
Non diciamo chi sono, altrimenti potrebbero offendersi. Però Sánchez e Macron, tanto per fare alcuni nomi, insieme al segretario generale della NATO Rutte, che solo a sentir parlare di guerra sembra avere il sorriso stampato anche sul sedere, avrebbero tutto da guadagnare se davvero si arrivasse all’idea di una guerra diretta con Mosca. Ovviamente non mi riferisco alle improbabili cannonate su Madrid, Parigi o Bruxelles. Mi riferisco a quello che alcuni sembrano voler provocare: spingere Putin verso l’atto più disperato e pericoloso che si possa immaginare, trasformando una guerra già devastante in uno scontro diretto tra Russia e Occidente. Sarebbe la fine per tutti, o quasi. E forse proprio per questo il gioco diventa ancora più inquietante. Perché, in caso di una rottura provocata ad arte, l’obiettivo potrebbe diventare quello di trovare il pretesto definitivo per mettere fine alla guerra scimmiottando la tragedia di Hiroshima e, soprattutto, per mettere fine alla lunga storia di Zelensky, diventato ormai una vera brand star della politica mondiale. Del resto, basta ricordare le parole di Trump durante la sua prima visita alla Casa Bianca, quando lo trattò praticamente come uno straccione, rimproverandogli che, continuando su quella strada, avrebbe potuto essere l’artefice di uno scontro dagli esiti disastrosi. E qui arriva il grande inganno. L’Unione europea, ancora popolata da parrucconi incipriati desiderosi di restare al potere costi quel che costi, sembra incapace di immaginare una via d’uscita che non passi attraverso l’escalation. Nel frattempo si moltiplicano gli appelli alla fermezza, al riarmo, alla preparazione e alla guerra, come se fosse ormai una variabile inevitabile della politica europea. Il paradosso è che una guerra più grande potrebbe diventare, per qualcuno, persino un’occasione politica. Se Mosca dovesse compiere un gesto irreparabile, anche soltanto un attacco devastante sul territorio ucraino, il polverone sarebbe enorme. E in mezzo alla paura, alle vittime e all’emergenza tutto potrebbe cambiare: priorità, regole, alleanze e soprattutto il tempo necessario per restare al proprio posto. Perché l’emergenza ha una caratteristica straordinaria: tende a giustificare quasi tutto. Ciò che in tempi normali apparirebbe inaccettabile può diventare necessario. Ciò che ieri sembrava provvisorio può trasformarsi in una misura inevitabile. E ciò che doveva durare qualche mese rischia, con la complicità della paura, di diventare una nuova normalità. Non è difficile capire che, in una situazione di emergenza permanente, la parola “elezioni” potrebbe diventare improvvisamente meno urgente. È già accaduto in Ucraina, dove la guerra ha impedito il normale svolgimento della vita politica e Zelensky continua a guidare il Paese ben oltre la scadenza originaria del suo mandato. Una condizione eccezionale che, proprio perché eccezionale, rischia di diventare permanente. E allora viene da chiedersi: cui prodest? Perché in politica il potere, una volta conquistato, raramente viene restituito spontaneamente. La tentazione di trasformare l’emergenza in normalità è sempre dietro l’angolo. E una guerra, con il suo carico di paura e mobilitazione, può diventare il più potente degli alibi: tutti uniti, tutti contro il nemico, tutti obbligati a restare al proprio posto fino a quando l’emergenza non sarà finita. Il problema è che le emergenze, quando diventano strumenti di potere, possono non finire mai. E figuriamoci Trump. Dall’altra parte dell’Atlantico, anche lui potrebbe cogliere la palla al balzo per alimentare la propria battaglia politica e spingere al limite il rapporto con le regole che disciplinano la permanenza alla Casa Bianca. Perché quando il potere diventa l’obiettivo, ogni eccezione può sembrare improvvisamente necessaria. Insomma, è tutto un grande inganno? Forse no. Ma il sospetto che dietro le dichiarazioni solenni sulla sicurezza, sulla libertà e sulla pace ci sia anche una gigantesca partita per conservare il potere non è poi così peregrino. Ognuno vuole rimanere al proprio posto. Costi quel che costi. Anche a costo di una guerra. E alla fine, come sapevano già i gattopardi, la regola è sempre la stessa: cummannari è meglio che fottere. In questo gioco, però, c’è un dettaglio non trascurabile: a rimanere con il cerino in mano potrebbero essere ancora una volta le destre europee. E questa volta, forse, con il cerino acceso. Perché quando tutti giocano a non perdere il proprio posto, qualcuno finisce inevitabilmente per perdere qualcosa di molto più importante. E non sarà una poltrona.
Angelo Santoro

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