
Intervista realizzata dal direttore dell’Avanti! della domenica in edicola sabato 18 novembre 2023
Tommaso Della Longa, romano, è il portavoce della Federazione Internazionale Croce Rossa e Mezza Luna Rossa (IFRC), l’organizzazione che raggruppa 191 società nazionali e che può contare su 17 milioni di persone; un ‘esercito’ tra membri, attivisti e volontari, che si occupano del sostegno umanitario alle popolazioni vittime di guerre e disastri naturali. Giornalista e scrittore, Della Longa si è sempre occupato di esteri, curando in particolare la comunicazione dalle zone di crisi e seguendo la difficile situazione delle migrazioni di massa. In questa intervista all’Avanti! della domenica, ci aiuta a comprendere quale sia la situazione a Gaza, che Della Longa definisce drammatica e catastrofica, dopo la ripresa della guerra tra Hamas e Israele, soprattutto dal punto di vista degli operatori sanitari che lì stanno prestando il loro servizio, in un territorio dove manca tutto e dove la presenza delle organizzazioni internazionali è fondamentale per garantire un minimo sostegno alla popolazione.
Dottor Della Longa, in che modo la vostra organizzazione opera in Medio Oriente?
Siamo presenti e operiamo in entrambi i territori coinvolti nel conflitto, con le nostre società nazionali come Mezzaluna rossa palestinese e Magen David Adom in Israele. Il nostro ruolo è di supporto e sostegno a tutte le loro attività e quando c’è bisogno, come in questo caso, di coordinamento degli aiuti di tutte le altre organizzazioni non solo di Mezzaluna Rossa e Croce Rossa ma anche dei partner internazionali che vogliono offrire un sostegno.
Come è cambiata la situazione a Gaza prima e dopo la ripresa del conflitto?
Noi abbiamo una presenza storica in quel territorio. Prima del conflitto avevamo già posizionato una serie di aiuti umanitari all’interno della Striscia di Gaza – la Croce Rossa Italiana, per esempio, aveva già lavorato con la Mezzaluna Rossa palestinese per ricostruire il centro di risposta all’emergenza di Gaza City – senza immaginare un disastro di queste dimensioni. Ora siamo molto focalizzati sulla parte egiziana perché da lì si coordinano gli accessi che passano dal valico di Rafah. Stiamo lavorando per essere sicuri che quello che arriva dal valico sia quello di cui c’è bisogno, perché in queste grandi emergenze uno dei problemi principali è anche evitare che vengano portati beni che non sono utili. Dietro gli aiuti “pratici” e pubblici, c’è anche un lavoro diplomatico.
Di che tipo e a quale scopo?
Si tratta di un lavoro importante e ‘privato’ di diplomazia, attraverso il quale si dialoga con le parti coinvolte, sia dal punto di vista regionale che internazionale, per ricordare a tutti anche l’importanza di rispettare il diritto internazionale umanitario e ribadire che anche nei momenti più bui dell’umanità che sono i conflitti, esistono dei testi stati scritti per dare luce e speranza alla popolazione civile. E queste regole dovrebbero essere rispettate da tutti. Anche la guerra ha delle regole e non vogliamo costruire un mondo dove queste regole non vengono rispettate.
Crede che il diritto internazionale non si stia rispettando?
Non sta a me dirlo. La Croce Rossa nasce su un campo di battaglia con motivi precisi: perché i soccorritori devono essere rispettati, così come i civili e i feriti e perché ci deve essere consentito accesso sicuro e senza nessun impedimento alle persone più vulnerabili. Quello che abbiamo visto nelle ultime cinque settimane è che questo non sta avvenendo. In questo momento l’accesso al nord di Gaza è impossibile. Noi abbiamo un ospedale, al-Quds, a Gaza City che negli ultimi sette giorni è stato tagliato fuori dal mondo: non si entra, non si esce e abbiamo dei pazienti bloccati all’interno dell’ospedale insieme al nostro staff, in una situazione in cui non c’è più niente. Non ci sono medicinali, non c’è acqua, non c’è cibo, non c’è carburante per i generatori e quindi elettricità. Questa è la parte più preoccupante di questo conflitto.
Ieri il segretario generale dell’IFRC Jagan Chapagain ha fatto un appello disperato, proprio da Rafah, alla comunità internazionale, sottolineando l’esigenza di far circolare gli aiuti umanitari…
Prima di tutto non dobbiamo sottostimare l’importanza dell’apertura del valico di Rafah che da più di due settimane è aperto. Questo è avvenuto grazie ad un immenso sforzo diplomatico. Quel valico è una linea salvavita per i palestinesi e senza quel valico non ci sarebbe nulla. Però è anche vero, per darle un’idea, che in due settimane sono entrati circa ottocento camion con gli aiuti umanitari e neanche una goccia di carburante, mentre prima del conflitto ne entravano circa cinquecento al giorno, incluso il carburante e i beni commerciali. Questo da la misura di quanto ancora manchi all’interno della Striscia. C’è bisogno di fare molto di più: quello che è entrato fino ad oggi a Rafah ha un valore simbolico ma è una goccia nell’oceano e i bisogni umanitari sono aumentati talmente tanto che ci sarebbe da fare cento volte di più>>.
Una situazione che ha pochi eguali nella storia recente…
Cerco di tradurre l’emozione e la disperazione che viene dalla nostra organizzazione perché la situazione è disperata e c’è molta frustrazione nel vedere quello che sta accadendo. Non ci fermiamo nel ribadire la richiesta di avere il valico di Rafah aperto sempre con procedure molto più veloci, per portare all’interno gli aiuti umanitari. Ma questo però non basta perché poi c’è bisogno di un altro pezzo molto importante. Una volta che quel cancello è stato aperto e gli aiuti umanitari saranno entrati a Gaza, c’è bisogno di creare uno spazio umanitario sicuro dove noi possiamo operare. Questo manca. È chiaro che non esiste un posto sicuro a Gaza, da nord a sud, ma ancora più preoccupante è che non c’è accesso delle persone, e quindi degli aiuti umanitari, al nord della Striscia. Questo è inaccettabile>>.
E le organizzazioni umanitarie devono attenere le decisioni?
La Croce Rossa lavora se c’è un accordo tra le parti. Purtroppo non possiamo imporre la nostra presenza, abbiamo bisogno di un accordo che ci permetta di arrivare nei luoghi dove è necessaria la nostra presenza e questo è quello che manca in questo momento>>.
Come pensa abbia reagito, a suo avviso, la comunità internazionale di fronte a questo disastro umanitario?
Abbiamo visto la corsa alla solidarietà da parte di diversi Paesi del mondo che subito hanno iniziato a mandare aiuti umanitari e si sono messi a disposizione. Ora stiamo lavorando a un accordo con ECHO, l’organizzazione umanitaria degli aiuti dell’Unione Europea e coordiniamo l’arrivo degli aiuti da tutti gli Stati membri. Una risposta umanitaria c’è stata. Quello che manca è il passaggio successivo. Ribadisco: non è abbastanza portare cento aeroplani in Egitto, perché fino a quando non si creano le condizioni per uno spazio sicuro dove operare, sarà impossibile fare il nostro lavoro. Inoltre, so che il carburante puo’ essere visto come un rischio per l’uso militare ma la verità è che senza carburante non c’è nessuna possibilità di svolgere operazioni umanitarie, non funzionano le ambulanze, le pompe dell’acqua, gli ospedali. Poter avere il carburante a Gaza rimane una delle nostre richieste centrali ma purtroppo a in questo momento non c’è neanche mezzo litro.
Questo conflitto ha ragioni più profonde e antiche…
Anche prima di questo conflitto la situazione che i palestinesi vivevano era inaccettabile. Basti pensare che molti adolescenti che oggi hanno 15 anni non hanno visto nient’altro che chiusure, bombe, violenza e hanno vissuto tutta la loro vita così. Quello che è successo nelle ultime quattro settimane va a peggiorare drammaticamente una situazione già complicatissima. Noi lo abbiamo denunciato anche in passato più volte: c’è bisogno della comunità internazionale e di un supporto nei confronti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, dove questa popolazione è dipendente dagli aiuti umanitari. Noi crediamo in un mondo in cui le popolazioni devono essere messe in condizione di vivere in autonomia, non dipendenti da qualcun altro. Non voglio sottostimare il supporto alle popolazioni vulnerabili ma noi vorremmo arrivare al momento in cui i palestinesi possono vivere senza aiuti. È stato impossibile fino ad ora. Che questo sia legato a delle scelte politiche o al fatto che la comunità internazionale non si sia più focalizzata sulla questione israelo-palestinese, penso che sia sotto gli occhi di tutti.
E quale crede sia una delle strade percorribili in una situazione simile?
C’è bisogno di un approccio multilaterale che purtroppo stiamo vedendo sempre di meno nel mondo, eppure sarebbe necessario ora più che mai, ne sono testimonianza le situazioni che si sono venute a creare da Gaza fino al Sudan, passando per l’Ucraina e le migrazioni. Noi avevamo pensato che con la Convenzione di Ginevra, l’‘ombrello’ delle Nazioni Unite, determinate cose del passato non sarebbero tornate, invece stiamo assistendo sempre più ad approcci unilaterali e di chiusura. La questione israelo-palestinese esiste da anni.
Cosa chiedete alla comunità internazionale?
I combattimenti devono finire. Lo vogliono chiamare ‘cessate il fuoco’, o ‘tregua’ o ‘pausa umanitaria’? Il senso non cambia. Ribadisco: c’è poi bisogno di creare quello spazio umanitario sicuro per far portare gli aiuti umanitari e i medicinali negli ospedali, per essere sicuri di avere accesso alle persone. Più il conflitto va avanti, più i bisogni cresceranno e più noi insieme a tutta la comunità internazionale non saremo in grado di dare una risposta dignitosa ai palestinesi. E questo rappresenta una delle frustrazioni più grandi. Siamo arrivati a una situazione disperata e catastrofica. Ho finito le parole per definirla: è ormai una crisi umanitaria fuori controllo.
Giada Fazzalari
(direttore responsabile “Avanti della Domenica”)

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