«L’Italia di oggi è distrutta esattamente come l’ Italia del 1945. Anzi, certamente la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, sia pur strazianti, di case e monumenti, ma tra macerie di “valori”». Sembra una frase scritta questa mattina e, invece, risale al 1975. E’ una riflessione tratta da Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini e, oggi, a distanza di 35 anni, ci appare purtroppo come un tragico monito rimasto inascoltato. Anzi, le macerie umane e civili, civiche e culturali, sociali e politiche, istituzionali e liberali sono addirittura aumentate divenendo molto più gravi di allora. Il “campo” del berlusconismo, infatti, ha inciso profondamente nella società, nelle masse, nella mentalità e riguarda ormai l’intero assetto dell’attuale partitocrazia imperante. Anche gli oppositori ufficiali di Silvio Berlusconi, infatti, hanno sempre giocato e continuano ad agire sul campo imposto dal regime tragico e farsesco dell’anti-politica, della telecrazia, delle menzogne, del disfacimento antropologico, delle prepotenze di destra e di sinistra, dei soprusi, dell’affarismo, delle spartizioni sottobanco, dell’individualismo illiberale, delle paure, dei bisogni indotti, dell’egoismo anti-democratico, del potere per il potere. Insomma, già trent’anni fa, la partitocrazia aveva posto tutte le basi per la discesa in campo di Berlusconi e, di conseguenza, in piena continuità con la partitocrazia degli anni ottanta, l’attuale premier ha finito con il diventare semplicemente un prodotto, il principale prodotto che il sessantennale sistema partitocratico ha saputo generare. Anche se il berlusconismo, va specificato, ha e mantiene una sua connotazione ben precisa all’interno del campo partitocratico e dell’anti-politica. Lo stesso Di Pietro ha giocato su quel suo campo, berlusconiano o anti-berlusconiano che sia, non importa, perché il leader dell’Italia dei Valori si è mosso sempre all’interno di una logica anti-politica, ma non certo anti-partitocratica, anzi! Così come hanno giocato sempre su quello stesso campo anche Beppe Grillo, il Partito Democratico e, ora, anche Nichi Vendola con la sua leadership mediatica, accentratrice e totalizzante più che politica, federalista e innovatrice. Qualche giorno fa, un giornalista ha chiesto a Luca Cordero di Montezemolo se ad aprile sarà ancora alla Ferrari e lui ha risposto: “Non è un problema di persone, semmai di squadra, di classe dirigente, di rinnovamento della politica e di responsabilità della società civile che non deve disinteressarsi”. Comunque, ha tenuto a sottolineare Montezemolo, “è inutile parlare di discesa in campo, non c’è nemmeno il campo”. A tal proposito, il movimento Radicali Italiani, che ha svolto dal 29 ottobre al 1 novembre scorso il suo Congresso annuale, grazie all’occasione assembleare, mi ha permesso di tornare sulla questione e di poter esprimere con un intervento la necessità di costruire un “campo” diverso rispetto al blocco unico partitocratico, cioè mi ha dato modo di sostenere l’urgenza di coalizzare un’alterità politica rispetto al “monopartitismo imperfetto” e di realizzare un luogo Politico, con la P maiuscola, rispetto all’anti-politica dominante. Insomma, se dovessi sintetizzare il senso e la discussione del Congresso dei Radicali a Chianciano, userei proprio il vocabolo “alterità”. Perché è una parola che rimanda proprio a Pier Paolo Pasolini. E la utilizzerei anche per descrivere l’azione non-violenta di Marco Pannella, intrapresa nelle scorse settimane e ore per scongiurare l’esecuzione della condanna a morte nei confronti di Tareq Aziz. Ed è infatti su questa lotta di civiltà che si sono giustamente concentrate le attenzioni del Congresso. Perché vi era e vi è un’urgenza. Subito dopo, però, è forse utile ricordare che la discussione politica interna ai Radicali, apertasi anche attraverso la mia proposta di lavorare ad un campo diverso e “altro”, ha raccolto un’ampia attenzione. E così, l’idea di rilanciare l’attualità e la forza del Risorgimento liberale, in vista del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stata dal sottoscritto affrontata in plenaria e rivolta dentro e fuori dalla sala congressuale. Perché il mio antico progetto per una Costituente Liberale e Democratica è concretamente anche un modo per vedere come superare i vecchi schemi, per travalicare i vecchi steccati ideologici e ricomporre o ricostruire un campo riformatore, liberale e democratico, come accadde nel Risorgimento o dopo le macerie del 1945 evocate da Pasolini. Perché la questione è culturale, cioè politica. Perché cultura è politica. E politica è cultura. Bisogna riscoprire l’intelligenza e il merito, le piccole e grandi saggezze, le emozioni umane e non gli istinti animali, il cuore delle persone e non la pancia del Paese, la passione politica, la reciprocità, l’attenzione verso l’altro, l’alterità. Per compiere una tale “rivoluzione copernicana”, però, i Radicali come anche il Pd o Futuro e Libertà dovranno muoversi “a tutto campo”. E parlare a tutti. Non solo ad una parte. Non solo ad un partito.
Pier Paolo Segneri

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