L’esercizio della democrazia presuppone l’attitudine al dubbio, al considerare non irrilevanti le molte variabili indotte da diversità di interessi, punti vista, credenze, attitudini.

Di questa trasformazione, la versione berlusconiana della destra italiana è stata il naturale interprete, ma le sue radici sono ben più antiche, e possono esser fatte risalire al sostanziale conservatorismo di larghi settori della borghesia italiana, che non hanno mai conosciuto Max Weber, che hanno sempre fatto dell’opportunismo la propria bussola politica, della confessione la propria bussola morale.
Uno degli effetti di questa trasformazione, che è andata affermandosi nella società di oggi riducendo il significato dei tre termini di libertè, égalitè, fraternitè alla deformazione egotistica e particolaristica del primo, allo svuotamento del secondo, ed alla trasformazione del terzo da solidarietà e condivisione di dignità, diritti e doveri in pietismo senza diritti, è stato, per l’aspetto che ora interessa, l’emergere della concezione di una democrazia limitata, che abbina a caratteri plebiscitari nella fase dell’investitura dei governanti caratteri oligarchici nella fase di conduzione del potere.
E’, questa, una negazione della democrazia rappresentativa che trova la sua premessa in concezioni organicistiche e non conflittualistiche dei rapporti sociali, alle quali difatti non occorre l’operare permanente della rappresentanza politica come mezzo di istituzionalizzazione e di trasformazione del conflitto in confronto e lotta politica, e che si manifesta nelle due parole-chiave di semplificazione e di particolarismo.
Queste sono andate via via affermandosi come una risposta grossolana alle difficoltà ed alle complessità della politica, mutuando criteri di valutazione e metodologie tipici del mondo dell’impresa, per applicarli alla sfera delle decisioni pubbliche, nella presunzione che i criteri di efficienza delle scelte politiche possano coincidere con quelli delle decisioni privatistiche. Ma, se la politica è arte di scelte operate in una realtà complessa e riferite ad orizzonti temporali e di interessi vasti, e se la storia ci insegna che la democrazia è, almeno sino ad ora, il più razionale strumento per realizzare una buona politica, essa non può esser né semplificata, né fondata sul particolarismo.
L’esercizio della democrazia presuppone l’attitudine al dubbio, al considerare non irrilevanti le molte variabili indotte da diversità di interessi, punti vista, credenze, attitudini; presuppone il considerare irreversibile la trasformazione del suddito in cittadino che si è andata affermando in secoli di lotte; la presenza di corpi politici intermedi tra la sfera individuale e quella delle istituzioni; la presenza di poteri in grado di interagire tra di loro e di controllarsi reciprocamente; la presenza di un saldo impianto di regole e garanzie a tutela non solo della possibilità di governare, ma soprattutto dei diritti dei più deboli e delle minoranze; e, ultimo, ma non meno importante aspetto, presuppone che i diritti di alcuni, sia pur formalmente sanciti, non siano svuotati da preclusioni in termini di bisogni materiali e non, di accesso alle informazioni ed al sapere, di mancanza di mobilità sociale. La democrazia, come ogni altra forma politica, presuppone una classe dirigente, anzi, deve formarla; ma quando le élites si trasformano in casta chiusa ed autoriproducentesi, la democrazia si trasforma in feudalesimo.
La democrazia è quindi un meccanismo articolato, complesso, e dinamico, che non perdura senza che la politica intervenga con continuità ad assicurarne il funzionamento, e senza che sappia interpretarne e gestirne la complessità. Il pretendere di semplificarla, di considerarla come un dato acquisito rinunciando a svilupparla, e di ridurre le complessità del ragionamento politico che comunque dovrebbe esserne la premessa alle forme dei criteri comunicativi moderni, che si tratti di shows televisivi, di slogans pubblicitari e, oggi, di tweets, come se si trattasse di commentare partite di calcio (ne abbiamo avuto ieri un brillante esempio: politica 1/disfattismo 0), è funzionale, appunto, alla visione di una democrazia monca e limitata. Ed i più pericolosi avversari, per una democrazia, non sono coloro che apertamente la avversano, ma coloro che, non sviluppandola e non difendendola adeguatamente, aprono la strada al suo degenerare ed al suo sfaldarsi.
Tutto ciò, a partire dal lento declino della Prima Repubblica, è stato messo in discussione e contraddetto, appunto, dalla profonda trasformazione culturale che ha investito il Paese, ai cui caratteri si è sommariamente accennato. E la storia del ventennio chiamato Seconda Repubblica è così la storia della vittoria culturale della destra e dell’incapacità delle forze di centrosinistra e di sinistra di farvi fronte e di comprendere come ciò avrebbe richiesto da parte loro un profondo rinnovamento culturale e di metodo politico. Troppo a lungo si è pensato di non dover fare i conti con un mondo che stava cambiando e con il venir meno delle certezze del ventesimo secolo. Troppe volte si è agito con supponenza, pensando di aver sconfitto il “nemico”. Troppo a lungo si è pensato di poter vivere di rendita sull’antico patrimonio di consenso elettorale e sociale che invece, come un capitale eroso dall’inflazione, andava assottigliandosi. Troppe volte si è pensato di poter neutralizzare la destra evitando, per pura opportunità, un confronto di idee e prospettive. Troppe volte ci si è divisi in incomprensibili dispute che di politico avevano solo l’apparenza; e spesso, neanche quella. E, soprattutto, troppe volte sono stati posti in atto comportamenti che rispondevano unicamente a prospettive individuali o tribali.
Con la Seconda Repubblica, venuto meno l’argine costituito da partiti politici che, per quanti difetti potessero avere, avevano comunque trovato il loro carattere in culture politiche riferite a visioni complessive ed articolate di una società complessa, si è affermata la forma di partiti che non sono né partiti di militanti, né partiti di opinione, ma semplicemente partiti-contenitore e partiti-persona, tenuti insieme da relazioni di interesse e di opportunità. A gruppi dirigenti costruiti nelle battaglie politiche, dotati di indubbia statura intellettuale, si sono, nel corso degli anni, sostituiti leaders inamovibili incapaci di valutazioni che andassero oltre il ristretto orizzonte delle opportunità immediate per il proprio clan, ed incapaci di guardare invece alla società nel suo complesso. E la politica, distaccatasi per un verso dalle concezioni politiche, e per l’altro dal confronto razionalmente empirico con la realtà, si è ridotta a gioco indifferente, la cui posta, pur prescindendo da degenerazioni riguardanti il Codice Penale, non era l’interesse comune, ma la sopravvivenza. L’incapacità di produrre scelte e risultati politici percepibili ne è risultata quindi evidente, e l’istinto di sopravvivenza ha fatto sì che i difetti di funzionalità del sistema politico-istituzionale venissero addebitati alle Istituzioni in sé ed alle regole della democrazia che le governano, e non alle incapacità del sottostante sistema politico, costituito da partiti oramai incapaci di interpretare interessi generali. Come dire che un fiasco teatrale sia dovuto all’opera rappresentata, e non alle incapacità di una compagnia di guitti ignoranti.
Si sono così andati diffondendo, con la Seconda Repubblica, i mantra sul bipolarismo, sul bipartitismo e sui piccoli partiti, la volontà riduttrice e semplificatoria del sistema politico e del sistema delle garanzie e del check of powers istituzionale, l’idea bislacca che un sistema plebiscitario nel quale il Parlamento limitato nella sua funzione rappresentativa, controllato a priori nella selezione dei suoi membri e limitato nei suoi poteri possa definirsi democrazia, i tentativi di asservire la magistratura e la stampa, la sostituzione del concetto di etica pubblica con quello di opportunità, politica od economica che sia.
Si è andati progressivamente passando da un sistema elettorale all’altro, invariabilmente ognuno peggiorativo del precedente: mai si è visto che una democrazia abbia, nel giro di circa venti anni, 5 sistemi elettorali diversi. Di questa trasformazione, la destra è stata il principale attore ed il precursore. Ma il processo che ha portato alla nascita del PD, ed il suo attuarsi nel voler a tutti i costi creare un partito-contenitore nel quale, come in un supermercato, ognuno potesse trovare di tutto un po’, nel cercare di superare le dicotomie tra le diverse culture politiche di provenienza non nel confronto e nella discussione (col rischio di creare divisioni), ma nel loro accantonamento, ha prodotto il risultato di un partito a-politico, speculare a quello berlusconiano, indifferente alle scelte, ed invece sensibilissimo alla propria sopravvivenza.
Ora, se si deve esser severi nei confronti di forze dichiaratamente estranee a quelle concezioni democratiche sulle quali si fonda la nostra Costituzione, si deve esser ancora più severi nei confronti di chi, per incapacità o per opportunismo, ha tradito quelle concezioni, venendo meno agli impegni presi con i propri elettori e con chi ha votato alle primarie del partito pseudo democratico. Sarà opportuno ricordare che il PD si è presentato alle elezioni politiche di solo un anno fa come perno della coalizione Italia Bene Comune: sembrano passati dieci anni. E che il patto di sindacato Berlusconi-Renzi è stato siglato dopo e non prima delle primarie del PD che, ove Renzi avesse dichiarato preventivamente le sue intenzioni, avrebbero avuto ben altro risultato.
L’ondata di comprensibile esecrazione per la politica, interpretata da Grillo e dai suoi in termini tali da renderla inutilizzabile ai fini di ogni processo democratico, ha determinato le condizioni per cui i due maggiori partiti abbiano visto indispensabile, ancora una volta, il cambiar le regole del gioco per preservare se stessi riconoscendo reciprocamente, come in una Yalta della politica, il rispetto delle relative sfere di influenza e dei relativi interessi vitali, come il non parlare di conflitto di interessi. Poco importa se ci vanno di mezzo gli attuali polacchi, rumeni, bulgari, greci: l’importante è l’assicurarsi la condivisione del potere.
Il PD, a parole, aveva esecrato il Porcellum, ma senza aver mai fatto nulla per cambiarlo; anzi, aveva fatto in modo da far fallire un referendum abrogativo, quello Passigli, che tendeva a realizzare qualcosa di molto simile a quanto poi è emerso dalla sentenza della Consulta. E, quando il Porcellum è stato smantellato dai giudici costituzionali, i due maggiori partiti hanno dovuto correre ai ripari per cercare congiuntamente la via per aggirare una sentenza che smantellava la costruzione artificiosa su cui essi si si reggevano.
Il seguito è cronaca di questi giorni, nota a tutti, e la conclusione che se ne deve trarre è duplice.
Sul piano politico, il vincitore della partita è, indubbiamente, Berlusconi: non solo gli è stato offerto di superare una crisi di credibilità che avrebbe stroncato chiunque, ma ha imposto la sua concezione della politica e della limitazione della democrazia ad un PD che ha ceduto di schianto, arrendendovisi senza combattere. Non senza la valida ragione che tale concezione è funzionale a mantenere e rafforzare il ruolo oligarchico dei maggiori partiti. La minoranza interna si è divisa tra chi non ha neanche messo piede in aula e chi, turandosi il naso, ed affermando con poca convinzione che al Senato vi sarà la possibilità di migliorare la legge, per intanto, la ha votata alla Camera.
In quanto alle altre forze della maggioranza di governo, hanno dato dimostrazione di inutilità e dell’essersi preventivamente adeguate al ruolo che questa legge elettorale assegna loro: quello di un’inutile sudditanza ricambiata dai salvataggi consentiti, a seconda del loro peso, dalle soglie e dalle liste bloccate. Dopo averla giudicata pessima, ed essersi visti respingere tutti gli emendamenti presentati, hanno comunque votato questa legge, o si sono astenute. Ma, anche qui: “al Senato la si migliorerà”. Ed allora, perché non farlo, da subito, alla Camera? Per la semplice ragione che ciò avrebbe portato alla rottura del patto su cui si regge la sopravvivenza di un Governo la cui vera funzione è quella di ridisegnare (in peggio) la nostra democrazia come unica via per preservare il ruolo e la funzione di Forza Italia e PD.
Che succederà al Senato? I margini sono molto più ristretti, e non sarà possibile colmare eventuali defezioni, peraltro scoraggiate dal voto palese. Questo offrirà a Renzi un’arma per supplicare da Verdini la concessione di qualche aggiustamento rivolto a far fronte allo scontento della sua minoranza, delle parlamentari, delle forze minori. Ad iniziare dalle “quote rosa”, come già è stato detto, anche se ciò significherà dover tornare a Montecitorio. E, se necessario, la riesumazione del “Salva Lega” potrebbe servire a procurare rinforzi. La vera partita, quindi, si giocherà ancora una volta fuori dall’Aula.
Ma la situazione dei numeri al Senato è tale che ogni senatrice ed ogni senatore non potrà far finta di nulla, e votare una legge giudicata e dichiarata come pessima: ogni voto potrebbe esser determinante, e questa sarà l’ultima occasione per impedire l’approvazione di un provvedimento indecoroso.
Sul piano dell’evoluzione della nostra democrazia, si prefigura il sostanziale monocameralismo di una Camera dei Deputati non rappresentativa e fatta di nominati (poco importa se con la gonna o con i pantaloni) e di un Senato dalle funzioni puramente simboliche e non elettivo. Cioè, una democrazia limitata, nella quale una minoranza abbia la possibilità di governare con la benevola copertura di un’altra minoranza sostanzialmente corresponsabile. Il tutto, senza che vi sia una vera opposizione, o avendola resa del tutto marginale. Il momento elettorale, privato della possibilità di determinare un’autentica rappresentanza politica, e divenuto scelta minoritaria e contemporanea di un esecutivo e di un corpo di pretoriane e pretoriani che è deputato a sostenerlo, diverrebbe così il momento di individuazione dell’oligarchia di governo.
Si dirà che anche in America è così: ma con la grande differenza di un bicameralismo che riserva funzioni-chiave al Senato, ivi compresa quella dell’impeachment, di un Senato elettivo, delle mid-term elections, e soprattutto, di sistemi di garanzie e controlli ampiamente presenti nell’ambito istituzionale e nella Società, ad iniziare dalla stampa e dai sistemi di informazione.
Un’ultima nota: in tutta questa vicenda, la fa da padrone il conformismo generale: il Paese sembra rassegnato e stanco, in cerca, come troppo spesso nella sua storia, di un salvatore. E sembra, al riguardo, disposto ad accontentarsi di molto poco: di annunci, di tweets, di promesse televisive, da parte di una sorta di cavaliere ringiovanito, che del predecessore riprende lo stile comunicativo, il cinismo, e la vocazione al cesarismo populista.
Non è possibile, nelle prime uscite pubbliche e televisive del nuovo presidente del Consiglio non rivedere il Berlusconi del patto con gli italiani, del milione di posti di lavoro, della strumentalizzazione elettorale degli annunci: già ieri, nell’annunziare il taglio di imposte la cui copertura è ancora tutta da definire e del tutto incerta, ha annunciato il suo rammarico se ciò non potrà esser attuato interamente prima delle elezioni europee.
E temo non lontano il momento in cui, dopo aver sentito cantare “meno male che Silvio c’è”, udremo, come nella scuola di Siracusa, gridare “Matteo, Matteo!”.

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