
In una landa deserta il miraggio della fata morgana può illudere e, in un’Europa allo sbando, chi mostra l’orizzonte ed indica una direzione può assurgere al rango di profeta, magari inascoltato.
L’ex presidente della BCE, Mario Draghi, lo ha fatto ripetutamente, da ultimo in quel di Rimini facendo riferimento, seppur implicitamente, ad un capitalismo liberal-democratico coerente con l’obiettivo di uno sviluppo complessivo delle nazioni e dei popoli.
Il problema è che quel capitalismo non esiste più.
Di tanto anche il presidente Draghi ne è consapevole ma, probabilmente, pensa possa essere riportato entro il suo alveo naturale, al pari di un fiume esondato, manovrando sulle leve del mercato, della moneta e dei tassi, dell’inflazione, del debito, del risparmio e via elencando il resto degli strumenti che possono disciplinare la crescita economica in un contesto coeso e divenuto istituzionalmente capace di stabilire le indispensabili condizioni di efficacia.
Presupposto necessario è l’esistenza di un soggetto continentale, gli Stati Uniti d’Europa, che assommi in sé i poteri per partecipare con successo alla competizione mondiale.
Tuttavia si tratta di un presupposto necessario ma non sufficiente.
Accanto al soggetto politico deve esservi un sistema economico-sociale, finanziario e tecnologico tale da sostenere le sfide politico-istituzionali.
I ritardi della costruzione degli Stati Uniti d’Europa scontano certamente le divisioni interne dei protagonismi nazionali ma questi si sommano per un verso agli effetti della complessiva fragilità economica del vecchio continente e per l’altro alle conseguenze della fine conclamata del capitalismo liberal-democratico ed all’avvento dell’iper capitalismo finanziario ed autoritario.
Il risultato è esplosivo al di là di ogni illusione, miraggio, orizzonte e direzione che si voglia evocare o indicare.
Il capitalismo imperniato sulla concorrenza più o meno perfetta e sulla competizione dei liberi imprenditori oltre che sul ruolo di supporto-sostegno-controllo e sviluppo dello Stato, per come lo abbiamo conosciuto e per come gli storici lo hanno illustrato, non esiste più.
Non solo, l’idea di poterne recuperare la natura entra in conflitto con la realtà rappresentata da una deriva finanziaria che oggi schiaccia il mondo ed al cui cospetto il vecchio mercato risulta incapace di rispondere essendo divenuto insensibile agli stimoli di qualsiasi ipotetica azione.
L’iper capitalismo finanziario (qualcuno lo ha definito anche turbo capitalismo) evoca il concetto di metastasi del capitalismo avendone compromesso, esattamente come un cancro, i gangli vitali sino alla loro distruzione.
Il mercato in cui la domanda e l’offerta si componevano in un equilibrio dinamico non esiste più, prigioniero di nuovi protagonisti-padroni che, emulando le vecchie potenze imperiali, dominano la finanza, la tecnologia, addirittura il potere statale e gli assetti geopolitici con conseguenze disastrose che si scaricano su porzioni rilevanti di interi continenti.
Si tratta di una deriva che nega ogni espressione di una società libera e plurale che trovava nel mercato di Smith, Ricardo, degli economisti classici, ma anche di Marx e di Schumpeter, la sua ragione d’essere.
Forze ed entità estranee al capitalismo liberal-democratico si muovono al di fuori dei meccanismi di una società istituzionalmente ordinata e lo fanno in maniera aggressiva esattamente come le cellule in metastasi dentro ad un corpo sottratto al naturale funzionamento dei suoi organi.
La concentrazione delle risorse finanziarie è arrivata al punto di impedire ogni redistribuzione della ricchezza.
Essa cavalca la sopraffazione e considera la violenza e la guerra sistemi addirittura legittimi oltre che obbligati per sopravvivere; spinge verso il controllo diretto degli Stati in ogni parte del mondo; ispira la deriva autoritaria ed alimenta una forte omologazione dei sistemi di governo al di là di ogni confine ed eredità democratica.
I detentori della leva finanziaria controllano la tecnologia, la produzione, la distribuzione e la logistica e lo fanno come compatte costellazioni avendo azzerato le vaste galassie di un tempo.
Magnati in America, capitalisti di stato in Cina, fondi sovrani arabi, oligarchi russi manovrano le leve del cosiddetto mercato globale. E lo fanno avendo talora addirittura il controllo diretto dei codici di esplosione nucleare.
È tale realtà che rende oggi problematica se non vana ogni predicazione di qualsivoglia profeta. Ed è da essa che bisogna partire, mettendone in discussione la stessa legittimità oltre che l’aberrazione epistemologica complessiva, piuttosto che dalla evocazione di un capitalismo estinto.
Ricominciare elaborando il rifiuto dell’idea stessa dell’ipercapitalismo che lo rende ormai oggetto di fede indiscussa al di là anche della sacralità istituzionale.
Paradossalmente non servirà un’Europa Federale senza una visione economica legata alla sempiterna idea rivoluzionaria di perseguire la felicità o il benessere dei popoli e dei cittadini, rifiutando il potere dei monopoli e degli oligopoli liberi da vincoli e padroni assoluti del mondo.
Ma per questo sarà necessario ripristinare il primato della politica sull’economia.
Esattamente nel solco tracciato, con sfumature, strumenti e prospettive diverse, da Keynes e, prima, da Marx, e più recentemente in Italia da Federico Caffè.
Il presidente Draghi che pure si è formato alla scuola di quest’ultimo essendone stato addirittura discepolo, nei suoi interventi, piuttosto che partire dal rifiuto dei guasti dell’Ipercapitalismo, si muove nel suo alveo convinto che esso possa essere emendabile o addomesticabile, magari grazie ad un’Europa animata dall’ambizione di diventare protagonista dello scenario mondiale oggi lasciato al dominio incontrastato delle potenze iper capitaliste.
Insomma un’Europa federale con istituzioni di rappresentanza e di governo centralizzate potrebbe indurre le potenze iper capitaliste a più miti consigli costringendole a rivedere la propria posizione, per esempio sul ruolo delle big tech o sul versante finanziario, del controllo del debito, della tecnologia, delle armi, delle produzioni industriali e così via.
L’intervento al meeting di Rimini, sopravvissuto allo sfacelo del braccio politico di Comunione e Liberazione, ne è una evidente riprova se ve ne fosse ancora bisogno.
Egli afferma che l’Europa deve giocare alla pari con gli Stati Uniti e la Cina e per far questo deve diventare una potenza capace di organizzarsi e procedere di conseguenza al pari di quelle.
In realtà il futuro europeo, che certamente passa da una struttura federale unitaria, non può essere quello di allargare il quadro delle potenze mondiali egemoni.
Il successo europeo passa dalla capacità del vecchio continente di proporsi quale fondamentale contrappeso all’attuale equilibrio finanziario-economico-militare-geopolitico esistente e che lo vede escluso se non vittima al pari del resto del mondo.
Peraltro l’Europa odierna, al di là della caratura istituzionale, non possiede né la potenza finanziaria né la dimensione tecnologica necessarie ad inseguire l’iper capitalismo americano avendo da troppo tempo rinunciato a presidiare i settori strategici dell’economia un tempo controllati dal potere pubblico ed oggi semplicemente dismessi e lasciati al dominio esclusivo degli esponenti dell’ipercapitalismo che, appunto, sono fuori da ogni controllo ( Elon Musk e le big tech ne sono la riprova, in uno con l’industria bellica, farmaceutica, etcetera).
L’Europa per sé ha, sin qui, scelto la più facile strada della potenza industriale manifatturiera. Ma anche in quel campo oggi rischia di ritrovarsi fuori gioco per la maturazione della potenza cinese ( e indiana a breve).
Dunque un’Europa senza istituzioni continentali, prigioniera di altrettanti sistemi industriali nazionali in declino e in aggiunta priva del potere finanziario concentrato in USA ed in Cina, dovrebbe darsi una forma federale ed un’anima economica, finanziaria, militare per un impossibile inseguimento dell’ipercapitalismo mondiale.
Nel sopravvissuto mondo comunista o collettivista si sta pagando lo scotto del tramonto dell’idea marxista del controllo pubblico dei mezzi di produzione che implicava una severa politica di redistribuzione sociale del surplus-profitto da quelli maturato.
Nel mondo occidentale, USA ed Europa in testa, si sta pagando la rinuncia alla politica economica governata dallo Stato secondo le impostazioni di Keynes e per quanto riguarda l’Italia di Federico Caffè, il vecchio maestro del presidente Draghi.
Entrambi, Keynes e Caffè, sostenevano il primato del ruolo dello Stato nel controllo dei gangli vitali dell’economia che avrebbero dovuto garantire il mercato interno in uno con l’equilibrio internazionale e presidiare il crinale delle tecnologie d’avanguardia.
La storia della prima conquista spaziale ne era la riprova per quanto concerne gli USA, così come l’azione dell’Eni nello scacchiere mediterraneo lo fu per l’Italia.
Ma stiamo parlando di storia passata.
Il presente ne racconta una completamente diversa e parla di disimpegno-emarginazione del pubblico e di ridimensionamento delle funzioni dello Stato divenuto, via via, prigioniero dell’ipercapitalismo che gli ha sottratto autorità, forza e capacità di intervento fino a costringerlo a consegnarsi nelle mani di quanti quella metastasi capitalistica alimentano accumulando su di sé potere e ricchezza a scapito di ogni redistribuzione sociale di essa.
La scomparsa del lavoro come entità fondamentale del progresso di qualsiasi comunità nazionale e la emarginazione dei lavoratori come categoria protagonista della vita stessa nazionale ne sono le conseguenze.
La nascita dello Stato assistenziale che distribuisce bonus, prebende, lotterie e somministra odio e divisioni a getto continuo per garantire il consenso e di conseguenza il potere di chi lo controlla ne è il corollario obbligato.
Probabilmente è da lì, dal rifiuto di quella deriva che bisogna ricominciare se si vuole finalmente invertire la tendenza e costruire un futuro europeo al riparo dalle attuali metastasi iper capitalistiche.
Cosa estremamente impegnativa e difficile che richiede anche una buona dose di coraggio ed una straordinaria capacità di ripercorrere la propria storia per emendarla al fine di tracciare per essa un nuovo percorso..
…
Il ritiro dall’economia pubblica in Italia non è avvenuto per caso e non è un processo nato ieri o addirittura oggi. Attualmente esso viene spinto alle estreme conseguenze in virtù anche dei condizionamenti internazionali.
Ma esso data da più di qualche decennio ed ha avuto molti referenti tutti assurti, peraltro, a figure di padri della patria.
Probabilmente andrà rivisto il giudizio ed anche il percorso sugli ultimi quarant’anni di storia politica ed economica correggendolo e addirittura invertendone la direzione, ove possibile.
Si tratta del percorso influenzato dall’obiettivo del governo globale del pianeta, fuori dal consesso dell’ONU, affidato alla finanza privata e perorato dai potenti del mondo costituitisi in club sempre più esclusivo.
Anche l’azzeramento del sistema bancario meridionale, nel quadro della riorganizzazione della finanza nazionale in coerenza con le logiche internazionali fu una precisa scelta dei medesimi padri della patria conquistati all’idea dello Stato snello e leggero oltre che del governo unico mondiale.
Per un terribile contrappasso della storia o per la vendetta dell’eterogenesi dei fini troppo spesso manifestatasi di questi tempi, quei padri della patria divennero, loro malgrado, dei precursori del sogno immaginifico e fuorviante dell’arricchimento a portata di mano assurto a chimera falsa e suadente per tutti, con l’avvento del ventennio berlusconiano.
Il declivio ahimè si è alla fine rivelato troppo scosceso e ha portato al ritiro dello Stato, alla crisi della solidarietà sociale, alla scomparsa del lavoro sostituito dal precariato, alla concentrazione della ricchezza, alla diffusione della povertà e, di conseguenza, alla diffusione delle destre estreme capaci di moltiplicare gli squilibri e le frustrazioni piuttosto che emendarle.
L’avvento di un’economia priva di bussola e l’arrivo della crisi irreversibile del vecchio paradigma atlantico, ancora oggi fatto proprio da governanti europei e nazionali privi di un modello alternativo ed incapaci di immaginarne uno, hanno completato il quadro.
Se oggi l’Eni è stata privatizzata e Leonardo è nelle medesime condizioni e punta a produrre armi piuttosto che sistemi tecnologici d’avanguardia, se l’industria pubblica non esiste più, se manca ogni visione strategica, se l’Italia e l’Europa si trovano a dover scegliere tra l’America e la Cina, essendo rimasti tecnologicamente emarginati, la colpa non è da imputare in esclusiva agli attuali referenti europei ma va riportata ad una storica, reiterata mancanza di visione statale, nazionale e continentale in grado di dare forma politica e sostanza economica al vecchio continente trasformandolo in attore di un sano, evoluto ed equilibrato sviluppo mondiale.
Dunque si può e si deve criticare l’Europa odierna e le sue scelte ma se non si fa un passo indietro per capite da dove, quelle scelte, arrivano la cura proposta si rivelerebbe inefficace essendo esattamente sovrapponibile, mutatis mutandis, a quella odierna.
La questione è se l’Europa vuole ( ed è in condizione) di perseguire un sistema politico economico centrato sulla capacità del potere pubblico continentale di curare il proprio mercato interno ed orientare quello internazionale impostando e controllando a tal fine le proprie scelte strategiche da qui ai prossimi decenni. L’obiettivo della nuova Europa, laddove finalmente dovesse nascere in forma federale, non potrà essere quello di proporsi come la quarta testa del cerbero ma come l’alternativa ad esso, magari per rimettere in carreggiata il mondo che oggi è, ahinoi, pericolosamente deragliato.
Antonio Corvino

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