
di Otto Lanzavecchia*
Nel Golfo Persico gli Stati Uniti si sono trovati a fare i conti per la prima volta con la nuova aritmetica della guerra moderna. Nonostante la potenza militare soverchiante e la sistematica distruzione degli assetti militari iraniani, Washington e alleati si sono scoperti impreparati nel rispondere agli sciami di droni a basso costo lanciati in massa da Teheran verso basi Usa e infrastrutture. E dietro al successo tattico immediato – l’eliminazione di quasi tutte le minacce in arrivo – si è presto intravisto il pericolo di un lento logoramento strategico: pochi missili, molto costosi, esauriti per abbattere una moltitudine di droni, a buon mercato.
Il commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, ha ricordato che nei primi cinque giorni di scontri diretti le forze Usa e dei Paesi del Golfo hanno utilizzato 800 missili antibalistici per abbattere gli oltre 2.000 droni di tipo Shahed lanciati dall’Iran. Questi ultimi hanno un costo di produzione stimato di 30-50.000 dollari l’uno, mentre un singolo missile intercettore del sistema statunitense Patriot ha un prezzo di 3-4 milioni di dollari. E nel giro di pochi giorni ne sono stati usati più di quanto gli Usa ne producano in un anno, o di quanti l’Ucraina ne abbia mai ricevuti. Per usare le definizioni di Kubilius, sono prodotti haute couture, “di alta gamma”, utilizzati contro prodotti good enough, “buoni a sufficienza”.
Un salto di qualità (verso il basso)
Per non arrivare impreparati a un conflitto futuro serve dunque superare questo paradosso e riconfigurare l’industria di conseguenza, ha spiegato Kubilius nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles. L’occasione era la presentazione di un nuovo programma pilota di finanziamento, soprannominato “Agile”, rivolto a start-up e pmi nel settore della difesa, pensato per accelerare drasticamente lo sviluppo di prodotti innovativi, la loro sperimentazione e il loro arrivo sul mercato.
Il programma Agile darà particolare considerazione a droni, intelligenza artificiale e calcolo quantistico, con l’obiettivo di concedere sovvenzioni (1-4 milioni di euro) in meno di quattro mesi e far sì che i prodotti raggiungano le forze di difesa nel giro di 1-3 anni: un taglio drastico a processi che solitamente possono richiedere anche un decennio. Dotato di soli 115 milioni di euro fino a fine 2027, secondo il commissario alla Difesa Ue il programma basterà a finanziare 20-30 piccole aziende.
La dimensione della dotazione dissimula quella dell’ambizione: si tratta di testare sul campo il “cambio di filosofia” richiesto dall’evoluzione dei teatri di guerra, portando sul mercato prodotti good enough nel giro di mesi, ha spiegato Kubilius. Anche solo l’emergere delle prossime Helsing o Frankenburg Technologies, le start-up europee che stanno rivoluzionando l’ambito defence tech, “sarebbe già un grande successo”. Poi, se opportuno, il programma verrà espanso drasticamente nell’ambito del prossimo bilancio Ue per il periodo 2028-2034, che secondo la bozza attuale prevede 131 miliardi di euro da investire alla voce difesa.
“Sostenere la svolta non significa abbandonare progetti di eccellenza, high-tech, che sono molto necessari” e già sostenuti da programmi Ue, “ma semplicemente spostare la nostra attenzione anche verso quello che è good enough”, ha puntualizzato Kubilius. Le aziende europee hanno evidenziato il loro interesse per questo cambio di passo, chiedendo all’Ue anche di addossarsi più rischio d’impresa e rivoluzionare i processi decisionali. Tutti passi che insieme alla svolta verso prodotti dirompenti e a basso costo equivalgono alla “possibilità di imparare dall’Ucraina”.
Lezioni ucraine
È Kyiv la convitata di pietra in questo ambito: il Paese è diventato un laboratorio industriale fiorente per necessità, in cui start-up hanno conquistato la maggior parte del mercato della difesa nel giro di pochissimi anni. Lo dimostra l’interesse dei Paesi del Golfo (e degli Usa, malgrado le smentite di Donald Trump) per le soluzioni sviluppate per neutralizzare i droni di tipo Shahed che la Russia ha mutuato dall’alleato iraniano e utilizza contro l’Ucraina. In settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è presentato a sorpresa a Riyad, dopo aver inviato squadre di esperti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, con l’obiettivo esplicito di ottenere sostegno per la guerra in cambio di assistenza nella difesa aerea e tecnologia per droni good enough.
Nel mentre, Kyiv e Washington già discutono di produrre insieme droni e relativi intercettori. Questi ultimi possono essere costruiti spendendo 2-3.000 dollari per unità (con varianti disponibili a 1.000 dollari). Si tratta di droni veloci e dotati di videocamere avanzate, costruiti con componenti facilmente reperibili sul mercato, già testati e raffinati sul campo. I venti e più produttori ucraini attivi possono produrne centinaia di migliaia all’anno. Tutti motivi per cui gli alleati europei, che in parte hanno contribuito alla loro progettazione, già si ispirano ai prodotti dell’Ucraina per i loro sistemi futuri.
Come spiegato da Kubilius, il programma Agile nascerà già aperto ai produttori ucraini. Parallelamente, i Paesi Ue sperano di trarre ispirazione anche dalla politica industriale ucraina, dove un modello post-sovietico altamente centralizzato ha rapidamente lasciato il passo al settore privato. La speranza è che Agile possa diventare “il nuovo simbolo della difesa europea” e direzionare le scelte di investimento dei Paesi europei nel momento in cui “avranno la possibilità di spendere 50-100 volte in più per la difesa rispetto a quanto spenderemo a livello di Ue con il prossimo bilancio”, se dovessero rispettare gli impegni presi in ambito Nato.
Oltre gli intercettori
Intanto l’Ue ha iniziato ad attuare il piano d’azione anti-drone, come ha spiegato la vicepresidente della Commissione Ue Henna Virkkunen. La difesa rimane prerogativa nazionale, ma l’Ue può aiutare, lavorando su come combinare le attività civili e militari e coordinare lo scambio di informazioni tra Paesi membri. Il “muro anti-drone” dell’Ue, qualunque forma avrà, non sarà operativo in tempi brevi; ma come per Agile, l’obiettivo è affrontare rischi futuri da una posizione di prontezza operativa. Motivo per cui ora “dobbiamo iniziare a testare insieme nuove tecnologie in ambito di droni”, ha aggiunto Virkkunen.
In questo contesto spicca il lavoro delle già menzionate start-up europee, a cui potrebbero aggiungersi soluzioni inaspettate. “L’IA e i droni guidati a fibra ottica stanno già vanificando completamente le contromisure difensive convenzionali. Il jamming non funzionerà in futuro. Sparare ai droni con proiettili balistici è troppo costoso. Alla fine, rimane una sola soluzione: il laser”, ha riassunto Hagen Zimer, ceo per la tecnologia laser e membro del cda di Trumpf. L’azienda tedesca è leader nel settore e pochi mesi fa ha deciso, “per senso di responsabilità” verso la difesa europea di stringere un accordo con Rohde & Schwarz, azienda specializzata in prodotti elettronici, sensoristica, trasmissioni e difesa.
Trumpf sta progettando un sistema laser con radar integrato, montato su un mezzo militare. Il prezzo del sistema si aggirerà intorno ai dieci milioni di euro, ma un “colpo” costerebbe appena cinquanta centesimi, senza contare la possibilità di munizioni “illimitate” allacciandosi alla rete elettrica. Si tratta di una soluzione “altamente complicata”, il cui sviluppo richiederà almeno tre anni; ma l’ambizione dell’azienda, che ritiene di non avere pari a livello globale, è quella di diventare “il produttore di riferimento” per sistemi di questo genere in Germania ed Europa.
Un cambio di mentalità
La base industriale europea e il suo tessuto economico variegato sono il terreno ideale per la svolta ipotizzata dalla Commissione. La vera sfida passa dalla cultura Ue in termini di politica industriale e burocrazia. Al netto dell’ultimo anno, Bruxelles si fregia da tempo di essere una “superpotenza regolatoria”. Ma i vincoli che in campo economico hanno pesato sulla competitività delle aziende Ue, tra cui processi autorizzativi lenti e onerosi, assenza di capitali privati e un mercato frammentato che non favorisce la scalabilità, sono gli stessi che oggi impediscono alle start-up europee di reggere il confronto con le rivali Usa.
Il problema è cristallizzato nel settore degli appalti pubblici: come ha sottolineato Kubilius, il 70-80% delle commesse per la difesa dei Paesi Ue sono dirette ai dieci gruppi principali. Negli Stati Uniti quella quota si riduce al 40%, con il resto del bilancio a disposizione delle aziende più piccole e agili da cui eventualmente emergono le innovazioni capaci di ridefinire il settore. Il programma Agile vuole sposare questa linea e combinarla con la velocità, nuotando controcorrente rispetto all’operato tradizionale dell’Ue. Ai risultati l’ultima parola.
Otto Lanzavecchia
*Istituto Ispi

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