È stato pubblicato di recente, in allegato al Corriere della Sera, una nuova edizione del libro CUORE di Edmondo De Amicis, in assoluto nel mondo uno dei libri più letti, tradotti, illustrati, più volte riedito con correzioni di mano dello stesso autore, soggetto anche di varie trasposizioni cinematografiche.
Questa fortuna è durata per tutto un secolo dalla sua prima pubblicazione nel 1886 a Torino, per le edizioni Treves.
Ha avuto ovviamente molte lodi e poche critiche, anche se la complessità della struttura, che alterna pagine di diario, pagine scritte direttamente dal padre, talvolta dalla madre, con l’inserimento di una decina di racconti lunghi, separati dal testo, fa pensare più un libro per adulti che per lettori piccoli.
Ma è soprattutto lo sfondo su cui tutto si muove a dare peso al racconto: è la storia del Risorgimento e delle guerre di indipendenza, storia di gesta eroiche e di eroiche battaglie, dove l’amor di Patria omnia vincit, anche le ferite, il dolore, la morte. Altri tempi, altri valori, non facilmente riproducibili.
Anche se, nessuno lo nega, la capacità narrativa dell’autore è a dir poco eccelsa, sa modulare con estrema fluidità la descrizione di ogni fatto, di ogni situazione, di ogni personaggio.
Infatti ai piccoli protagonisti del diario si aggiungono anche i grandi della storia: da Mazzini a Garibaldi, dal Conte di Cavour al Re Umberto e, per Vittorio Emanuele, i funerali al Pantheon di Roma.
Il segreto, come dirà lo stesso autore, è scrivere col cuore perché la sua è una partecipazione piena coinvolgente presente in tutto il racconto.
Ma più tempo è passato più il libro si è allontanato dall’interesse di studenti e lettori, quindi arriviamo all’oggi.
Se pensiamo a uno studente di scuola primaria o secondaria, è questa l’età di riferimento del libro Cuore, come arriviamo a far conoscere la nostra storia di nazione, di Patria? E come raccontare le battaglie del Risorgimento? Forse a grandi linee si può, inoltre nelle nostre scuole oggi si parla molto di amicizia e di collaborazione, di protezione del diverso, del disagiato, un punto fermo questo nella classe di Enrico, protagonista del libro.
Già oggi noi accogliamo nei banchi ragazzi di altre provenienze, cadono facilmente le barriere e le distanze di lingua, di costumi. I nostri insegnanti sono bravissimi in questo, ed i genitori aiutano a fare la loro parte nei progetti di accoglienza.
Ma c’è un altro valore, che in questo quadro appare nuovo e che converrebbe rafforzare: l’Italia non è sola, attorno a sé ha l’Europa, che è una comunità di Popoli simili al nostro per tanti aspetti della vita.
Sono 27 Stati, nostri alleati, che noi possiamo visitare senza passaporto e (nella quasi totalità) senza cambio di moneta. Perché allora sono ancora così pochi gli scambi o le visite di studenti italiani negli Stati dell’Unione? Vanno in Inghilterra e imparano l’inglese, e va bene, ma per l’appunto l’Inghilterra si è messa al di fuori dell’Europa per interessi propri, naturalmente.
Una settimana di scambio invece con qualunque paese della Comunità dovrebbe essere obbligatorio ogni anno, fin dalla scuola di primo grado! Perché non approfittare di questo tempo di scuola “sospesa” per studiare ed implementare i progetti in tal senso? Il Progetto Erasmus, da anni approdato anche nella scuola di primo grado, è ancora troppo poco praticato. Non lo si ritiene cruciale, anche in ottica di “costruzione” dell’unità dell’Europa tanto invocata in questi tempi di emergenza? Io credo di sì, visitando di volta in volta i paesi che si sono resi disponibili per il progetto. Parte delle spese saranno a carico della scuola, del Comune di residenza degli studenti o del Ministero della Istruzione e Ricerca, ma sono e saranno solo spese di viaggio, perché l’ospitalità è in famiglia, quindi fatta col CUORE… così abbiamo chiuso il cerchio.
Marisa Brambilla

Gli scambi con l’Europa sono oggi, in realtà, più numerosi di quanto l’articolo di Marisa Brambilla lasci pensare. E continueranno, se non aumenteranno, anche con il Regno Unito, a cominciare dalla grande Londra , popolata da cinqecentomla italiani.. Se ho ben capìto, comunque, la speranza e l’invito espressi dall’articolo sono quelli di arrivare ad un patriottismo europeo, così come alla fine dell’Ottocento De Amicis sentiva – e voleva far sentire – un patriottismo italiano. Sarà dura, è evidente; ma altrettanto evidente è che sarebbe bello e utile arrivarci. Nonostante le critiche che QUESTA Europa merita . E le delusioni che troppo spesso provoca