
Sì alle “pause umanitarie”, ma nessun cessate il fuoco. È questo, in sintesi, l’esito del lungo negoziato sulla guerra Hamas-Israele tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, riuniti a Bruxelles per il Consiglio UE. Secondo quanto ricostruisce il sito Politico, la discussione tra i leader dei Ventisette si è protratta per ben cinque ore nella serata di giovedì. Al tavolo di Bruxelles è emersa una spaccatura – poi rientrata -soprattutto per la posizione del premier spagnolo Pedro Sanchez. Decisamente interlocutoria, invece, la conclusione dei leader UE sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp), che invita a “portare avanti i lavori al fine di raggiungere un accordo globale entro la fine dell’anno”. Affrontati, poi, dossier altrettanto cruciali: Ucraina, migrazioni e tensioni tra Serbia e Kosovo. Sui primi due temi ha pesato sin da subito la posizione dell’Ungheria di Viktor Orban, peraltro rafforzata e condivisa dal premier slovacco Robert Fico, fresco di rielezione alla guida del governo di Bratislava. È sembrato dunque allargarsi – anche se di poco – il “fronte degli eretici” nel consesso UE, ma alla fine ha prevalso per il momento la linea generale del “sostegno a Kiev fin quando necessario”.

Nessun cessate il fuoco?
Nelle conclusioni della prima giornata, il Consiglio europeo ribadisce che l’UE “condanna con la massima fermezza Hamas per i suoi attacchi terroristici brutali e indiscriminati in tutta Israele” e sottolinea “il diritto di Israele a difendersi in linea con il diritto internazionale umanitario”. Il Consiglio, inoltre, ribadisce “l’invito rivolto a Hamas a liberare immediatamente tutti gli ostaggi senza alcuna precondizione”. Dal punto di vista pratico, per Gaza i leader UE chiedono di “assicurare un accesso umanitario continuo, rapido, sicuro e senza restrizioni nonché l’arrivo degli aiuti ai bisognosi attraverso tutte le misure necessarie, compresi pause e corridoi umanitari”. Al netto della formulazione diplomatica delle conclusioni, confluite poi nel comunicato finale al termine del summit, il senso è che l’Unione esclude l’ipotesi di un vero e proprio cessate il fuoco, che a differenza di eventuali pause umanitarie non avrebbe una fine predeterminata. Proprio a favore di questa opzione si era schierato Sanchez, seguito dal premier belga Alexander De Croo, ipotizzando una pausa – unica e dalla durata non definita – per rispondere alle necessità umanitarie. I leader UE, inoltre, hanno concordato sulla necessità di “rilanciare un processo politico sulla base della soluzione a due Stati” anche tramite “l’imminente svolgimento di una conferenza di pace internazionale”.
L’UE non parla all’unisono?
Le istanze espresse da Sanchez dimostrano, ancora una volta, quanto sulle decisioni comunitarie pesino le agende e le questioni interne ai singoli paesi. La posizione di Madrid, infatti, si spiega probabilmente solo con la volontà di assecondare l’ala filopalestinese del governo in carica, in particolare la piattaforma di sinistra Sumar, che aveva addirittura posto il riconoscimento spagnolo della Palestina come precondizione per appoggiare l’esecutivo di Sanchez. Alla fine, tuttavia, ha prevalso la linea generale espressa anche dal presidente del Consiglio UE Charles Michel e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’Unione, che sia a livello comunitario che di singoli paesi membri primeggia nel sostegno umanitario ai Territori palestinesi, si allinea inoltre alla politica adottata dagli Stati Uniti. Come dichiarato dal presidente Joe Biden e da vari esponenti dell’amministrazione americana, infatti, il rilascio degli ostaggi catturati da Hamas rappresenta la precondizione, non la conseguenza, di un eventuale cessate il fuoco.
Divisi anche su Ucraina e migranti?
Nell’ultima giornata di lavori spazio al dossier Ucraina, legato direttamente alla questione bilancio. L’escalation in Medio Oriente ha certamente ridotto il peso del conflitto tra Mosca e Kiev nelle agende delle cancellerie UE, ma è ancora presto per dire che questo si tradurrà effettivamente in una vera e propria spaccatura. Intanto, nel comunicato finale concordato dai Ventisette, si ribadisce che “l’Unione Europea continuerà a fornire forti risorse finanziarie, economiche, umanitarie, sostegno militare e diplomatico all’Ucraina e al suo popolo per tutto il tempo necessario”. L’asse Ungheria-Slovacchia, a cui fa da sponda anche la Bulgaria, ha chiarito di non opporsi “per principio” all’invio di nuovi aiuti a Kiev. “La domanda è quale tipo di aiuti e come l’Unione Europea si assicurerà che questi aiuti vengano utilizzati in modo efficiente“, ha detto a Politico il premier bulgaro Nikolai Denkov. Battaglia annunciata anche sul tema migranti, che in parte tocca anche la crisi in Medio Oriente e riguarda ampiamente l’Italia. “Tutti i Paesi Ue sono d’accordo sul fatto che nuovi fondi debbano esser emessi sul dossier migratorio”, ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al termine del Consiglio europeo, esprimendo soddisfazione per il compromesso raggiunto nel comunicato finale anche su Ucraina e crisi mediorientale.
Il commento
di Antonio Villafranca, direttore della Ricerca ISPI
“Come quasi sempre accade dopo un Consiglio europeo, si può essere soddisfatti o insoddisfatti. Dipende dalle aspettative. Se ci si aspettava una posizione netta, forte, ambiziosa sui (troppi) temi all’ordine del giorno, le aspettative sono state frustrate. Se invece si riconosce la delicatezza dei temi trattati, aver trovato la quadra quanto meno su Gaza e (in parte) sul continuo supporto all’Ucraina è già un risultato. Ma a ben vedere la vera questione riguarda l’abilità dell’Ue di essere all’altezza delle sfide. Migrazioni, sicurezza e difesa comune, politiche industriali/commerciali, bilancio Ue e riforma del Patto di stabilità e crescita sono tutti temi in cui la politica dei piccoli passi rischia di rallentarci troppo”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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