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Così migrano anche le piante

Gli alberi si adeguano al clima. Vegetali vari che si spostano sull’Appennino tosco-emiliano. E la secca del Po minaccia l’agricoltura Padana

di Fabrizio Binacchi | 10 Marzo 2019

Cambia il  clima e anche le piante migrano. Me lo diceva tempo fa una brava ricercatrice di Parma ad un corso sulla Comunicazione della ricerca scientifica. Ci venne anche un bel titolo, nell’ambito di una simulazione giornalistica. Come quasi sempre è la traduzione che fa la notizia.

Succede da una decina d’anni. O meglio lo registriamo da circa due lustri perché anche noi ci siamo accorti che qualcosa sta cambiando su di noi, attorno a noi. E’ il clima che cambia ormai più repentinamente di quanto forse ci aspettavamo? O siamo noi che percepiamo segni e segnali più veloci perché registriamo i collegamenti dei fenomeni? Belle domande. Di certo è che alterniamo secche ed alluvioni, temperature fuori stagione e bombe d’acqua  come se fossimo in un film.

L’emergenza della secca del Po di cui si è molto parlato in questi giorni non è solo un problema di pesca o di navigabilità del Grande Fiume Guareschiano ma diventa un grosso problema per l’irrigazione, per le colture, per l’agricoltura di tutta la pianura Padana. Le temperature medie cambiano. La primavera comincia (sembra) ogni anno in anticipo e fra un poco toccherà adeguare anche i calendari di lavoro agricolo e quelli di Frate Indovino. Tra qualche anno ci toccherà inventare un carnevale in costume da bagno e non solo in costume mascherato.

La prendiamo con ironia ma come tutti sappiamo il problema è assai serio. Altri segnali e altri indizi: l’olivicoltura si sposta sempre più a nord. Ecco piante d’ulivo sopra il 45° parallelo, titolava l’altro giorno un sito. Una volta era segnalata come territorio d’eccezione per l’olivicoltura la zona del Lago di Garda proprio per il suo speciale contesto ambientale e climatico. Tutto questo è bello da scrivere e da raccontare ma le cause di tutto questo sono da esaminare attentamente per fare fronte comune.

Anche perché l’emergenza climatica permanente, sottoforma di sbalzi e di tornado, di secche e di alluvioni, contiene per molte aree del mondo l’emergenza smog. L’aria è sporca a Milano come a Torino a Bologna come a Mantova a Firenze come a Piacenza e non bastano due giorni di vento o tre ore di pioggia a pulire quello che si è incrostato. Guardo con apprensione l’ingrigimento delle bandiere che sventolano dalle parti in cui lavoro.

Una volta i colori delle bandiere resistevano quasi un anno, adesso tocca cambiarle ogni sei mesi massimo perché scompaiono anche i colori più accesi, diventano tutto un grigio. Saranno contente le nostre prime vie aeree, saranno contenti i nostri polmoni. Alcuni centri di analisi ambientale hanno fatto le proiezioni sulla base dei dati in loro possesso e se già all’inizio di marzo abbiamo raggiunto in alcune aree del Paese questi livelli di concentrazione di smog per questi numeri di giorni è plausibile immaginare che il 2019 sarà l’anno dello smog. E anche qui verrebbe da dire che non sarà un anno bellissimo per i nostri polmoni e per le nostre vie sensitive.

Quanto tempo ci rimane per fare qualcosa? C’è chi dice pochi anni, qualcuno almeno due decenni, altri, ci vogliono sempre i catastrofisti, dicono che il tempo sarebbe già scaduto. Anche il tempo diventa una lotteria. Da qualche mese tra gli allarmi clima e conseguenze sui territori e sulla vita dell’uomo si ripete l’allerta aumento livello dei mari che noi qui, nel nostro piccolo, avevamo già riferito come notizia parecchio tempo fa. I numeri sono questi: Enea e Cnr calcolano che entro 80 anni, entro il 2100, il livello medio dei mari anche attorno all’Italia si alzerà di un metro. Naturalmente ci sono le cartine aggiornate sulle coste e sulle città che andranno sotto. Non  facciamo catastrofismo e neanche allarmismo ma dopo i titoli ad effetto sarà il caso di prendere consapevolezza che 80 anni non sono poi tanti e che due o tre cose dovrebbero essere fatte prima di lasciare in eredità ai nostri nipoti e pronipoti la patata bollente e la costiera allagata. Così per tornare ai concetti iniziali anche le piante se la svignano, migrano da una altitudine all’altra e da un territorio all’altro perché reagiscono anche loro, alla maniera vegetale, al cambiamento del clima. Accade sull’Appennino tosco-emiliamo e accade negli Stati Uniti dove, dicono le ricerche, le grandi foreste orientali si sarebbero spostate di 15 chilometri in 10 anni.

Fabrizio Binacchi 

Pubblicato in : CornerBlog, EditorialeTag: anni, bologna, firenze, lavoro, mantova, milano, mondo, notizia, stati uniti

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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