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Cosa manca nella visione UE di Draghi

Nei giorni scorsi, in un evento da remoto del Financial Times, Mario Draghi ha enunciato per l’UE una linea operativa attualmente non  seguita dalla stessa UE e neppure rientrante nel dibattito in vista delle elezioni del giugno ’24. Di fatti, Draghi non ha nascosto le sfide geopolitiche, le difficoltà economiche e il ritardo tecnologico dell’Europa. Considerazioni assai realistiche per i problemi sollevati.

di Raffaello Morelli Pietro Paganini | 15 Novembre 2023

Nei giorni scorsi, in un evento da remoto del Financial Times, Mario Draghi ha enunciato per l’UE una linea operativa attualmente non  seguita dalla stessa UE e neppure rientrante nel dibattito in vista delle elezioni del giugno ’24. Di fatti, Draghi non ha nascosto le sfide geopolitiche, le difficoltà economiche e il ritardo tecnologico dell’Europa. Considerazioni assai realistiche per i problemi sollevati. Al medesimo tempo, tuttavia, questa linea – specie tenendo conto che Draghi presiede il gruppo di lavoro incaricato dall’UE di redigere un rapporto sulla competitività europea deficitaria rispetto a Stati Uniti, Cina, Giappone e Corea del Sud – omette la ragion d’essere caratteristica dell’Europa, tradita a Maastricht e principale causa delle presenti difficoltà. Ed è proprio sul rilancio di tale ragion d’essere che si può fondare il rilancio dell’UE.L’UE è nata sulla prospettiva, assai innovativa, di imperniarsi a poco a poco sulle scelte dei suoi cittadini. Dunque in un’ottica distante dalla logica dello Stato tradizionale, che si fonda  sul mero potere e prevede i sudditi al posto dei cittadini. Oggi, il  rilancio UE può derivare solo dalla progressiva maturazione dell’affidarsi agli indirizzi dei cittadini (gestiti dopo dai governi), che è stata interrotta  a Maastricht dall’illusione di una  libertà assicurata per sempre (senza necessità di rinnovarsi affrontando le sfide quotidiane) ed anzi destinata ad imporsi sulle autocrazie per manifesta superiorità morale e funzionale.Ma la fisiologia della libertà è un’altra, come prova l’esperienza. Richiede un’evoluzione quotidiana, di continuo tesa  a sviluppare gli scambi tra i diversi conviventi, all’interno di ciascun stato e tra i differenti stati anche se con sistemi politici contrapposti (comprese le autocrazie). L’UE lo ha dimenticato ed è ricaduta nelle antiche regole degli Stati dediti soprattutto al far crescere prestigio ed alleanze  di comodo tra gruppi dirigenti, senza preoccuparsi delle condizioni dei sudditi. Privandosi della sua ragion d’essere, l’Ue ha smesso di far maturare la sua libertà civile, non ha pensato ad affrontare il nuovo, si è involuta come Unione. Draghi accantona questi dati nel delineare le sue considerazioni per risollevare l’UE dal declino.Draghi sostiene sì che occorre più integrazione per poter esprimere un punto di vista politico e militare. Ma pare non vedere che più integrazione richiede investire i cittadini europei nel far evolvere i trattati. Senza la modifica dei trattati, domandare di investire di più è senza contenuto. Draghi ragiona come le alte burocrazie europee, da anni autoconvinte che l’UE sia già uno stato sovranazionale.  Ma la realtà non è affatto questa. L’UE è una costruzione arenata. La realtà è che l’UE si è bloccata con piccoli Paesi in competizione, rimasti all’uso di un modello dissoltosi (”la difesa fornita dagli Stati Uniti, l’export in gran parte verso la Cina, l’energia a buon mercato dalla Russia” dice lo stesso Draghi).  Proprio perché l’UE si trova in una situazione simile, manca di progettualità concreta l’asserzione di Draghi secondo cui “o l’Europa diviene un’unione più profonda capace di esprimere una politica estera, di difesa e sulle migrazioni, o non sopravviverà in altra forma che come mercato unico”. Infatti, chiedere che l’UE si integri di più basterebbe nell’antico tipo di stato distante dai cittadini. Ma nell’UE effettiva fondata sui cittadini (che ha permesso la costruzione del mercato unico, riuscito primo passo), solo la scelta di far discutere ai cittadini le nuove competenze da affidare all’UE può coerentemente metterla  in grado dopo di esprimere una politica estera, di difesa e sulle migrazioni. Ovviamente, le nuove competenze UE porteranno a ridurre l’ambito d’esercizio di sovranità dei singoli Stati ed è appunto         questo l’oggetto della scelta dei cittadini, da non lasciare alle elites burocratiche di Strasburgo e Bruxelles.   Draghi solleva una questione vera. Ma lo fa dimenticando  le tre implicazioni culturali del progetto europeo. La libertà degli scambi, la diversità tra individui responsabili e la tolleranza anche per le idee opposte. Non è il solo a fare questo errore. E’ in compagnia degli attuali dirigenti europei. I quali praticano la dissennata politica dell’allargamento UE (tipica manifestazione del vecchio stato tradizionale) a prescindere dalle maturazione culturale dei paesi aspiranti. Confondono il progetto civile UE con l’allinearsi ad una alleanza militare quale la NATO (anche quando segue progetti incoerenti). Hanno difficoltà a distinguere tra guerre per la conquista di territori ritenuti storici (comunque da condannare) e atti di terrorismo con il dichiarato fine di non tollerare l’esistenza di Israele (una indistinzione  che ammorba lo stesso Occidente).  Draghi chiede giustamente di reagire al declino dell’UE. Ma ciò non può essere un puro atto di volontà. Deve mantenere la coerenza con i principi di libertà, diversità e tolleranza imperniati sulle sulle scelte dei cittadini, che sono la caratteristica innovativa dell’Europa politica.

Raffaello Morelli e Pietro Paganini

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bruxelles, cina, cittadini europei, considerazioni, dichiarato, diversità, draghi, elezioni, financial times, integrazione, lavoro, manifestazione, mario draghi, mercato, mercato unico, nato, punto di vista, responsabili, stati uniti, strasburgo

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