E’ la stagione delle code, dobbiamo abituarci. O meglio riabituarci. Da un anno facciamo code per fare cose che eravamo abituati a fare senza coda, come entrare in un supermercato o andare in farmacia. L’altro giorno c’era coda anche per entrare all’ospedale di Suzzara, normale visti i tempi di emergenza che stiamo vivendo: coda ordinata ed ineluttabile per andare a ritirare dei referti alla vigilia di settimane rosse. Una coda non esagerata dalle dieci alle venti persone in fila indiana e ben distanti tra loro. E’ uscito un addetto della portineria a chiedere chi avesse bisogni diversi dal semplice ritiro del referto come visite o accessi ai reparti misurando direttamente la temperatura all’esterno e la coda si è semplificata anche se era già ampiamente sopportabile.
Abituarsi a stare in coda per attività a cui non pensavamo fosse necessario una qualsiasi forma di attesa non solo è necessario ma anche istruttivo. La coda, anche solo di 10 minuti, è un tempo ritrovato, è un’occasione improvvisa di riflessione. E noi tutti sappiamo quanto è importante ritrovarsi e riflettere, pensare e pensarsi.
E’ strana ma ampiamente spiegabile la sensazione di perdere tempo per code non abituali di 10 minuti mentre diamo per scontate le code di mezzora o un’ora nel traffico di una città o alla barriera autostradale e tutto questo ci dice quanto è relativo e adattabile il concetto di tempo.
L’emergenza della pandemia nelle sue svariate sfaccettature ci sta educando ad usare meglio il tempo, i minuti come le ore, le giornate come le settimane, ci sta educando anche inconsapevolmente a pesare il tempo, non solo a riempirlo. La misura del tempo ci viene meglio quando ci ritroviamo improvvisamente in coda col problema interiore ed esteriore di cercare e trovare qualcosa da fare e a cui pensare.
Se andiamo a farci il tampone mettiamo in conto di stare un po’ in coda, in auto o a piedi. Se andiamo a fare il vaccino mettiamo in conto di stare in fila prima per entrare nell’ospedale o nel centro vaccinale e poi per ritirare le carte del questionario e del consenso e poi per dare i documenti all’infermiera e poi in coda per entrare nell’ambulatorio o nello spazio destinato all’inoculazione del siero. Quattro attese che ci sembrano più lunghe o più corte a seconda dell’importanza che diamo all’evento. La coda per entrare in discoteca (chi se lo ricorda più?!) è ben diersa dalla coda per andare dal dentista. Pensiamo che ci siano code utili e code inutili, code pesanti e code leggere, invece possono essere tutte opportune con l’esercizio della pazienza necessaria.
Certo poi incontri o puoi incrociare i furbetti della coda e quelli ti fanno un po’ arrabbiare perché ci provano a superarti e farti sentire scavalcato, sensazione che non tutti tollerano al meglio. In coda alla cassa di un supermercato mi capita di far passare avanti una signora o un signore che ha meno spesa di me e spesso l’occhiata è di stupore. Questi mesi di emergenza con nuove abitudini indotte ci stanno insegnando che molte frette sono inutili.
In realtà ci sembrano intollerabili e scarsamente giustificabili le frette degli automobilisti della domenica, ma anche del mercoledì che ad uno svincolo o ad una canalizzazione, ti si affiancano e poi ti superano come se quei 10 secondi fossero fondamentali per il seguito del viaggio.
I cosiddetti furbetti dell’autostrada, dalla mia esperienza, si esibiscono volentieri all’innesto della Brennero sull’Autosole a Campogalliano. Solitamente c’è più coda in direzione Bologna e molti fanno finta di andare in direzione Reggio e più o meno all’ultimo si infilano sull’altra carreggiata all’imbocco dello svincolo con cavalcavia. Non è bello. La coda provoca strane reazioni nei nostri cervelli. Imparare a stare in coda è un bell’esercizio di pazienza e un allenamento di saggezza: all’edicola come al bancomat, al casello come al parcheggio taxi. Consolante anche solo pensarlo.
Fabrizio Binacchi

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