l 24 febbraio e’ una data da cerchiare sul calendario per i socialisti italiani: infatti ricorreva il trentennale della morte di Sandro Pertini, il nostro Presidente partigiano, il piu’ amato Presidente della repubblica della storia repubblicana. Alla stessa data, il 24 febbraio ma del 1934 nasceva Benedetto Craxi, detto Bettino che morì ad Hammamet il 19 gennaio 2000. Due figure diametralmente opposte, nelle idee e nelle azioni, l’uno diverso dall’altro, ma entrambi segnarono la storia dei socialisti. Tra i due non scorse mai buon sangue, e spesso, anche pubblicamente o attraverso interviste se le dettero di santa ragione. Appartenenti ad epoche diverse, nella loro diversità, furono entrambi leader dei socialisti italiani. Sandro Pertini viene ricordato come uno strenuo combattente antifascista,. già iscritto al Partito socialista unitario di Turati, partito che era nato dalla espulsione dal partito socialista italiano. Fu arrestato varie volte per la sua attività antifascista e subì’ anche il confino. Condannato a morte dai tedeschi, riuscì ad evadere dal carcere di Regina Coeli insieme a Giuseppe Saragat e fu uno dei maggiori esponenti del CNL. Nell’Italia liberata, fece parte dell’Assemblea costituente e ricoprì per ben due volte la carica di Presidente della Camera dei deputati e successivamente venne eletto Presidente della Repubblica. Una dote che gli viene riconosciuta fu quella di essersi battuto sempre per l’unità dei socialisti. Per questo si oppose alla scissione socialdemocratica del 1947 – la scissione di Palazzo Barberini – e fu il primo Presidente della Repubblica che incaricò personalità laiche alla formazione di un esecutivo: La Malfa, Spadolini ed infine Craxi. Il Partito Socialista Unitario di Turati fu l’organizzazione politica la piu’ bersagliata dal fascismo, se si pensa all’assassinio di Giacono Matteotti e successivamente fu il primo partito ad essere messo fuori legge, specie dopo il tentativo di assassinare Mussolini da parte di un iscritto al partito di Turati, Tino Zaniboni, figura molto equivoca per aver aderito poi al fascismo. Allo scioglimento del partito seguì la chiusura de La Giustizia, giornale il cui primo numero fu diretto da Camillo Prampolini con il sottotitolo “Difesa degli sfruttati”.
Craxi visse in una famiglia antifascista. Il padre avvocato prese parte alla lotta partigiana e fu impegnato negli anni del dopoguerra come viceprefetto di Milano. Il giovane Craxi si iscrisse al PSI quando frequentava l’Università, aderì all’Unione Goliardica italiana (UGI), associazione liberaldemocratica dove conobbe Marco Pannella, Lino Jannuzzi. Iniziò a lavorare per il partito avendo come maestro Guido Mazzali , capo degli autonomisti milanesi che lo introdusse nel partito nel quale iniziò a lavorare come funzionario a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia per la forte presenza operaio comuunista.
Presto diventò assessore a Milano in una giunta di centrosinistra, facendo il grande passo in parlamento nel ’68, quando fu eletto deputato nel collegio Milano-Pavia, risultando secondo nelle preferenze solo a Pietro Nenni, accanto al quale era schierato nella geografia interna del partito. Da qui inizia la sua ascesa politica allargando le sue amicizie politiche con Rino Formica e Lelio Lagorio, primo Presidente della Regione toscana. Con una congiura di palazzo, di natura trasformistica che unì le varie anime dei socialisti nel luglio 1976, Craxi divenne segretario del PSI. Le elezioni politiche del 1976 avevano portato il PSI a una svolta generazionale. Il forte calo dei consensi mise in discussione la segreteria di Francesco De Martino che lasciava intravedere un partito lottizzato fra le correnti. Al Midas pertanto il 16 luglio 1976 Craxi fu eletto segretario nel contesto di nuovi equilibri. Dopo le elezioni del giugno 1983, il 21 luglio, ebbe l’incarico di formare il nuovo governo. Il 4 agosto presentò al presidente della Repubblica Pertini la lista dei ministri. Il governo, presentato alla Camera il 9 agosto, nasceva soprattutto grazie a una forte alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani (il CAF)-. Numerosi furono i motivi di scontro fra comunisti e socialisti a partire dalla scala mobile, come anche molta tensione suscitò il caso del sequestro da parte di un gruppo di palestinesi del la nave Achile Lauro . La crisi dell’«Achille Lauro» mostrò, in particolare, la sua concezione dei rapporti con la potenza egemone. Con la fine del 1985, terminò la fase propositiva del governo presieduto da Craxi. La presidenza Craxi era stata possibile in un momento di debolezza della DC, trovatasi in difficoltà nei confronti del suo stesso elettorato. La nomina a segretario di De Mita, avvenuta nel maggio 1982. Da quel momento si aprì una lotta tra il segretario della DC e il segretario del PSI che avrebbe logorato ed esaurito la ragioni che avevano permesso la permanenza del leader socialista alla presidenza del Consiglio fino a quel momento. Mario Chiesa, presidente socialista del più grande istituto assistenziale per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio, venne arrestato dai carabinieri del nucleo operativo con l’accusa di concussione. Lo ‘scandalo Chiesa’ si allarga a macchia d’olio. Chiesa rivelò una pratica politica che si poteva forse ipotizzare, ma che nessuno avrebbe potuto immaginare così diffusa e da ritenersi quasi prassi consolidata e normale. La prima condanna a Craxi giunse molto presto. Il 12 novembre 1996 la Corte di cassazione confermò la sentenza d’appello che aveva inflitto all’ex segretario socialista cinque anni e sei mesi di carcere sul caso ENI-SAI per una tangente di diciassette miliardi relativa alla joint-venture mai conclusa fra le due società. Craxi venne riconosciuto colpevole del reato di corruzione. Per i giudici, dietro l’accordo che avrebbe dovuto portare la SAI a realizzare un affare da centinaia di miliardi, c’era stato un consistente passaggio di denaro in nero. «Padrini» politici dell’accordo furono ritenuti Craxi e il segretario amministrativo della DC Severino Citaristi, anch’egli condannato. Una seconda conferma della Cassazione giunse nel 1998 a proposito delle tangenti versate per la Metropolitana Milanese. Il 1° ottobre 1999 si giunse alla condanna in appello per le tangenti relative al caso Enimont. Sul finanziamento illecito al PSI del 1981 che erano passate dall’Eni, attraverso il Banco Ambrosiano e il ‘conto protezione’, sulla banca svizzera UBS la Cassazione decise invece l’annullamento della sentenza d’appello emessa il 7 giugno 1997. Per le tangenti ENEL, infine, si giunse solo al primo grado di giudizio. Il reato di finanziamento illecito commesso nel caso All Iberian cadde in prescrizione. Comunque, dopo aver partecipato a fine 1993 all’udienza sul ‘caso Enimont’, Craxi decise di «autoesiliarsi» ad Hammamet nei primi mesi del 1994.
Tra i miei ricordi rimane ancora indelebile il congresso dei socialisti che si tenne a Verona 11 maggio 1984. All’apertura dei lavori Berlinguer e la delegazione comunista appena entrati in sala vengono sommersi dai fischi della platea. E Craxi ebbe il coraggio di dire che “se i fischi erano un segnale politico che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare”.
Altro episodio di scontro fra Pertini e Craxi, avvenne dopo le elezioni europee del 17 giugno 1984 con il PCI primo partito con il 33% dei consensi, mentre il PSI di Bettino Craxi uscì sconfitto . divenne il primo partito italiano con il 33,3% dei consensi, vi fu un duro scontro tra l’allora Capo dello Stato e Bettino Craxi. Di fronte al tracollo socialista, Craxi e Martelli attaccarono Pertini, secondo loro reo di aver fatto aumentare i voti
del PCI trasportando il corpo di Berlinguer da Padova a <roma, sull’aereo presidenziale. La replica durissima arrivò fulminante. “Voi due fate una cosa , tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”.
Un giudizio poco lusinghiero su Pertini arriva da Indro Montanelli attraverso l’Adnkronos. Scrive l’agenzia di stampa: Crolla un mito: quello di Sandro Pertini. A demolirlo e’ per la prima volta Indro Montanelli, che lo liquida come ”un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico”, rispondendo dalle colonne del ”Corriere della Sera” a un lettore che rilevava ”con disappunto” l’avvenuta ”rimozione dalla memoria degli italiani” della sua figura. Montanelli replica, senza giri di parole, che ”sono altri i grandi d’Italia”, dimenticati. E cioe’: ”gli Einaudi, i De Gasperi, i Saragat, i La Malfa, i Vanoni, che nella politica del nostro paese hanno contato molto di piu”’.
Quanto a Pertini, dice Montanelli: ”Fu certamente onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perche’ ne aveva pochissime). Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un ‘compagno’ di tutto affidamento, ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro”.
”Nenni -racconta il grande vecchio del giornalismo italiano- che gli voleva bene mi disse una volta: ‘io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mando’ al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era ‘L’Intrepido’. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella”.
Come fece un uomo cosi’ a diventare Presidente? ”Lo diventò -spiega Montanelli- appunto perche’ era sprovveduto, e come tale, forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero. Quello che forse nessuno aveva previsto, ma si rivelo’ un particolare del tutto innocuo, era il suo demagogismo. Pertini -aggiunge- aveva fiuto del pubblico, ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. Ma in sette anni di presidenza di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava o non si accorse, o preferi’ non accorgersi. Comunque un segno del suo passaggio al Qurinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Non c’e’ fa vergognarsi di avere avuto un presidente come Pertini ma -conclude Montanelli- non vedo cosa ci sia da ricordarne”.
Salvatore Lagaccia

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