Se volessimo tentare una lettura degli avvenimenti politici di questi ultimi giorni, non potremmo prescindere dall’osservazione di un fenomeno evidente quanto deprimente, ovvero l’esistenza parallela di due realtà che, pur collocandosi nello stesso ambito geografico, che è quello italiano, riescono nella difficilissima impresa di non arrivare mai neanche a sfiorarsi. Il cosiddetto “paese reale”, brutta ma utile definizione, stagna in una palude dove si vive alla giornata e qualunque tentativo di un progetto a medio o lungo termine sembra stroncato in partenza dalla oggettiva mancanza di strumenti necessari a realizzarlo; parallelamente, il tetragono mondo del potere – politico ed istituzionale – sopravvive persino a se stesso al di là di ogni umana possibilità di resistenza, inventandosi formule quotidiane di fasulli equilibri ed ignorando bellamente persino l’esistenza dell’altra realtà, quella dei cittadini e dei loro bisogni. L’effetto è davvero quello delle cronache marziane, che rimbalzano fino a noi da un remoto pianeta e nulla purtroppo aggiungono alla nostra faticosa vita, se non l’insopportabile tedio del déjà vu e l’usurante percezione di un crepuscolo che nulla ha di divino ma che spegne la luce sul nostro futuro, quello che invece ancora vorremmo credere di avere. La totale separazione, il distacco ormai siderale fra politica e società, ha toccato forse il suo punto più alto – ma non disperiamo di salire a nuove vette – con l’ultima pantomima parlamentare volta a tenere in vita non una maggioranza di governo, quanto un intero sistema politico che ha completamente fallito, nel merito e nella sostanza stessa, gli obbiettivi con cui era stata giustificata la sua nascita, ma che sopravvive strenuamente attaccato alla gestione di un potere che nessuno intende lasciare, e che il paese vada pure in malora se ciò garantisce la conservazione di rendite di posizione costruite con perseveranza degna di miglior causa dal dopoguerra fino ad oggi. Potremmo scrivere – e sarebbe vero – che ci avvilisce sentire il Premier affermare che bipolarismo e legge elettorale sono perfetti così, e dunque che non si debba neanche prendere in considerazione l’idea di una riforma strutturale dell’intero sistema; potremmo aggiungere con sincerità che la sempre più squallida commedia recitata dai finiani di Fli è degna delle ripicche tra bambini dell’asilo; potremmo sottolineare che il livore, che pare essere l’unico collante in grado di tenere ancora insieme una opposizione altrimenti incapace di accordarsi su qualcosa e del tutto inetta rispetto al proprio ruolo di democratico contrappeso, ci ha talmente stancati da privarci persino delle parole per esprimere ancora una volta un giudizio negativo. Ma in realtà tutto questo non ha più molto senso, anzi, non ne ha alcuno: sarebbe come tentare di comunicare con gli extraterrestri, esercizio inizialmente affascinante ma destinato col tempo a divenire altamente frustrante causa l’assoluta mancanza di risposte. Ciò che invece ci pare giusto sottolineare è che non solo il distacco fra politica e cittadini è ormai voraginoso e, nei termini attuali, incolmabile, ma che ancora più vasto e dannoso è il distacco fra la politica – così come viene intesa da ogni soggetto presente oggi nel nostro Parlamento – e l’evolversi di un percorso storico, sociale, ideale, umano che le è del tutto ignoto. Perché continuare oggi a dirsi, e dunque a giustificarsi ed a contrapporsi, almeno a parole, di destra o di sinistra piuttosto che di centro – definizione quest’ultima la cui vaghezza è pari solo all’ipocrita opportunismo di chi l’ha coniata – significa essere completamente al di fuori della realtà storica contemporanea, mantenere schemi di pensiero giurassici e perciò del tutto inadeguati all’approccio dei problemi ed ancor più alla ricerca di accettabili e condivisibili soluzioni. Le ideologie, con la perniciosa appendice degli ideologismi, hanno storicamente esaurito la loro funzione con il Novecento, seppellite dal loro fallimento oppure dalla loro conclusa missione, dunque ragionare ed esprimersi ancora oggi in termini ideologici ha lo stesso valore di ostinarsi a comunicare con il piccione viaggiatore invece che con l’e-mail: un inutile, e per di più dannoso, anacronismo. Avere un passato non è cattiva cosa, a patto che si decida di farne un patrimonio di esperienza e non una pietra al collo che ci affonda inesorabilmente; oggi, la vera sfida, una sfida mondiale perché davvero ci tocca tutti, irrimediabilmente legati come siamo da dinamiche vaste per cui un qualsiasi evento che accade in un paese ricade poi su tutti gli altri, è quella della trasversalità, perché la soluzione di un problema non può prescindere dalla capacità di coagulare risorse umane, contributi individuali, sforzi progettuali intorno alla natura del problema stesso. I grandi temi politici, sociali, economici, razziali, religiosi, culturali, che ci sfidano ogni giorno a misurarci con un mondo che, a differenza di quello limitato a misura della Lega, è invece infinitamente grande, non richiedono affatto un approccio limitato già in partenza dalla clausola penalizzante dell’ideologia, ma improntato invece dall’apertura mentale, dalla volontà di ragionare a vasto raggio, dalla capacità di individuare risorse e soluzioni atte a migliorare la qualità della vita, e questo vale per la macropolitica come per la micropolitica, perché nessuno può più ostinarsi a credersi un’isola felice distaccata dalle sorti del resto del mondo. Di queste riflessioni, di queste analisi così strettamente legate alla contemporaneità, non v’è traccia nell’astronave marziana del nostro Parlamento, dove si mantiene in vita una logica di contrapposizione ideologica, peraltro solo apparente, che è più vecchia del palazzo stesso, e dove si continua a difendere un sistema fallimentare che però ha pagato, in termini di occupazione del potere, tutti coloro che l’hanno voluto e continuano a starci strenuamente attaccati. Così, intanto che sentiamo e leggiamo vecchi arnesi della politica che continuano ad insultarsi in termini di “comunista” e “fascista”, come se questi avessero ancora un senso oggi, nel Terzo Millennio, il crepuscolo di un mondo, che altrove è già tramontato per la propria storica inadeguatezza alle nuove sfide del presente, ci avvolge con la malinconia di un eterno tramonto incapace di rigenerarsi poi in un nuovo giorno. A proposito: è ricomparso Bertinotti in televisione, a disquisire ovviamente di lotta di classe, un tema di una modernità sconcertante. Naturalmente aveva una splendida cravatta: il giovane Milliband, con il suo “incomprensibile” linguaggio trasversale, abbia l’umiltà di venire a prendere qualche lezione da lui.
Chiara Boriosi

Avere un passato è la base fondante per il presente ed il futuro; ci si evolve,grazie all’esperienza propria e della collettività ,ma si continua a vedere il mondo con gli occhi propri ,e lo si affronta con le idee che ci hanno formato come persona. Non ideologia ,ma piuttosto cultura .Lasciarsi inquadrare può essere semplice e meno faticoso ,ma non mi appare l’ideale per una persona.
Certo ,in un allevamento di trote ,il pensiero personale può essere cibo indigesto. Si tratta di contentarsi di stare sul carro ,oppure no….volendo ,uno sceglie quello che si sente di fare ,avendo forza e coraggio può andare a piedi.
Per mia colpa io non conosco nè Kenyoti nè Leghisti ( ed anche le Trote mi paion pesce insipido ) … ma cerco di sopravvivere conoscendo solo Persone !
Caro Luigi, i marziani sono coloro che ci governano e si sono blindati da ogni intrusione – nostra – nel loro pianeta del potere. Noi stiamo combattendo, e lo sai, con i nostri mezzi, per toglierceli di mezzo e provare almeno a ripartire su basi diverse. A differenza di te, io non sono così ottimista anche se resto un’idealista, per cui la poesia dei popoli felici che governano il mondo la considero, per l’appunto, solo una poesia. Mi accontenterei, e sarebbe già tanto, della pragmatica consapevolezza di cittadini convinti che non si può sempre delegare tutto, nè ad un governo, nè all’Europa, nè all’Onu ecc. Sarebbe già un bel passo avanti.
Cara Chiara,
Ancora insisti a dare pareri sulla Lega e non ti rendi conto i pareri dei Luhia sui Kamba non hanno valore, in effetti, speravo invece che con Marziani intendessi gli Italiani in guerra…
Questa che hai di fronte è la grande rivoluzione Mondiale che ti hanno insegnato, per l’intera vita, a dover riconoscere: Non Washington e Roma che comandano il Minestrone ma mille popoli felici e uniti tra loro che comandano il Mondo.
Ti sembra che se fosse solo per la Lega starei lottando con questo cavolo di correttore ortografico?
Caro Luigi, non ho mai fatto mistero della mia opinione negativa sulla Lega, che ritengo una involuzione culturale e sociale fortemente preoccupante, anche se le ho sempre riconosciuto, e se mi leggi lo sai, la capacità che ha avuto di lavorare sull’identità qaundo tutti gli altri la rifuggivano, il che ha ben pagato in termini di voti, tanto è vero che sono ahimè certa che se si andrà a votare a breve finiremo in mano ai leghisti, non c’è storia. Ti ringrazio per la lezioncina sulle tribù, ti stupirà sapere che la conoscevo, e potrei farti anche quella sul Sud Africa, se vuoi, ma fermiamoci qui. Io ho scritto qualcosa d’altro, che non riguarda le nazioni ma le ideologie e gli ideologismi. Che ti piaccia o no, siamo partecipi, spesso in negativo come nel caso della bolla dei mutui americani che ha travolto tutti noi con la peggior crisi economica mai vista sin qui, di ciò che accade in qualche parte del mondo, quindi sarebbe il caso di guardare oltre la guglia del campanile della piazza del paese e sforzarci di ragionare in termini più ampi. Che non vuol dire tradire le proprie radici, la propria storia nè la propria nazionalità, ma vuol dire invece saper leggere la realtà di oggi e capire che i tempi delle isole felici son finiti da un pezzo, anche nel tuo “splendido” Nord Est.
Cara Chiara,
Noi Veneti con il nostro Italiano limitato e un po’ leghista, in effetti, la pensiamo come te ma abbiamo più difficoltà a esprimerlo, perché vedi, non volendo fare di ogni erba un fascio! E di ogni pietanza un minestrone! Crediamo che il perseguimento dei pur comuni obiettivi debba essere compiuto secondo una somma delle logiche locali e non come una sintesi Romana, perciò ad esempio, lasciando stare l’Italia, su cui è difficile ragionare con voi del Centro, col cervello inquinato dai veleni neo-Romani, per noi simpatizzanti della lega, il Kenya ad esempio non è abitato dai Kenioti, come credete voi, ma lo sai da chi è abitato il Kenya?
Kikuyu (Bantù), Luhya (Bantù) Kamba (Bantù);
Luo (Nilotici come Obama, ancora usano un’arte palesemente Neo-Egiziana.)
Kalenjin (Paranilotici che come noi Veneti ne hanno piene…)
Masai.
Ecco vedi, anche voi Umbri-Fiorentini se non porterete i vostri lettori, almeno allo stesso livello di cultura dei Bantù gli direte che in Italia abitano gli Italiani e in Kenya i Kenioti…