmente ad un meritatissimo successo in questa prima, un cast decisamente di buon livello ed un’ orchestra che ha dato prova di grandissima capacità di sapersi esprimersi al meglio se adeguatamente accompagnata a interpretare, oltre che leggere, una partitura spesso ritenuta di routine per la frequenza con cui viene rappresentata.
Un Oren che ha saputo “distrarre” il pubblico più vicino al golfo mistico per la sua capacità di vivere la direzione come un interminabile dialogo con la musica, gli orchestrali e i cantanti. Una mimica efficacissima, una gestualità eloquente e intensissima, una serie di sguardi capaci di parlare più di mille parole, un amore sconsiderato per quell’affascinante mondo del melodramma che, come ha detto, ha conosciuto, appena tredicenne, grazie a Leonard Bernstein, che sembra voler trasfondere in ogni sua performance nei suoi interlocutori.
E’ stato un piacere indefinibile vedere da un lato orchestra e palcoscenico tesi ad offrire il migliore spettacolo possibile e dall’altra il pubblico, rapito da quell’esibizione, coinvolto e partecipe, regalare applausi caldi e affettuosi. Applausi che, crescenti ad ogni ingresso, Daniel Oren ha ricevuto con generosità e che ha ogni volta voluto dividere con i suoi maestri chiamati da lui a regalare la migliore interpretazione di quella partitura che racconta con struggente dolcezza l’animo del suo compositore e quei luoghi che tanto, il Maestro lucchese, aveva amato.
La cornice all’interno della quale si è svolta questa incredibile magia, è quello che avevamo conosciuto lo scorso anno: l’allestimento che porta la firma di Maurizio Varamo per le scene, Anna Biagiotti per i costumi e di Maurizio Di Mattia per la regia, si propone con gli stessi pregi e, purtroppo, gli stessi difetti che avevamo già rilevato. Nulla osta per lo spostamento di data, dal 1830 al 1900, né per alcune ambientazioni decisamente diverse da quelle previste dal libretto (secondo e terzo atto); interessante anche quell’indicazione decisamente stimolante del regista relativo alla soffitta “luogo metafisico fra tetti e cielo in cui amore e morte compiono il loro gioco sovrumano…”.
Ancora una volta, come nel caso di Traviata, decisamente sovraffollato il palcoscenico nel secondo atto: in quel caos, tutto perde di significato e i movimenti si fanno difficili e poco significativi, vanificando quella cura del particolare che invece sembra voler essere una delle cifre significative del regista. Assolutamente non condivisibile la scelta del regista nei confronti di Alcindoro: il suo comportamento sulla scena non ha nulla a che vedere con quanto il libretto gli fa dire e, oltretutto, è decisamente ridicolo che “contesti” l’atteggiamento “leggero” di Musetta, quando lui per primo ne adotta uno ancora peggiore. Come pure assolutamente inaccettabile, nel terzo atto, i comportamenti di Marcello e Musetta nel lungo dialogo che, nel libretto, vede Marcello geloso di presunti atteggiamenti troppo compiacenti della sua compagna e in questa scena lo vede abbracciato a due ragazze in atteggiamenti inequivocabilmente poco interessati alla sua Musetta e lei tra le braccia di un “sostituto” già pronto.
Di scarso significato, almeno per noi, la trovata dello scambio di ruoli all’inizio del quarto atto: Marcello scrittore e Rodolfo pittore sono davvero poco credibili in quel contesto dove invece, la malinconia e il dolore trovano nei loro strumenti di lavoro, efficaci mezzi di esternazione.
Scelte discutibili, a nostro avviso gratuite, che pure non tolgono nulla al complesso dell’allestimento che risulta gradevole e interessante.
Eccellente la performance della soprano Maria Agresta, una Mimì completa, vocalmente convincente e dalla capacità interpretativa piena di suggestioni. Delicata e appassionata, ha saputo emozionare il pubblico che, a più riprese, l’ha gratificata con applausi a scena aperta. Buona anche la prova di Stefano Secco, Rodolfo, la cui voce a tratti appariva più stanca e meno efficace; in ogni caso lo riteniamo promosso in virtù anche di quell’entusiasmo che ha ben supplito nei momenti di deficit. Ottima anche Alida Berti: la sua Musetta è stata sempre convincente e la sua voce è stata apprezzata per colore e timbrica. Bravi e convincenti anche gli altri componenti dell’allegra boheme: Gabriele Viviani, un Marcello dalla voce potente e dal fare guascone; Domenico Colaianni, uno Schaunard ironico e talvolta un po’ grottesco ma dalla voce sicura e piacevole; Carlo Striuli, Colline, che nel “vecchia zimarra” ha conquistato e commosso il pubblico. Un giusto plauso anche a Angelo Nardinocchi che ha avuto il duplice ruolo di Benoit e Alcindoro, dando ad entrambi, localmente parlando, una più che piacevole interpretazione.
Dopo la più che positiva prova di Mimma Briganti nel ruolo di Violetta, si attendono i “cambi” in programma: per la recita del 16 agosto Leonardo Lopez Linarez sostituirà Alberto Mastromarino nel ruolo del Barone Scarpia in Tosca; il 17 agosto, Butterfly sarà Silvana Froli al posto di Donata D’Annunzio Lombardi, mentre per il 18 agosto sarà ancora Mimma Briganti a dar voce alla tormentata Violetta al posto di Silvia Dalla Benedetta in Traviata, opera che vedrà molte sostituzioni nei ruoli comprimari secondo il programma previsto dal Maggio Formazione.

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