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Dal sogno della ripresa all’evocazione del default qui rischiamo di bruciare la fiducia che si era riattivata

di Terza Repubblica | 7 Luglio 2014

Graziano Delrio non è uno qualsiasi, trattasi di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’uomo fidato che Renzi avrebbe voluto all’Economia come suo braccio armato se il Quirinale non gli avesse pressantemente suggerito Padoan. Quelle sue parole hanno un peso… 

Siamo distratti. Sgraniamo gli occhi, inutilmente, di fronte a cose di poco conto, come le performance europee di Renzi, e non ci accorgiamo di questioni grandi come macigni, come le strabilianti dichiarazioni di Delrio sul debito pubblico e il suo possibile consolidamento. Già, fiumi di parole per decrittare il discorso di Matteo di inaugurazione del semestre europeo a presidenza italiana – ma perché diceva sempre “il mio Paese” quando lì rappresentava l’Europa intera? – e discettare sulle dotte citazioni con cui l’ha infarcito – anche qui, ma cosa ti salta in mente di evocare Telemaco, uno che cornificò il padre Ulisse andando con la di lui amante Circe e finì maciullato dalle sirene, dando il crepacuore a mamma Penelope – per non parlare del presunto scontro con la Germania, di cui a ben vedere non c’è traccia, considerato che Roma dice “non chiediamo sconti, non vogliamo scorciatoie, dobbiamo noi risolvere le questioni italiane” e Berlino sostiene che “sconti e scorciatoie sono solo quelle previste dai patti” e “il debito è nemico della crescita”. Tutto questo mentre, nell’ignavia generale, il governo rappresenta all’esterno le evidenti divergenze che ci sono al suo interno. Infatti, in un’intervista al Corriere, per la prima volta che si ricordi, un importante esponente del Governo italiano prende in considerazione l’ipotesi di un default del debito, stile Argentina o Grecia, aggiungendo che però “deciderà il Presidente del Consiglio”. Ora, Graziano Delrio non è uno qualsiasi, trattasi di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’uomo fidato che Renzi avrebbe voluto all’Economia come suo braccio armato se il Quirinale non gli avesse pressantemente suggerito Padoan. Quelle sue parole hanno un peso, non si può far finta di niente. Così come va valutata la proposta dello stesso Delrio di mutualizzazione del debito attraverso futuribili “euro union bonds”, la quale, prima ancora di incassare i prevedibili dinieghi tedeschi, è stata stoppata proprio dal ministro Padoan.

Sia chiaro, Delrio è stato improvvido – su temi come questi si decide, non si annuncia né tantomeno si ipotizza – ma ha il merito di avere sdoganato una questione che altrimenti è rimasta sottotraccia dopo il cambio di “umore” che Renzi, dopo Monti e Letta, ha imposto al Paese. Cambio utile per riacquistare un po’ della fiducia perduta, ma pericoloso se ha come prezzo l’occultamento dei problemi. E che il debito pubblico sia “il problema italiano” – sia per la dimensione che ha raggiunto, sia perché drena tutte le risorse che dovremmo impiegare per gli investimenti, unico vero strumento che può assicurare la crescita – lo dimostra il fatto che, record negativo dopo record negativo, continua ininterrottamente a crescere, avendo più che sfondato i 2100 miliardi e la quota del 135% del pil, con 82 miliardi di interessi da pagare (circa il 5% del pil, un peso insostenibile), e soprattutto che il Fiscal Compact, operativo dal 2015, ci costringerà a svenarci per far fronte agli impegni stringenti che prevede. Facciamo due conti. Se sarà confermato il pareggio di bilancio l’anno prossimo – e non vi è traccia reale del contrario – considerato che la crescita nel migliore dei casi sarà la metà di quella prevista dal governo (0,4% anziché 0,8%), è prevedibile la necessità di una manovra correttiva in autunno di almeno 25 miliardi. Cui si aggiungono altri 17 miliardi come effetto della deflazione sul debito. Poi scattano gli obblighi di riduzione dello stock di debito per portarci entro il 2019 intorno al 121% del pil. Per farcela senza interventi straordinari, dovremmo essere capaci di avere un avanzo primario del 4,6%, il triplo dell’attuale e il doppio di quello che avevamo negli anni delle vacche grasse. Oppure di toglierci il peso di oltre 200 miliardi in un colpo solo. Ecco perché l’uscita di Delrio, pur nella sua imprudenza, ha non poco significato. Certo, per evitare il bailout con relativo commissariamento della Troika, la strada giusta non è il brutale consolidamento, che tra l’altro avrebbe nella quota detenuta dall’estero un freno e che ricadrebbe in modo pesante sul sistema bancario (con conseguente ritorno in zona “credit crunch”). E neppure la “ricetta” del Fondo Monetario (riscadenzare, pur senza cambiare la remunerazione offerta), che pure sarebbe meno peggio. Né, purtroppo, è percorribile la strada, buona ma futuribile, degli eurobond.

No, l’unica ristrutturazione possibile è quella del conferimento del patrimonio mobiliare e immobiliare pubblico – stimato dal Tesoro 600-800 miliardi per la parte più facilmente valorizzabile – ad una società ad hoc da quotare in Borsa, con il contributo del patrimonio privato, in modo progressivo e oltre una certa soglia. Forse, anziché lanciarsi messaggi via stampa o inscenare presunte battaglie di principio in Europa, converrebbe mettersi a studiare le diverse modalità pratiche di questa idea. Ci sono fior di economisti che ne hanno parlato e si sono documentati. E che, gratis, farebbero volentieri una consulenza al presidente Renzi e al sottosegretario Delrio. Anche perché questa è anche l’unica via per trovare le risorse necessarie a rilanciare gli investimenti, indispensabili per riattivare la crescita. Una partita, questa della ripresa economica, che bisognerebbe smettere di giocare con carte truccate. Ci vuole una buona dose di coraggio per dire che siamo fuori dalla crisi, visto che dopo lo 0,1% di pil perso nel primo trimestre, anche nel secondo l’Istat stima una variazione compresa tra  il -0,1% e il +0,3%. E se i trimestri negativi saranno due consecutivi, ecco che saremo ufficialmente tornati in recessione. Come se non bastasse, secondo l’Istituto di cui Giorgio Alleva ha da poco assunto la presidenza, vedremo “ritmi sostanzialmente analoghi anche nella seconda metà dell’anno”. Se saremo fortunati, insomma, la nostra crescita nel 2014 sarà di certo più vicina allo 0,2% previsto da Confindustria che non allo 0,8% su cui si è attestato e intestardito il governo.

Ecco, anche a voler essere moderatamente (e immotivatamente) ottimisti e ipotizzando una crescita di mezzo punto percentuale, a questi ritmi serviranno circa 19 anni recuperare i 9,4 punti di pil persi dal 2008. E a chi dice che il pil, da solo, non indica nulla, si fa presente che a maggio la disoccupazione è tornata a salire, attestandosi intorno 12,6%, portando i senza lavoro alla triste quota di 3 milioni e 222 mila, il doppio del 2007. Il tutto, visto che l’inflazione ha raggiunto a giugno il livello più basso dall’ottobre 2009 (fermandosi allo 0,3%), mentre siamo ad un passo dalla deflazione, quella spirale perversa in cui, di fronte ad aspettative di discesa dei prezzi, famiglie e imprese preferiscono rinviare acquisti e investimenti, con la prospettiva di minori spese future, di fatto contribuendo alla contrazione dell’economia.

Eppure anche di fronte ai dati negativi, c’è un serpeggiante clima di ottimismo, percepibile in modo speciale tra gli imprenditori. E’ evidente la dicotomia tra realtà e sentimento, tra evidenze empiriche e astrazioni, ma soprattutto la dicotomia tra le parole e i fatti, visto che il governo ha raccontato che la crisi è finita e che le sue mosse saranno in grado di riavviare la ripresa. Ma non è così. E allora il grande merito di aver riacceso la speranza e il motore della fiducia rischia di essere vanificato dal demerito di aver generato un ottimismo fuori misura, che alla fine si rileverà un boomerang. Sarebbe esiziale se questa “aeriforme” fiducia non diventasse infatti solida, con almeno qualche concreta declinazione dei tanti annunci di riforma. Perché non c’è peggior cosa della fiducia tradita. Specie se a risvegliarci dal sogno è un importante esponente di governo che parla senza perifrasi di un possibile default prossimo venturo.

Pubblicato in : Editoriale

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