

Sulla vicenda Crosetto a Dubai bisogna dire una cosa dolorosa ma vera: se credevamo che la liberazione di Cecilia Sala fosse gratis ci sbagliavamo di grosso. Le linee di comunicazione privilegiate con i regimi si pagano sempre.
E si pagano in due modi: politicamente, in termini di reputazione e credibilità internazionale; strategicamente, in termini di informazioni e fiducia nelle alleanze. Quanto accaduto nelle ultime settimane — con l’Italia tenuta all’oscuro dell’operazione statunitense che ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e alla conseguente disgregazione del vertice politico-militare iraniano — è la dimostrazione plastica di questo costo.
La “politica degli ostaggi” come strumento di potere
Iran utilizza da anni una prassi sistematica: l’arresto di cittadini occidentali o con doppia cittadinanza come leva negoziale. È un modello operativo consolidato, che si fonda su imputazioni generiche — spionaggio, collusione contro la sicurezza nazionale — e si traduce in trattative opache.
Il caso di Cecilia Sala si inserisce perfettamente in questo schema.
Il 16 dicembre viene fermato a Malpensa Mohamed Abedini, collaboratore dei Guardiani della Rivoluzione, su richiesta di estradizione degli Stati Uniti per il suo presunto coinvolgimento in un attacco con drone che a gennaio aveva causato la morte di tre militari americani in Giordania.
Il 19 dicembre, tre giorni dopo, Cecilia Sala viene arrestata a Teheran e detenuta in isolamento nel carcere di Evin. Le fonti iraniane collegano apertamente i due eventi. È la dinamica classica della presa in ostaggio: una risposta simmetrica per forzare la mano negoziale.
Non è un unicum.
Il Regno Unito ha impiegato sei anni e quasi 400 milioni di sterline per ottenere la liberazione di Nazanin Zaghari-Ratcliffe. Il Belgio ha scambiato un operatore umanitario con un diplomatico iraniano condannato per terrorismo. La Svezia ha riportato a casa due cittadini, ma ha dovuto liberare un funzionario coinvolto nei massacri del 1988, lasciando indietro Ahmadreza Djalali.
Il messaggio è chiaro: Teheran considera i cittadini occidentali strumenti di pressione geopolitica.
Il prezzo della trattativa silenziosa
L’Italia ha scelto la via della diplomazia riservata. Una scelta comprensibile sul piano umanitario: riportare a casa una giornalista detenuta per aver fatto il proprio lavoro è un imperativo morale e politico.
Ma la diplomazia con i regimi non è mai neutra.
Quando si costruiscono canali privilegiati con un sistema che utilizza gli ostaggi come moneta, si entra in una logica di reciprocità implicita. La controparte registra il precedente. Gli alleati osservano.
Se la liberazione di Cecilia Sala è avvenuta all’interno di una cornice negoziale che ha coinvolto — direttamente o indirettamente — il caso Abedini, è evidente che Roma ha assunto una posizione autonoma rispetto alla richiesta statunitense di estradizione.
E questo non passa inosservato a Washington.
L’operazione americana e l’Italia fuori dal perimetro informativo
Quando gli Stati Uniti hanno avviato l’operazione che ha portato all’eliminazione di Ali Khamenei — operazione che ha accelerato la crisi interna iraniana fino alla frammentazione della leadership politico-militare — l’Italia non è stata informata preventivamente.
Non un dettaglio.
Un segnale.
United States e Italy sono alleati strutturali, membri della NATO, con cooperazione consolidata in ambito intelligence e difesa. L’esclusione italiana da un’operazione di tale portata indica una frattura, quantomeno una prudenza strategica americana nel condividere informazioni sensibili con un partner percepito come interlocutore aperto verso Teheran.
Nel linguaggio della geopolitica, questo significa riduzione del livello di trust.
Crosetto a Dubai: isolamento e marginalità
In questo quadro si inserisce l’episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto isolato a Dubai durante incontri informali tra attori regionali e occidentali.
Guido Crosetto si è trovato in una posizione di marginalità proprio mentre si ridefinivano gli equilibri post-Khamenei.
Non è un’umiliazione personale. È la conseguenza sistemica di una postura ambigua: dialogo con Teheran per ragioni umanitarie da un lato, allineamento atlantico dall’altro. Quando la tensione esplode, l’alleato principale tende a compartimentare.
Realismo e responsabilità
La politica estera è l’arte del tragico: spesso non esistono soluzioni pulite. Salvare una cittadina può comportare costi indiretti. Ma negare l’esistenza di quei costi è un errore.
L’Italia ha fatto la scelta umanamente più comprensibile. Ora deve ricostruire credibilità strategica nel perimetro atlantico, chiarire la propria postura verso Teheran e prevenire nuovi casi di ostaggi.
Perché una cosa è certa: le linee di comunicazione privilegiate con i regimi si pagano sempre. E il conto, prima o poi, arriva.
Luca Rampazzo

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